Estate tempo di viaggi

Il viaggio esterno come metafora del viaggio interiore
di Anna Fata

 

viaggiare

 

Da secoli l’uomo è spinto ad abbandonare i luoghi nativi per avventurarsi verso terre sconosciute. Ma cosa sta alla base di tale fenomeno?

Partire è un po’ come morire” recita un antico detto, perché la partenza implica sempre l’abbandono di qualcosa, di una parte di noi, di un luogo familiare, di persone care.

Eppure il viaggio in molti casi è stato paragonato anche alla vita: un percorso all’interno di se stessi prima e ancor più che all’esterno. La ricerca e la conoscenza di se stessi partono prima di tutto da dentro di noi, per poi estendersi al di fuori, tramite il contatto con altri individui e, in generale, con il mondo. È il contatto con il non-noi, con l’altro, con il diverso che consente di delimitarci, di marcare i nostri confini. Aprirsi all’altro, al nuovo, allo sconosciuto è possibile solo quando i nostri confini sono già ben definiti, in modo tale che il timore di fondersi e con-fondersi con l’altro venga meno.

Il viaggio implica una preparazione interna ed esterna. Si sceglie la meta, ci si documenta, si effettuano le prenotazioni, si riempiono le valige. Il tempo che ci separa dalla partenza sembra interminabile, le ultime ore sono cariche di emozioni, di frenesia e di trepidazione.

Se il viaggio è un fenomeno assai antico, che implica un andare avanti indefinito, alla ricerca di condizioni migliori, il turismo (dal francese “torner” = girare) implica un senso di circolarità, un ritorno al punto di partenza arricchiti, formati. Il turista, per certi versi, è un viaggiatore temporaneo, volontario, che compie un viaggio circolare, che lo conduce ad una distanza relativamente ampia, per poi tornare al punto di origine.

Di fronte al viaggio vi è chi pianifica ogni cosa nel minimo dettaglio, chi pensa di poter avere tutto sotto controllo e chi, all’estremo opposto, predilige la massima improvvisazione. Nel viaggio, come nella vita, gli stili personali tendono a corrispondere. L’impronta di un viaggio, così come di una vita hanno la medesima matrice: il singolo individuo.

Anche la scelta della meta è alquanto soggettiva. In generale, le persone più giovani tendono a prediligere località alla moda, ambienti dinamici, vivaci, mondani, a volte ricercano affannosamente la stimolazione o, addirittura, il rischio.

Le persone più attempate, invece, tendono a privilegiare mete più culturali, classiche, minore stimolazione, maggiore calma. In molti casi sono anche coloro che preferiscono maggiormente i viaggi organizzati, “tutto compreso”, in cui possono regredire, rilassarsi, deresponsabilizzarsi, perché qualcuno decide al posto loro, programma la loro giornata fin nei minimi dettagli al punto che la libertà personale viene molto limitata.

Difficilmente un viaggio in cui manca la spontaneità, in cui non si segue l’impeto del momento, che non dà seguito a ciò che suggerisce il proprio intuito è un vero e proprio viaggio, nel senso pieno del termine. Il turismo di massa non è un viaggio. In esso viene completamente annullato il coinvolgimento emotivo, la possibilità di interagire con ciò che si ha intorno in modo autentico e profondo.

Il viaggio comporta incertezze, impossibilità di programmare e prevedere ogni cosa. Come nella vita, anche nel viaggio c’è e ci deve essere sempre un margine di discrezionalità, di imponderabilità. La sfida è saper accogliere e vivere anche questi momenti: ecco che il ritardo del decollo del proprio aereo, ad esempio, può costituire l’occasione per leggere più approfonditamente una guida turistica, per conoscere il proprio vicino di poltrona, oppure semplicemente per rilassarsi e per assaporare e pregustare nella propria fantasia il momento dell’arrivo.

Da un viaggio si torna sempre e comunque arricchiti. I ricordi, prima e ancor più degli oggetti materiali acquistati o delle fotografie scattate, risiedono dentro di noi. Ciò che si è visto, udito, toccato, odorato, vissuto è un patrimonio unico che, almeno in parte, possiamo condividere con i nostri cari al ritorno.

I racconti solitamente sono ricchi di particolari, di dettagli, di emozioni. Le immagini ci scorrono ancora davanti agli occhi, i profumi sembrano pervadere le nostre narici. Ci sentiamo ancora in una situazione simil-idilliaca in cui tutto appare ancora più piacevole di come è stato.

Tutto ciò, allo stesso tempo, ci permette di ritornare nei luoghi familiari che abbiamo temporaneamente lasciato e vederli con occhi rinnovati, pieni di tenerezza, di calore, di affetto. Molto spesso il confronto con ciò che è diverso da noi ci consente di conoscere meglio e di apprezzare maggiormente ciò che abbiamo.

Come afferma Rabindranath Tagore:

“Per molti anni,
a grandi costi
viaggiai in molti paesi
vidi le alte montagne
gli oceani
l’unica cosa che non vidi
fu la goccia di rugiada scintillante
nell’erba davanti all’uscio di casa mia”.

 

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