4 Manie di perfezionismo che possono rovinarti la vita

Come evitare di farsi male con l’eccesso di perfezionismo
di Anna Fata

 

perfezionista

 

Impegnarsi per fare le cose al meglio è un’aspirazione che aiuta ad eccellere nella vita e nel lavoro. Esercitarsi, perseverare, essere motivati, persistenti, attenti ad ogni minimo dettaglio consente di realizzare prestazioni sempre migliori. Talvolta, però, questa attitudine può sfociare nel perfezionismo.

Il perfezionismo si può definire, in generale, come un’aspirazione, talvolta eccessiva, a raggiungere nella vita o nel lavoro la perfezione. In senso psicologico è una tendenza nevrotica di tipo ossessivo, che può finire con l’impedire di attuare cose relativamente semplici, a causa di un eccesso di narcisismo e di autocritica.

Il perfezionista, in genere, si pone degli standard elevatissimi, al limite dell’irraggiungibile, e con essi anche degli obiettivi che vanno ben oltre le proprie possibilità, condannandosi ad un costante senso di insoddisfazione e di frustrazione.

Il perfezionismo può essere autodiretto, quando gli standard e gli obiettivi sovra dimensionati si definiscono per una scelta personale, che comporta l’incapacità di riconoscere e accettare i propri limiti, le incapacità, gli errori e che può sfociare in frustrazione e depressione, può essere eterodirettto, quando la persona si pone essa stessa come modello di perfezione, senza delegare ad altri compiti e mansioni, perché non li ritiene all’altezza e può sfociare in aggressività, cattive relazioni con gli altri, oppure può essere imposto socialmente, da cui ci si sente sotto controllo, in obbligo ad adeguarsi, da cui ci isola, come una nemica da cui ci si deve difendere.

Senza sconfinare nel patologico, per evitare le piccole e grandi manie di perfezionismo che possono verificarsi nella quotidianità è possibile adottare alcune semplici strategie di fronte all’insorgenza di alcuni sintomi:

 

  1. Temere di compiere errori: tutti desideriamo apparire al meglio di fronte agli altri, fare bella figura, essere accettati, apprezzati, stimati, lodati, ben voluti. Quando, però, si vive con ansia e terrore la possibilità di compiere errori, di non effettuare delle prestazioni ottimali, di essere giudicati imperfetti, occorre correre ai ripari. Per ovviare a questi timori, che alla lunga possono paralizzare, si può cominciare a considerare gli errori come una parte del processo di apprendimento, di acquisizione di nuove abilità, esperienze, conoscenze. Compiere un errore non ha alcunché di moralmente riprovevole e non comporta necessariamente punizioni attive né passive. Cambiando il significato che si attribuisce agli errori cambiano di pari passi anche le reazioni emotive associate ad esso. Senza questa accezione negativa del’esperienza dell’errore riescono a venire meno o attenuarsi sensazioni come la vergogna, il disprezzo di sé, il timore, il senso di colpa, l’eccesso di responsabilità, o al contrario la sua mancanza e la proiezione di essa sugli altri. Gli esiti delle situazioni, in genere, sono il risultato di molteplici fattori: saper riconoscere e accettare il peso che ciascun elemento personale e circostanziale possiede aiuta a calmare le emozioni e a imparare la lezione appresa per fare meglio un’altra volta
  2. Pensare troppo e avere difficoltà a prendere le decisioni: riflettere bene prima di agire può essere molto utile, soprattutto quando le situazioni sono assai complesse. Quando, però, l’eccesso di riflessione porta a rimuginare, rimandare le decisioni e le azioni, quando si pensa di poter prevedere e controllare tutto, quando si aspetta il momento perfetto per agire, quando si finisce con l’essere costantemente pieni di ripensamenti, si rimandano le decisioni, si riduce la produttività forse siamo di fronte ad una tendenza perfezionista. Talvolta queste situazioni si possono vedere anche nella vita quotidiana, quando si è di fronte agli scaffali di un supermercato o al cospetto dell’armadio a casa. Si tende a paralizzarsi. In questi casi occorre porsi un limite temporale per la decisione, dopo essersi accertati di avere analizzato e ponderato tutte le variabili in gioco e soprattutto avere accettato che la scelta perfetta, quella in cui si pensa di avere tutto sotto controllo, non esiste. Esiste una scelta ottimale, con gli elementi che si hanno a disposizione in quel preciso momento
  3. Tutto o niente: vedere le cose in bianco e nero, escludere tutte le infinite vie di mezzo limita fortemente le possibilità. Quando si lavora, ad esempio, si finisce sempre col trovare qualcosa che non soddisfa e per questo si rischia di buttare via l’intero lavoro o di non finirlo mai. Qualche dettaglio da correggere si può sempre trovare in ogni cosa, ma questo non vuole dire vedere sempre e solo imperfezioni ovunque. Questo atteggiamento ritarda anche la presa delle decisioni, l’inizio delle azioni, perché si ritiene che non sia mai il momento perfetto. Sapere individuare le infinite sfumature nelle situazioni consente di trovare risorse, opportunità, nuove strade, strategie che non sarebbe possibile se si incasellasse il mondo, le cose, le situazioni, le persone in modo troppo rigido
  4. Ciò che si dovrebbe e che si deve: le persone perfezioniste tendono a vivere in un mondo di doveri, di obblighi, di necessità, invece che di desideri, piaceri, libere scelte. I monologhi interiori tendono ad essere molto vincolanti, controllanti, auto ed etero impositivi. Questo induce, quando si agisce, a imporsi un rigido autocontrollo, una forma di monitoraggio finalizzato a individuare eventuali errori o inefficienze. Anche nei confronti delle persone del mondo vige il medesimo controllo, nell’intima convinzione che ciò che si vede fuori dovrebbe essere in linea con le proprie convinzioni. Se poi, come spesso accade, gli altri, le situazioni, il mondo non sono, non pensano, non agiscono secondo le proprie aspettative può sorgere un forte disagio, frustrazione, disappunto. Al limite, può sorgere lo sforzo di cambiare il prossimo e il mondo. Criticare, manipolare, provocare, sabotare, fare del sarcasmo sono le strategie più comuni che tali persone adottano.

 

La migliore strategia per superare il perfezionismo è la conoscenza e l’accettazione di se stessi, con le proprie potenzialità e i propri limiti. Solo conoscendo e accettando se stessi si può fare altrettanto con gli altri e col mondo. Mettere un freno al proprio perfezionismo non solo permette di rappacificarsi con se stessi, ma anche di intrattenere migliori relazioni con gli altri, che in tal modo si sentono accolti, accettati, apprezzati, non giudicati e liberi di essere se stessi. Inoltre, ne può beneficiare anche il lavoro: essere meno perfezionisti permette di osservare maggiormente l’insieme delle cose e non solo i dettagli, evitare di focalizzarsi troppo sul rischio di errore, paradossalmente, riduce la probabilità che si verifichi, non perdere troppo tempo su dettagli marginali permette una velocizzazione della produttività, essere meno timorosi di compiere errori favorisce la creatività, la sperimentazione, le nuove idee.

 

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