Dove sta l’equilibrio tra egoismo e altruismo

Come essere generosi con gli altri senza mortificare se stessi
di Anna Fata

 

equilibrio egoismo altruismo

 

Provate a pensare ad un equilibrista. Cammina sulla corda, costantemente alla ricerca del suo equilibrio. E’ concentrato, attento, presente. E’ un lavoro che non abbandona mai finché si trova sospeso a distanza di metri dal suolo. La sua condizione è fragile, precaria, basta un nonnulla per infrangerla. Non è solo una questione di spazio esterno, un alito di vento, un rumore improvviso che potrebbe turbarlo, ma anche e soprattutto una condizione interna che lo porta ad essere presente a se stesso e a ciò che sta compiendo e vivendo.

 

Quando si è molto concentrati su stessi, come è il caso di questa condizione estrema, si riesce a dare il meglio di se stessi. Anche le condizioni che mettono maggiormente alla prova, più disagevoli, il freddo, il caldo, la fame, la sete, i rumori, possono essere in parte o in toto ignorate, oppure utilizzate a loro volta per raggiungere i propri obiettivi.

 

Cosa accadrebbe se l’equilibrista per mantenere la sua stabilità e raggiungere l’altro estremo della corda dipendesse da qualcuno che gli grida come e dove mettere i piedi per incedere? Sarebbe costantemente in balia di qualcuno esterno a se stesso. Perderebbe il suo centro, la sua autonomia, ma, ancora peggio, rischierebbe di dimenticarsi di avere in se stesso le possibilità per portare a compimento quanto si è prefissato.

 

La situazione potrebbe arrivare ad un estremo tale che potrebbe addirittura fare scegliere non solo il percorso, ma anche la meta stessa all’altro da sé.

 

Risultato?

Se in un primo momento si potrebbe sentire lievemente sollevato per il fatto che qualcuno al suo posto si occupa di lui, del suo cammino, delle sue necessità più immediate, alla lunga si potrebbe trovare in luoghi che si rende conto di non aver mai voluto raggiungere. Da qui l’inevitabile crisi d’identità: chi sono? Cosa voglio? Cosa mi piace? Cosa desidero? Dove mi trovo? Dove voglio arrivare?

 

Fuor di metafora: nel momento in cui abdichiamo ad una parte di noi, quella che ci suggerisce chi siamo, cosa vogliamo, ciò per cui vale la pena di vivere e di agire, ci solleviamo da parte delle nostre responsabilità. Regrediamo ad una fase simile a quella in cui da piccoli i nostri genitori sceglievano per noi, ma questo va a scapito della nostra libertà. Non solo: perdere la nostra identità, il nostro centro ci priva anche della possibilità di un incontro autentico con l’altro da noi.

 

Se ci ostiamo ad essere e ad agire come gli altri si aspettano da noi non solo perdiamo gran parte della nostra essenza e della nostra autenticità, risultando come delle sorte di ‘scatole vuote’, mera apparenza dentro alla quale nulla di realmente consistente esiste, ma quand’anche qualcuno si volesse avvicinare a noi, troverebbe la nostra ‘casa’ completamente vuota, deserta, perché il padrone, noi stessi, se n’è andato lontano. “Vegliate, perché non sapete quando il Signore arriverà” – era scritto nelle antiche Scritture. Quando arriva un ospite, chiunque egli sia, dobbiamo essere in casa per riservargli una degna accoglienza.

 

E allora impariamo a coltivare noi stessi, la nostra essenza, i nostri spazi, il nostro piccolo giardino interiore, un mondo segreto, vitale, rigoglioso che è tale se e fintantoché qualcuno se ne prende cura. Chi meglio del suo padrone può farlo? Chi meglio di lui conosce ogni singola forma di vita in esso presente? Coltivare se stessi, come accade per la rosa del Piccolo Principe. E solo a partire da questa grande scuola vita di giardinaggio interiore si può poi passare ad estendere questa esperienza anche al mondo di chi ci sta intorno.

 

Quando ci avviciniamo ad una persona non chiediamoci cosa fare per piacerle, ma restiamo aderenti a noi stessi, al nostro essere, al nostro sentire: l’agire verrà di conseguenza. Non lasciamoci piegare da chi ci vorrebbe modellare in un modo o nell’altro, da chi pretende più spazio o tempo da noi rispetto a quello che possiamo offrirgli, da chi ci impone di allontanarci da amici, parenti, hobby o passioni. Quello non è vero interesse, né amore nei nostri confronti. Amore per noi è sapere quale è la nostra strada, seguirla, e sostenere, favorire il cammino personale anche di chi ci sta intorno.

 

Possiamo non condividerlo, ma non sta a noi giudicare, prendere posizione, noi possiamo essere dei facilitatori, dei catalizzatori del processo di crescita, di evoluzione, di maturazione nostra e degli altri. Tale percorso comporta, a volte, anche delle cadute, delle false piste, dei giri molto più lunghi del dovuto, ma si tratta di esperienza di vita e ciascuno di noi ha il diritto di compiere la propria. Sta a noi accettare che ognuno è diverso e che deve poter seguire la sua strada.

 

Con quanta curiosità, meraviglia, rispetto, a quel punto, ci si può avvicinare agli altri e farsi approcciare da loro. La delicatezza, la gradualità dei modi e dei tempi ci viene spontanea a quel punto, perché sappiamo per esperienza personale come ogni cosa per crescere ha bisogno del tempo e del relativo nutrimento, dello spazio, dell’aria e dell’acqua. Non troppo, non poca, la giusta quantità che ognuno di noi conosce. E in tal modo le relazioni con gli altri saranno in grado di rispettare le giuste distanze, modi e tempi, non soffocanti, ma neppure fredde e distanti.

 

Con il proprio essere si sarà in grado di comunicare il messaggio “io ci sono”, io sono in casa, sono qui, pronto ad accoglierti, se tu lo vorrai. Le mie decisioni di vita saranno in funzione mia, ma anche rispettose di te, dei tuoi tempi, dei tuoi spazi. Ed ecco che a quel punto l’egocentrismo, che rappresenta un modo indispensabile per essere in contatto con se stessi, pur restando presente, sfuma e si intreccia con l’ecocentrismo, uno stile di vita consapevole della presenza di un mondo circostante, all’insegna dell’interdipendenza.

 

Se si parte da se stessi risulta molto naturale estendere ciò che di ‘buono’ si riserva a se anche agli altri. Non sarà frutto di uno sforzo, ma il risultato autentico di se stessi, del proprio giardino interno, chiunque ne apprezzerà il valore e noi non ci sentiremmo deprivati. Essere nelle condizioni di poter dare è un dono che diventa ancor più grande se c’è qualcuno in grado di riceverlo. A quel punto il confine tra egoismo e altruismo finirà con il non esistere più.

 

E tu vuoi riequilibrare il tuo rapporto con gli altri? Vuoi migliorare le tue relazioni con loro?

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