Come gestire i lamentosi cronici nella vita e nel lavoro

Semplificarsi la vita per vivere e lavorare meglio
Di Anna Fata

 

gestire lamentosi lamentele

 

A chi non è capitato almeno una volta nella vita di incontrare persone che vedono il brutto in tutto, che si lamentano di ogni cosa, a cui sembra che la vita non sorrida mai e che incontrano negatività ad ogni angolo?

Avere a che fare con queste persone sottrae energia, ci fa sentire appesantiti, negativi e pessimisti a nostra volta.

Spesso queste persone non sono consapevoli della negatività in cui vedono. Hanno una sorta di filtro mentale che le porta ad attribuire una interpretazione negativa, pessimistica, buia, pesante di tutto ciò che vedono, sentono, vivono, in ogni contesto, nella loro esistenza privata e nel loro lavoro.

Non solo vivono male loro, ma tendono a trascinare nella loro spirale anche tutte le altre persone che incontrano. Se, da un lato, è possibile riconoscerle facilmente e altrettanto rapidamente prenderne le distanze, d’altro canto può risultare estremamente arduo avere a che fare con loro se, ad esempio, per motivi di lavoro, siamo costretti ad averci a che fare tutti i giorni.

Cosa fare per sopravvivere bene, nella vita e nel lavoro, se dobbiamo avere a che fare con un lamentoso seriale?
Secondo Alexander Kjerulf ci sono dei comportamenti che è fondamentale NON attuare perché si è visto che non funzionano:

 

  1. Rallegrarli non serve: cercare di tirare su il morale a queste persone è contro produttivo. Fa sentire il lamentoso seriale non ascoltato, accettato, compreso, non preso seriamente. Come reazione renderà ancora più insistente il suo lamento. Cercherà di convincere, con ancora più forza, se stesso e chi ha di fronte che i suoi problemi sono veramente seri
  2. Suggerire delle soluzioni non serve: secondo il lamentoso cronico le sue difficoltà sono veramente serie e non si possono risolvere con qualche piccolo, sbrigativo suggerimento, o almeno così sono convinti loro. Quanto più si persevera nel proporre soluzioni e suggerimenti, tanto più loro si ostinano a controbattere
  3. Incitare a darsi un contegno e attivarsi per risolvere la questione: in questo modo le persone hanno la sensazione che si stanno svalutando i loro problemi e che se la smettono di lamentarsi tutto potrà risistemarsi. Loro, tuttavia, sono convinti che non ci siano possibilità in tal senso
  4. Lamentarsi di chi si lamenta non funziona: questo significa che, alla fine, continuando a stare a contatto con chi si lamenta, si finisce per lamentarsi anche noi. Si è verificato il tanto temuto effetto contagio
  5. Ignorarlo non funziona: questo fa sì che il lamentoso compulsivo diventi ancora più lamentoso e insistente
  6. Lamentarsi insieme a loro non funziona: questo atteggiamento crea un legame molto forte con il lamentoso seriale, una sorta di alleanza contro il mondo brutto, cattivo, egoista, negativo, pericoloso. Inoltre, quanto più ci si lamenta, tanto meno energia resta a disposizione per cambiare le cose che non sono gradite
  7. Affrontarli non funziona: sia che si abbia un approccio diretto con i loro lamenti, sia indiretto, magari reprimendo le proprie reazioni, non funziona, perché il disagio che si crea in noi continua ad agire nel profondo.

 

Se tutte queste strategie non funzionano, allora come comportarsi con i lamentosi seriali?

La soluzione può apparire molto semplice, ma forse proprio in quanto tale si è rivelata molto efficace. La parola chiave è: empatia.

Si tratta di ascoltare, accettare, accogliere l’altra persona, pur con le sue difficoltà, la sua negatività, la sua pesantezza. L’ascolto dovrebbe essere autentico (e difficilmente si può fingere in tal senso, perché l’altro se ne accorge), non giudicante, ricco di calore, accettazione, compassione. Non si tratta di essere d’accordo col suo punto di vista, ma di rispettare. Occorre evitare di banalizzare, offrire soluzioni, semplicemente ascoltare con empatia, cercando di mettersi nei panni altrui. Del resto, la fatica, la pesantezza, il dolore che prova l’altra persona è autentico e un reale, concreto limite per lui, al limite dell’insormontabile. Non si dovrebbe trattare l’altro con pietà, facendolo sentire un poverino, ma con compassione, cioè con quella capacità di entrare in risonanza con le sue emozioni e rispettarle.

Il risultato?
Non sempre né necessariamente la persona smetterà di lamentarsi, a volte accade. Il vantaggio che ne deriva per noi è quello di evitare di entrare in un circolo vizioso in cui il lamentoso accentua sempre più il suo lamento creando a nostra volta disagio, stress, pesantezza, malumore.

 

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