10 Ricerche psicologiche per conoscere te stesso

Quello che non ti hanno mai detto del tuo lato oscuro
Di Anna Fata

 

ricerche psicologiche

 

Conoscere se stessi è un desiderio che anima ciascun essere umano fin dalle sue origini. E’ processo che inizia fin da piccoli e si estende lungo tutto l’arco della vita. Non si finisce mai di conoscere se stessi perché, anche se una parte della nostra personalità resta relativamente stabile, ci sono altre parti di noi che cambiano continuamente.

Esistono aree di noi che sono più facilmente accessibili ed altre che sono destinate a restare maggiormente nell’ombra. Nonostante ciò queste ultime continuano ad agire e a determinare il nostro modo di sentire, vedere, percepire, decidere, agire.

La parte più oscura di noi, che contiene sia risorse, potenzialità, elementi costruttivi, sia limiti, elementi distruttivi, esercita un fascino indiscutibile su di noi e su chi ci sta intorno. Esistono 10 ricerche classiche di psicologia che ci possono aiutare a conoscere meglio noi stessi e chi ci sta intorno:

 

  1. In tutti noi c’è il seme del male: l’esperimento più famoso in questo senso risale al 1971 quando Philip Zimbardo ha studiato in che modo le situazioni sociali possono influenzare i comportamenti umani. Egli ha preso in esame 24 studenti senza precedenti criminali ed emotivamente stabili e li ha fatti agire come se fossero prigionieri e guardie. I prigionieri dovevano restare in una cella 24 ore al giorno e le guardie si succedevano in turni di 8 ore l’uno e venivano monitorati tramite telecamere nascoste. L’esperimento sarebbe dovuto durare due settimane, ma al sesto giorno è stato interrotto a causa del comportamento violento delle guardie che in molti casi infliggevano torture psicologiche e per lo stress e l’ansia che suscitavano nei prigionieri.
  2. Non notiamo ciò che abbiamo di fronte: in un esperimento condotto nel 1998 presso Harvard e Kent State University un attore si avvicinava ad un pedone a cui chiedeva delle informazioni per recarsi in un luogo. Mentre il pedone parlava due uomini passano tra loro portando una grande porta di legno oscurando per alcuni istanti la vista reciproca tra i due interlocutori. In quel frattempo l’attore veniva sostituito da un altro di diversa altezza, peso, taglio di capelli, voce, abito. La metà dei pedoni non ha notato la sostituzione. Questo esperimento per primo ha illustrato la “cecità al cambiamento” che indica quanto siamo selettivi nel cogliere i dettagli di una situazione e che ci affidiamo alla memoria e al riconoscimento cognitivo molto più di quanto possiamo immaginare.
  3. Ritardare la gratificazione è difficile, ma può aprirci le porte al successo: un famoso esperimento condotto alla fine degli anni ’60 sui bambini in età prescolare ha indagato la loro capacità di resistere alle gratificazioni immediate, l’autodisciplina e la forza di volontà. Durante l’esperimento alcuni bambini di 4 anni sono stati collocati in una stanza di fronte ad un piatto contenente un marshmallow e che potevano mangiarlo, ma se avessero atteso per 15 minuti il ritorno del ricercatore per mangiarlo ne avrebbero potuti ottenere due. La maggior parte dei bambini ha detto di voler attendere il ritorno del ricercatore, molti hanno dovuto lottare con se stessi per resistere, quelli che sono riusciti a resistere hanno adottato delle tattiche, ad esempio si sono coperti gli occhi. Negli anni questi stessi bambini che hanno resistito alla tentazione si è visto che sono stati meno inclini a diventare obesi, a diventare dipendenti da droghe, e in generale ad avere successo nella vita.
  4. Possiamo provare dei conflitti morali molto forti: un famoso esperimento condotto nel 1961 da Stanley Milgram ha verificato quanto le persone sono disposte ad obbedire ad un’autorità quando viene imposto loro di danneggiare il prossimo e quanto possa essere profondo il conflitto tra la propria morale e l’obbligo imposto dall’esterno. Milgram voleva capire come i Nazisti avessero potuto perpetrare i ben noti crimini nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Per compiere questo ha preso coppie di partecipanti, uno aveva il ruolo di insegnante, l’altro di allievo. All’insegnante veniva detto di somministrare una scarica elettrica all’allievo posto in un’altra stanza ogni volta che sbagliava risposta. Una registrazione emetteva segni di disagio e dolore ogni volta che tale scossa veniva emessa. Il ricercatore comandava di proseguire con la sperimentazione, mentre molti insegnanti manifestavano disagio. Si è visto che il 65% dei partecipanti ha somministrato le scariche nonostante fossero stressati e a disagio. Pare che questo esperimento, in realtà, più che l’obbedienza all’autorità illustri i conflitti morali che ci stanno dietro. Le persone, infatti, hanno un istinto innato alla compassione, benevolenza, empatia. Ricerche più recenti, in realtà, hanno messo in luce come in situazioni come queste il 60% delle persone disobbedisce agli ordini.
  5. Veniamo spesso corrotti dal potere: esiste una motivazione psicologica che giustifica il fatto che le persone al potere a volte trattano gli altri senza rispetto. Uno studio pubblicato su Psychological Review nel 2003 ha raccontato gli esiti di una ricerca in cui sono stati posti degli studenti in gruppi di tre per scrivere una breve relazione. A due studenti è stato chiesto di scrivere la relazione mentre al terzo di valutarlo e decidere quanto i due studenti sarebbero stati pagati. Nel mezzo del lavoro un ricercatore arrivava con un piatto contenente cinque biscotti. Sebbene in genere l’ultimo biscotto non veniva mai mangiato, il terzo studente con funzione di valutatore mangiava quasi sempre il quarto biscotto avidamente, a bocca aperta. Dacher Keltner, lo psicologo responsabile di questo studio, ha concluso che quando in un esperimento si attribuisce alle persone il potere è più probabile che essi tocchino gli altri in modo inappropriato, che flirtino in modo aperto, che compiano scelte rischiose, che giochino d’azzardo, che facciano la prima offerta in una negoziazione, che dicano quello che hanno in mente, che mangino biscotti spargendo briciole ovunque.
  6. Cerchiamo la fedeltà ai gruppi sociali e facilmente siamo inclini ai conflitti tra gruppi: uno studio classico del 1950 ha messo in evidenza le possibili basi psicologiche relative alle motivazioni per cui i gruppi sociali e le nazioni sono in conflitto tra loro e come possono imparare a cooperare di nuovo. Muzafer Sherif nel corso di un esperimento ha posto due gruppi di 11 ragazzi di 11 anni di età in un campo estivo in Oklahoma. Uno di essi si chiamava “Aquile”, l’altro “Serpenti a sonagli”. Per una settimana hanno condotto vita separata, senza sapere dell’esistenza reciproca. Quando si sono incontrati e integrati hanno cominciato a chiamarsi ciascuno con il proprio nome, ma quando hanno iniziato a competere in diversi giochi sono sorti alcuni conflitti che li hanno allontanati fino al punto di non voler più mangiare insieme. Successivamente Sherif ha cercato di riconciliare i ragazzi inducendoli a svolgere attività piacevoli insieme, che però non sortì effetti positivi. Riuscirono a riconciliarsi, invece, solo quando si sono trovati a dover risolvere insieme dei problemi.
  7. Abbiamo bisogno di una cosa sola per essere felici: lo studio longitudinale durato 75 anni di Harvard Grant ha seguito 268 studenti maschi delle classi 1938-1940 collezionando dati su vari aspetti della loro vita. La conclusione è stata che l’amore è l’unica cosa che conta al punto che è la sola a tener minare la felicità a lungo termine e la soddisfazione nella vita. George Vaillant ha sostenuto che i fondamenti della felicità sono l’amore e il trovare dei modi per affrontare la vita in modo tale che non distrugga l’amore.
  8. Prosperiamo quando abbiamo una forte autostima e un buono status sociale: raggiungere la fama e il successo non sono solo un rinforzo per l’ego, ma anche dei facilitatori della longevità. I ricercatori della Toronto’s Sunnybrook and Women’s College Health Sciences Centre hanno scoperto che i vincitori della Academy Award, attori e direttori, tendono a vivere più a lungo di circa 4 anni rispetto a coloro che vengono solo nominati, ma poi perdono. Da ciò si è concluso che i fattori sociali sono importanti e che l’autostima è un aspetto basilare per la salute e la cura di essa.
  9. Costantemente cerchiamo di giustificare le nostre esperienze in modo tale che abbiano un senso per noi: la dissonanza cognitiva è una teoria secondo la quale gli esseri umani hanno una propensione naturale ad evitare i conflitti psicologici basati sulla disarmonia o le convinzioni che si escludono a vicenda. In un famoso esperimento condotto da Leon Festinger nel 1959 ai partecipanti veniva chiesto di eseguire dei compiti noiosi per un’ora. Essi venivano pagati 1 dollaro oppure 20 per dire ad altri partecipanti in attesa, che in realtà erano ricercatori, che il compito era molto interessante. Coloro che sono stati pagati 1 dollaro per mentire hanno valutato il compito più divertente di coloro che ne hanno ricevuti 20. Coloro che sono stati pagati di più hanno sentito di avere una giustificazione sufficiente per avere svolto un compito sgradevole per un’ora, ma coloro che avevano ricevuto solo 1 dollaro hanno sentito di avere bisogno di giustificare il tempo speso e ridurre il livello di dissonanza tra le loro convinzioni e i comportamenti dicendo che l’attività era divertente. In breve: spesso mentiamo per fare apparire ai nostri occhi il mondo in modo più logico e armonioso.
  10. Crediamo abbondantemente agli stereotipi: creare degli stereotipi sulle persone in base al gruppo, l’etnia, la classe sociale è qualcosa che quasi tutti facciamo, anche quando ci sforziamo di non farlo. Questo ci porta a delle conclusioni non corrette e potenzialmente dannose sulle persone. John Bargh in un esperimento ha esaminato l’automatismo del comportamento sociale. In base ad esso ha scoperto che le persone spesso giudicano in base a stereotipi inconsci che non possiamo fare a meno di agire. Inoltre, applichiamo altrettanti stereotipi ai gruppi sociali a cui noi stessi apparteniamo. Quando applichiamo degli stereotipi in base al sesso, l’età, il colore della pelle delle persone che abbiamo di fronte la nostra mente rispende con pensieri, atteggiamenti, comportamenti correlati a tali stereotipi. Tali qualità che attribuiamo alle persone, in realtà, non fanno parte dell’ambiente, ma risiedono solo nella nostra mente, non riflettono la realtà.

 

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