Come superare le 11 distorsioni cognitive più comuni

Come affrontare gli errori cognitivi più comuni che rovinano il nostro benessere psicofisico
Di Anna Fata

superare-distorsioni-cognitive

 

A tutti noi sarà capitato magari di acquistare un’auto nuova, di iniziare a guidarla e giorno per giorno iniziare a vedere praticamente ovunque altre auto simili o identiche alla propria. Altre volte ci sarà capitata la cosiddetta giornata “iniziata storta” a cui è seguita una serie interminabile di numerosi piccoli o grandi contrattempi dopo quello iniziale. Altre volte ancora ci può essere capitato di riscontrare un piccolo insuccesso professionale o personale a cui è seguita una interminabile serie di autocritiche, svalutazioni che sono riuscite quasi a minare la propria autostima a lungo costruita con tanta fatica nel tempo.

Sono tutti esempi di come reagiamo di fronte alle situazioni avvalendoci delle cosiddette “distorsioni cognitive”. Le distorsioni cognitive sono prospettive parziali di pensiero che ciascuno di noi ha su se stesso, gli altri, il mondo. Sono pensieri irrazionali, convinzioni, credenze a cui siamo giunti e che spesso inconsciamente rinforziamo nel tempo, finiamo con il pensare che siano vere e crediamo ciecamente in esse.

Spesso sono pensieri sottili, che sfuggono alla nostra attenzione e consapevolezza. Sono talmente radicati in noi al punto da connotare la nostra stessa persona. Vi è una identificazione totale con essi. In questo modo diventano difficili da identificare ed, eventualmente, mettere in discussione e cambiare.

Vedere per strada tante auto uguali alla nostra, tutto d’un tratto, quando guarda caso abbiamo acquistato la nostra è una illusione, un errore cognitivo, che non ha alcunché di concreto in termini statistici. E’ semplicemente il frutto della nostra attenzione selettiva che ci porta a porre l’attenzione principalmente su auto simili alla nostra. Allo stesso modo un singolo evento che va storto non necessariamente, anzi assai raramente è connesso casualmente ai successivi, e parimenti un obiettivo non raggiunto non indica necessariamente che siamo degli incapaci e dei falliti e come tali non degni di alcuna stima.

Osservare le proprie distorsioni cognitive è importante per non incorrere in errori di valutazione di noi stessi, degli altri, del lavoro, del mondo e quindi in azioni a loro volta non consone ai propri obiettivi e al proprio benessere psicofisico. Le distorsioni cognitive, infatti, alla lunga, tra le altre cose, possono portare a sviluppare sintomi correlati ad ansia, depressione, difficoltà relazionali, lavorative e altri disagi psicofisici.

 

A seguire le 11 distorsioni cognitive più frequenti e come superarle:

  1. Pensiero polarizzato o tutto-o-niente: è il classico pensiero dicotomico bianco-nero, che manifesta la nostra incapacità di vedere le infinite sfumature e possibilità che risiedono in noi stessi, negli altri, nelle situazioni. Questa disposizione mentale limita ampiamente l’opportunità di cogliere occasioni che nella vita e nel lavoro si possono presentare. Se ci si focalizza solo sul versante del negativo l’esistenza appare carica di pessimismo, sfiducia, rassegnazione, se si indugia esclusivamente su quello positivo si rischia di non prendere in debita considerazione anche i limiti che ogni persona o situazione porta con sé e che vanno attentamente ponderati
  2. Sovra generalizzazione: è il caso in cui si parte da una conclusione e la si estende a tutte le situazioni simili possibili. Ad esempio se si ottiene un insuccesso professionale ci si può sentire marchiati e falliti a vita. Se, invece, si colleziona un successo ci si può rischiare di illudere che sarà per sempre così e non si sarà adeguatamente pronti ad affrontare un eventuale insuccesso, che può accadere a chiunque
  3. Filtro mentale: al pari della sovra generalizzazione anche il filtro mentale si focalizza su un unico elemento negativo ed esclude tutti quelli positivi o viceversa. E’ quello che ad esempio può accadere in una iniziale relazione di coppia in cui si tendono a vedere solo i pregi e non i difetti, che del resto tutti abbiamo. Sarebbe opportuno, invece, cercare di avere una visione più ampia e complessa di se stessi, del prossimo, della vita, del lavoro, del mondo
  4. Squalificare il positivo: in questo caso la tendenza è quella di riconoscere le esperienze positive, ma di attribuire loro scarso valore. Ad esempio, se si riceve una gratificazione, una lode al lavoro si può essere portati a pensare che ci sia stata fatta solo per motivi politici, di opportunismo, convenienza o altro motivo negativo. Questa in molti casi è una forma maligna e subdola di pensiero che tende ad essere molto resistente anche di fronte all’evidenza contraria. In questo caso potrebbe essere opportuno mettere da parte i pregiudizi relativi alle intenzioni altrui che in quanto altre da noi sono e restano in ampia parte inconoscibili. Affidarsi maggiormente al proprio intuito e sensibilità, inoltre, può aiutarci a comprendere se le intenzioni comunicative dell’altro sono realmente in linea con quello che ci sta dicendo, se è sincero nelle sue parole o meno
  5. Saltare alle conclusioni, leggere nella mente: si basa sulla presunzione di sapere cosa pensano le altre persone, soprattutto interpretando in modo negativo quanto si vede o si sente. Ad esempio, osservare una persona che ascolta una nostra conferenza con uno sguardo accigliato e credere che sia contrariata rispetto a quanto stiamo dicendo è una distorsione del nostro pensiero che salta alla conclusione senza avere neppure interpellato direttamente la persona per sapere cosa ne pensa. Per evitare questa distorsione si dovrebbe, molto semplicemente, chiedere alle persone cosa pensano e ascoltare le risposte senza pregiudizi
  6. Saltare alle conclusioni, predire il futuro: è la tendenza a delineare delle conclusioni non basate sull’evidenza e considerarle come una verità profetica. Ad esempio, credere che non ci sposerà mai perché ancora non si è trovata la persona giusta o che non si avrà mai un lavoro perché non si è ottenuta risposta alle tante copie di curriculum spedite sono forme di predizione del futuro senza fondamento. E’ sufficiente l’arrivo anche di un solo partner giusto o di una offerta di lavoro per smentire questa predizione. Per superare questa distorsione sarebbe opportuno imparare ad accettare che non possiamo avere il controllo su tutto e su tutti, che il futuro è ignoto per tutti noi, che non ci sono certezze e che si deve apprendere a convivere serenamente col dubbio
  7. Magnificazione, catastrofizzazione o minimizzazione: è anche detto “inganno binoculare” e si esplica nella esagerazione dell’importanza o del significato di qualcosa o di minimizzarne l’importanza o il significato di altre. Quando, ad esempio, si compie un errore al lavoro, se di solito si è molto abili, attenti lo si può considerare enorme, se invece si consegue un grande successo professionale, mentre di solito si ottengono solo risultati mediocri, si può minimizzare il valore del successo e continuare a considerarsi degli impiegati mediocri. L’ideale in questi casi sarebbe cercare di dare un giusto peso all’accaduto, senza esagerare in un senso né nell’altro. Errare è umano, capita a tutti. Al tempo stesso anche ottenere dei successi può capitare a chiunque, non tanto per caso, ma magari perché si è stati in grado di mettere a frutto un talento che di solito non si utilizza e magari neppure si è consapevoli di avere
  8. Ragionamento emotivo: ha come assunto di base il considerare una emozione come un fatto e come tale vera. Sento qualcosa quindi per forza deve essere così. Ad esempio, se ci si sente in ansia si dà per scontato che esista qualcosa che rappresenti un pericolo reale. Imparare a mettere in dubbio le proprie emozioni, evitare di attribuire loro una etichetta sicura e permanente, limitarsi a osservare le sensazioni fisiche, ad esempio, al posto della definizione di ansia, si può osservare il respiro affannato, la stretta allo stomaco, i brividi, il senso di paralisi, possono essere utili strategie per superare questa distorsione cognitiva
  9. Affermazioni relative al dovere: spesso ricorrono in molti di noi affermazioni relative al si deve, si dovrebbe, si deve, fare, dire, essere. Sono affermazioni che si applicano a se stessi e per estensione anche agli altri finendo col creare dentro se stessi delle aspettative che non sempre né necessariamente vengono poi soddisfatte. Quando questo accade il senso di risentimento, rancore, rabbia verso gli altri, o di colpa, di manchevolezza, di disistima verso se stessi cresce ampiamente. Imparare a mettere in dubbio i doveri, basarsi maggiormente sul quello che ci si sente, sulle reali priorità e necessità, rispettare se stessi e al tempo stesso la libertà altrui, imparare che gli altri non si possono controllare, che non esistono sistemi assoluti a cui sottostare e nel caso, non sta a noi farli rispettare, può essere un modo per imparare a rappacificarsi col proprio senso del dovere
  10. Etichettare: è una forma estrema di generalizzazione in cui si assegnano giudizi di valore a se stessi e agli altri sulla base di una sola affermazione o di un’esperienza. Spesso è frutto di un giudizio affrettato con forte componente emotiva. Accade, ad esempio, quando sbagliamo a svolgere una nuova mansione che ci viene affidata in ufficio e subito ci etichettiamo come incapaci che non sono capaci di imparare niente di nuovo o quando da adolescenti veniamo respinti dal primo ragazzo o ragazza che ci piace e ci etichettiamo come non amabili. Per superare questa distorsione può essere utile relativizzare la portata delle affermazioni, delle osservazioni, delle esperienze a quelle che di fatto sono: una sola esperienza che non sempre né necessariamente si ripeterà e che non è in grado di inquadrarci rigidamente nelle nostre qualità e risorse personali
  11. Personalizzazione: consiste ne prendere sul personale tutto quello che accade o, peggio ancora, sentirsi sempre in colpa per tutto. Per evitare questa distorsione può essere utile imparare a mettersi un po’ meno al centro, accettare che ci sono tanti eventi che non sono sotto il diretto controllo, che non tutto ruota intorno a noi, che le persone intorno hanno una loro vita, pensieri, emozioni, azioni e che non tutto è diretto verso di noi, che è sufficiente fare del proprio meglio, avere la coscienza pulita, pur assumendosi le proprie responsabilità, ma senza andare oltre le reali contingenze.

 

Iscriviti alla nostra newsletter mensile: Novità, eventi, articoli, comodamente nella tua casella postale!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

Come prepararsi al lavoro del futuro

Intervista a Silvia Zanella
Di Anna Fata

 

silvia-zanella

 

La società in cui viviamo è in evoluzione, lo è sempre stato, sempre lo sarà. Quello che caratterizza questo momento sociale, storico ed economico è la complessità e la velocità con cui questi cambiamenti si stanno verificando.

Tra chi vede uno scenario catastrofico per il mondo del lavoro presente e futuro e chi, invece, individua formidabili opportunità, dove sta la verità?
Qual è la direzione che sta prendendo il mondo del lavoro oggi? Come sono cambiate le richieste delle aziende rispetto ai potenziali candidati? Come il mondo della formazione deve adattarsi di conseguenza? Che impatto hanno le nuove tecnologie sulle diverse professionalità e sul tasso di occupazione?

Di questo e molto altro parliamo in questa intervista con Silvia Zanella, Global Digital Communications Director per Adecco Group.

 

D: Se dovessimo tracciare un profilo ideale del lavoratore del futuro, secondo lei, che caratteristiche avrà?

R: Se dovessi scegliere un singolo elemento, direi che dovrà saper convivere con la flessibilità. Flessibilità di tempi, il confine tra vita lavorativa e professionale saranno sempre più sfumati e saperli bilanciare diventerà una competenza necessaria. Flessibilità di spazi: team remoti, smart working, globalizzazione pervaderanno anche le realtà più piccole a cui siamo abituati. Flessibilità di contenuti: nessun mestiere resterà uguale a se stesso nel tempo. Ragion per cui è essenziale rendersi disponibili a imparare e studiare sempre.

 

D: Come è cambiato il processo di selezione di un candidato oggi rispetto al passato?

R: Il digitale ha velocizzato i processi e distribuito responsabilità. Tutto ciò che facciamo, come aziende e come candidati, diventa pubblico con i social e di fatto una fonte informativa. Saperlo gestire su entrambi i fronti è imprescindibile.

 

D: Che cosa irrita terribilmente un recruiter in fase di selezione di un candidato e che cosa, invece, lo dispone favorevolmente?

R: Ricevere CV o richieste di connessioni non contestualizzate. Sapersi introdurre bene, personalizzare la propria candidatura, viceversa, sono viste benissimo. A maggior ragione perché rare. Una lettera di presentazione, un contatto ben instaurato, piccole cose che fanno un’enorme differenza.

 

D: Tra migliaia di curricola in arrivo, che cosa rende, a suo avviso, un curriculum appetibile e distinguibile rispetto a tanti altri?

R: Il fatto che sia cucito addosso all’offerta per la quale si propone. Che non sia standard, non in linea, non personalizzato.

 

D: Quali sono i profili professionali che sono più ricercati oggi e quali in futuro?

R: Non amo fare previsioni su singole professioni, proprio perché non sarebbe intellettualmente onesto. Quel che è certo è che più che le professioni saranno le competenze a cambiare pesantemente, complici l’automazione e l’evoluzione dei mercati.

 

D: In che modo il mondo della formazione, a suo giudizio, dovrebbe adeguarsi rispetto al cambiamento del mondo del lavoro e delle necessità delle aziende?

R: Partendo dal presupposto che gli istituti educativi devono in prima battuta formare delle persone e non dei lavoratori, ritengo che un ponte pragmatico tra scuole e imprese sia cruciale.

 

D: Oggi il mercato del lavoro in Italia, sebbene secondo alcuni sia in lieve ripresa, restano ancora molte difficoltà legate all’inserimento dei giovani e al ricollocamento delle persone di mezza età. Quali pensa possano essere le soluzioni a queste problematiche e cosa consiglia a queste persone di fare per ottenere o costruirsi le opportunità che desidererebbero?

R: Studiare, se necessario spostarsi, cogliere tutte le opportunità, fare rete e non vergognarsi. Fasi difficili capitano a tutti e i selezionatori dovrebbero essere i primi a saperlo.

 

D: Per concludere: che cosa consiglierebbe ad un giovane che in questo momento si trova a dover decidere del percorso di studi che lo porterà nel mondo del lavoro in futuro?

R: Di fare quello che più gli piace e lo appassiona e contemporaneamente testare (con stage, lavori temporanei o periodi di apprendistato) gli ambiti lavorativi che più lo attraggono.

 

Cos’è l’assertività e come coltivarla nella vita e nel lavoro

L’assertività come strumento per stare bene con sé e gli altri a casa e in ufficio
Di Anna Fata

 

assertivo

 

Comunicare è un’abilità che diamo per scontato di avere, ma che in realtà, osservando i conflitti, le incomprensioni, i dissapori che spesso caratterizzano le nostre relazioni, private e professionali, forse potremmo imparare a padroneggiare meglio.

Il termine assertività deriva dal latino e significa “asserire” e consiste nella capacità di esprimersi in modo diretto, fermo, positivo, e quando necessario persistente, al fine di creare una relazione interpersonale basata sull’uguaglianza.

All’apparenza sembra una modalità espressiva molto semplice da realizzare, in realtà può risultare molto più complessa di quanto siamo portati a credere.

Quante volte ci sarà capitato di rispondere affermativamente ad una proposta che invece avremmo voluto rifiutare, quante volte abbiamo perso l’occasione di dire cosa pensavamo per evitare di urtare l’altro, quante volte non ci siamo difesi da una critica che abbiamo ritenuto ingiusta, quante volte abbiamo preferito non rivendicare le nostre necessità, desideri, bisogni per preservare il quieto vivere.

In tutti questi casi non abbiamo comunicato in modo assertivo.

L’assertività, infatti, comprende la capacità di ergersi a difesa dei propri diritti, punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni, nel rispetto contemporaneo di se stessi e dell’altro.

L’assertività in questo senso si pone al confine tra passività ed aggressività. Si situa su un terreno intermedio in cui ci si agisce e reagisce, con decisione, fermezza, ma senza estremismi violenti. Nell’assertività si cerca di difendere i propri diritti, ma senza ledere quelli altrui. Nell’aggressività, invece, per raggiungere tale obiettivo si fa ricorso anche a espedienti che possono nuocere il prossimo.

L’assertività è molto legata all’autostima: se si difetta di assertività l’autostima è a rischio. Al tempo stesso un deficit di autostima alimenta la scarsa assertività.

 

Quali sono i benefici dell’assertività?

Secondo alcune ricerche psicologiche pare l’assertività vada di pari passo con il potere personale, il significato nella vita, il senso di competenza, l’autodeterminazione, l’impatto personale, la flessibilità cognitiva, il comportamento prosociale, l’autostima. L’assertività pare anche costituire un fattore protettivo nei confronti della depressione post parto.

L’assertività, quindi, è un comportamento che si rivela utile non solo durante una discussione, una negoziazione, per coltivare rapporti privati e professionali sereni e costruttivi, ma anche in senso ampio per la salute psicofisica.

 

Come coltivare l’assertività sul posto di lavoro?

Per poter allenare la propria assertività sono utili 3 passi fondamentali:

  1. Comprendere la differenza tra assertività e aggressività: entrambe sono mirate alla difesa dei propri diritti, ma la prima lo fa rispettando sia sé, sia il prossimo, la seconda, invece, lo fa anche nuocendo l’altro, se necessario
  2. Riconoscere e non alimentare i primi sintomi dell’innesco del comportamento aggressivo, ad esempio calore al volto, stomaco che si contrae, senso di nausea, pugni che si stringono, mascelle che si serrano, e le emozioni e i pensieri rabbiosi che immediatamente conseguono
  3. Imparare a trasformare i primi segnali di rabbia in fattori capaci di alimentare l’assertività, imparando a coltivare l’ascolto, l’empatia, la comprensione reciproca.

 

Ancora più nello specifico possono essere utili i seguenti passaggi:

  1. Trasformare l’aggressività in assertività: sul luogo di lavoro, il sovraccarico professionale, lo stress, il comportamento perfezionistico, le scadenze imminenti possono rendere poco comprensivi verso i colleghi, i dipendenti o i superiori. Riconoscere con in un lavoro di squadra ciascuno ha le sue responsabilità, sviluppare l’empatia che vede l’altro come essere umano, con anche possibili difficoltà extra professionali (ad esempio delle notti insonni a causa di un figlio piccolo o malato) possono aiutarci a risposte più concilianti e rispettose in cui si fanno presenti le proprie necessità, esigenze, priorità professionali, ma al tempo stesso si cerca di essere comprensivi con chi si ha di fronte che meglio si dispone alla collaborazione e al rispetto degli impegni presi
  2. Focalizzare l’attenzione su se stessi e non sui colleghi, superiori o dipendenti: usare il pronome “io” quando si formula una affermazione, domanda o richiesta, invece di sottolineare continuamente come o cosa l’altro dovrebbe dire, fare o essere. Fare capire come ci si sente, cosa si pensa, ma senza fare sentire l’altro responsabile dei nostri vissuti, anche perché spesso non ne ha alcuna intenzione. Noi abbiamo potere diretto su noi stessi più che sugli altri
  3. Dichiarare le proprie esigenze, necessità, priorità in modo chiaro, netto, deciso, seppure educato e rispettoso. Ad esempio, se si chiede un permesso di assenza di un paio di ore dal lavoro, domandarlo con sicurezza, senza troppi giri di parole, impegnandosi a recuperare il tempo perso di lavoro in un altro momento ben definito
  4. Attenersi fermamente ai propri propositi e intenzioni: se, ad esempio, si sono chieste due ore di permesso di assenza dal lavoro per motivi personali attenersi alla richiesta, senza farsi circuire da domande estemporanee dell’ultimo minuto
  5. Essere assertivi solo quando è necessario: cercare di comprendere l’altro, andare incontro alle esigenze altrui, a volte ha anche dei limiti. Questi limiti risiedono nel rispetto di se stessi. Non si può autenticamente rispettare il prossimo se non si rispetta se stessi. In caso contrario diventa un sacrificio di cui prima o poi si pagano le conseguenze, specie sul piano relazionale e della salute psicofisica. Esiste un fronte entro il quale possiamo manifestare la nostra elasticità, ma oltre la quale non riusciamo ad andare. Ognuno di noi deve poter conoscere il suo limite e rispettarlo.

 

Iscriviti alla nostra newsletter per essere informato sui nostri eventi!

 

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Oggetto

Il tuo messaggio

Come la psicoanalisi può contribuire al nostro benessere

Intervista ad Anna Barracco su psicoanalisi e benessere individuale e sociale
di Anna Fata

 

anna barracco

 

Il contesto sociale, storico, culturale in cui viviamo oggi è molto cambiato rispetto a quello in cui è nata la psicoanalisi e con esso i disturbi mentali, i concetti di salute e benessere. Da che mondo è mondo ciascuno di noi tende a rifuggire il dolore fisico e la sofferenza mentale ed emozionale, e cerca di perseguire la serenità, la felicità, il piacere, il godimento.

Oggi il tempo sembra essere il bene più prezioso, ricercato, ambito, ma altrettanto spesso investito in modi e attività che non portano più di tanta soddisfazione né autorealizzazione. Il risultato è un forte svuotamento, una mancanza di senso, di direzione creativa e costruttiva.

In questo frangente spesso cerchiamo soluzioni di benessere veloci, efficaci, indolori, senza sforzo. La psicoanalisi in questo senso si presenta come una soluzione che forse, a prima vista, fatica a inserirsi in un contesto di vita sociale e individuale frenetico, contratto, in cui oltre al limite temporale si affianca quello economico, non particolarmente florido per molte persone oggi.

Come sono cambiate oggi le richieste di salute e benessere? In che modo siamo cambiati noi stessi? Se e in che modo la psicoanalisi oggi può rispondere in modo concreto, preciso, attuale alle rinnovate esigenze di benessere individuale e sociale?

A queste e molte altre domande abbiamo cercato di rispondere grazie al contributo di Anna Barracco, Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, in questa intervista.

 

D: Chi è secondo lei una persona “sana”?

R: Una persona sana, è una persona che accetta e dialoga con le sue varie parti. Potrei dire, con un paradosso, che una persona sana è una persona fatta di molti pezzi, e quindi una persona non intera. Oggi abbiamo tutti in mente la definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e quella definizione, se pure ha avuto il vantaggio di superare l’idea di salute come assenza di malattia, di includere dentro al concetto di salute il discorso del benessere psicologico, sociale, spirituale, alla fine risulta comunque una definizione che fa un po’ paura, almeno a me. Chi può dire di sentirsi in quella particolare condizione di benessere, psicofisico, sociale, spirituale? Si rischia di farsi un po’ schiacciare da un ideale. Oggi io penso che questo ideale per cui tutti dobbiamo, o dovremmo, poter essere sani, soddisfatti, giovani, attivi, pieni di relazioni, ecc., cozza con una realtà in cui invece l’età media avanza moltissimo, figli non se ne fanno quasi più, e quindi la popolazione invecchia, le patologie croniche sono il vero dato significativo, il lavoro di cura, l’assistenza nel medio e lungo termine, è una questione per tutti, anche perché spariscono le comunità.

A me capitano sempre di più casi in cui vengo chiamata in urgenza da familiari di una persona individuata come paziente designato, come persona sofferente, e magari si tratta di un uomo di 40 anni, con una sorta di ritiro sociale, o che ha sviluppato un disturbo mentale grave dopo la perdita del lavoro. Ma poi, quando mi avvicino al contesto, scopro che c’è una sorella che ha avuto un tumore, con recidive, e che è lei che chiede aiuto per il fratello, e ha tutta una serie di suoi bisogni e suoi allarmi, e poi c’è un’anziana madre con il Parkinson,che vive con il figlio quarantenne, e per lei, che si lamenta della situazione del figlio, in realtà poi non si riesce a strutturare un sostegno un’assistenza, perché lei non vuole farsi curare, è tutta presa dalla cura del figlio … insomma, una serie di complessità gestionali, economiche, relazionali. Una tessitura complessa di bisogni inespressi, non riconosciuti, ma anche magari molte risorse sprecate, interventi inappropriati, traumi, difese, che si sono stratificati nel tempo.

Chi è una persona sana? Penso che una persona sana, se devo rispondere di getto, è una persona che dorme bene, mangia con appetito, condivide volentieri il cibo, fa l’amore, ha un corpo armonioso di cui è amica, cioè un corpo che non le fa male, di cui non si vergogna, che le da’ piacere, ha intorno a sé almeno cinque persone che, chiudendo gli occhi, le vengono subito in mente. Ha almeno una persona su cui sa di poter contare, per esempio, dovendola chiamare all’una di notte, oppure che potrebbe subito raggiungerla in caso di incidente, ricovero in ospedale, insomma, in caso di necessità, o se avesse semplicemente bisogno di condividere una gioia, o un’angoscia improvvisa.

Una persona sana è una persona che può vivere con le proprie forze e che non si sente di peso, una persona sana quindi sente di avere delle cose da dare, e non è soltanto oggetto di cura. Infine, una persona sana è una persona che ride e piange, che è curiosa e si emoziona, si arrabbia e chiede scusa, si interessa a quello che ha intorno.

Quindi non è affatto facile, direi, non è un profilo facile. Oggi penso che molti di noi, che viviamo per esempio nelle grandi città, non siamo sani. Viviamo profondi malesseri, forzate rinunce, di cui non sempre siamo consapevoli.

 

D: Quali sono le differenze fondamentali tra psicologia e psicoanalisi?

R: Questa è davvero una domanda molto bella, ma rispondere è molto difficile. La psicoanalisi è una psicologia, la vera psicologia. La psicoanalisi include l’inconscio, e quindi è la psicologia umana. La psicologia accademica alla fine studia la coscienza e le sue funzioni. La memoria, l’intelligenza, l’affettività. Penso che gli approcci psicologici che non includono l’inconscio non abbiano molte possibilità di avvicinare davvero il malessere, di affrontarlo. Il malessere psichico riguarda il corpo, il corpo biologico e il corpo sociale, e quindi se non si includono questi elementi nell’incontro di cura, non si va molto lontano.

Oggi, infatti, nonostante la grande presenza di psicologi, nonostante il molto parlare di psicologia, il malessere dilaga.

Le terapie psicologiche, per esempio cognitivo-comportamentali, cercano di ripristinare delle funzioni, cercano di sopprimere dei sintomi attraverso l’applicazione di metodologie, protocolli, esercizi. Sono approcci che tendono ad avvicinarsi al modello medico. Se c’è un disturbo, si cerca di ripristinare lo stato precedente. Con la psicoanalisi si fa spazio al soggetto, di cui il sintomo lamentato è come un araldo, un portavoce. Il sintomo serve ad aprirsi un varco e poi magari tutto si riorganizza in modo diverso. La paura di morire, per esempio, l’attacco di panico che fa seguito ad un evento luttuoso, può essere affrontato cercando di allenarsi a respingere quella paura, oppure cercando di capire in che relazione è quella risposta, con la persona scomparsa, con i sentimenti che quella morte traumatica ha generato e genera nel paziente, e lì (sto pensando ad un caso, a un giovane uomo che ho in cura) si apre il capitolo del rapporto col padre, di un confronto che non era giunto a maturazione, uno scontro mancato, e la morte improvvisa inscrive nell’inconscio del paziente un’idea di colpa. C’è una liberazione, un senso di liberazione che il paziente non riesce ad incontrare, e su quel punto, si apre l’angoscia di morte, l’identificazione con il padre morto. Ogni volta che il questo soggetto sta facendo qualcosa che rappresenta l’emancipazione, la presa di distanza dal suo passato, ecco che viene l’attacco di panico. Ma non è il panico, l’attacco in sé, da curare o da prendere di mira. Almeno ,questa è la mia esperienza. Se lasci che il soggetto apra il suo discorso, le cose poi si modificano da sole. I sintomi spesso sono spie di un’organizzazione libidica che non tiene più.

 

D: Quando, secondo lei, una persona dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo e quando ad uno psicoanalista?

R: Non credo che possano esserci delle ricette, o delle indicazioni precise. Ogni psicologo dovrebbe essere formato ad analizzare una domanda, dovrebbe essere formato a effettuare un preliminare fatto bene. La nostra legge istitutiva, all’art. 1, parla di prevenzione, sostegno, formazione, abilitazione e riabilitazione in ambito psicologico. Quindi lo psicologo che entra in contatto con una domanda di cura, con qualsiasi tipo di malessere, dovrebbe essere in grado di fare orientamento, di fare un buon preliminare. Personalmente, penso che i pazienti, i cittadini, possano farsi una loro idea, oggi, frequentando il web, informandosi. Non so quanto essi distinguano fra psicologo o psicoanalista, o fra psicoterapeuta e psicoanalista. Ci sono psicoterapeuti di formazione medica, o psicoterapeuti di formazione psicologica, che tuttavia sono molto distanti gli uni dagli altri. Un utente, che cerchi sul sito dell’Ordine degli psicologi, per esempio (e già limitiamo la ricerca, escludendo i molti psicoterapeuti di formazione medica) può trovare uno psicoterapeuta bioenergetico, o uno psicoterapeuta cognitivo comportamentale, o uno psicoterapeuta gestaltista, psicodrammatista, o ancora uno psicoterapeuta junghiano, lacaniano, kleiniano, bioniano, reichiano, … molti di questi psicoterapeuti sono anche psicoanalisti, mentre altri no. Molti ritengono che un vero psicoanalista in realtà non accoglie mai domande di psicoterapia, se non come specchietti per le allodole, per portare poi le persone ad aprirsi all’inconscio.

In ogni caso, l’utente incontra una varietà estrema di formazioni e di modelli, ma la realtà è che incontra una persona. Spesso, i pazienti arrivano per un passaparola, o arrivano perché qualcuno ha letto un nostro articolo, o ci ha visti ad una conferenza. Quindi arrivano perché si crea un incontro, come quando ci si innamora di qualcuno. Lo si incontra, lo si vede in un certo contesto, e poi si decide di approfondire.
Io credo che questo sia il modo giusto.

Poi certamente, una persona che ha un certo tipo di personalità, tenderà a volere subito un farmaco, un’altra persona invece se ne starà con il mal di testa tutta la vita, e non vorrà mai accorgersi, mai vorrà sapere, che questo mal di testa le viene sempre il sabato sera, quando il marito vuole fare l’amore per esempio, o durante il week end, quando il lavoro non c’è e ci potrebbe essere l’incontro con se stessi, con il vuoto che abbiamo creato attorno a noi. Ci sono persone che questo sintomo se lo tengono, lo medicalizzano. Altri che invece a un certo punto si interrogano. Spesso una cura breve, un percorso anche strategico, che porta magari alla risoluzione di un sintomo, apre ad altri vuoti, ad altri pensieri, e permette magari di farsi altre domande. Ognuno ha i suoi percorsi.

Devo dire che oggi queste diatribe fra psicologi, psicoanalisti, psicoterapeuti, ortodossi, laici, ecc. non mi appassionano più per niente. Ogni psicoterapeuta, ogni professionista della psiche, deve trovare un suo stile, costruirsi una sua nicchia. E’ come essere artisti, attori, musicisti. Ci vuole professionalità, ma poi l’incontro con il regista giusto, con la parte giusta, è la risultante di molti fattori, anche complessi e mai dati una volta per tutte. C’è anche da tener presente che con gli anni, si cambia. I pazienti ci cambiano, la vita ci cambia. La formazione per uno “psi” è infinita. Credo che chi mi interpellava 20 anni fa, trovi una persona completamente diversa, oggi.

 

D: Oggi il mondo evolve rapidamente, le persone si muovono sempre più velocemente, sono frenetiche, il tempo sembra non bastare mai. Si cercano soluzioni e risposte rapide, efficace, mirate all’obiettivo. Quale potrebbe essere, se c’è, lo spazio per la psicoanalisi in un simile contesto socioculturale?

R: E’ vero, una delle questioni che oggi ci poniamo, e che anche i pazienti ci pongono, è spesso il tempo. Del resto, quando si sta male, se il malessere è forte, c’è il desiderio di avere una risposta, c’è la speranza di poter stare meglio in tempi brevi. Però tutti sappiamo poi che i percorsi che cercano di rispondere a questa esigenza fuggendo nei programmi, nei progetti, cercando di darsi obiettivi, spesso creano cronicità. Se oggi guardiamo al mondo della salute mentale, vediamo che si parla sempre di percorsi per le urgenze, di tempi, ma poi se guardiamo alla storia di vita dei pazienti, vediamo storie di anni e anni di cronicità. Vediamo che le persone si fermano, vengono come congelate e lasciate al loro dramma, e le storie che questi pazienti delle comunità o dei circuiti ci raccontano, sono un po’ come le storie dei certi personaggi dell’inferno di Dante, storie ferme ad un evento, personaggi stagliati contro il cielo, come icone, statue, che hanno perso il divenire, che sono uscite dal flusso della vita.

Questa è una grossa questione che purtroppo oggi parte anche dalla prima infanzia, con il pullulare delle diagnosi di disturbi dell’apprendimento, o disturbi dell’attenzione, o bisogni educativi speciali, e chi più ne ha più ne metta. C’è fin dall’inizio questo approccio al disturbo, alla soluzione del problema, e paradossalmente più si va dietro a questa esigenza di fare in fretta, più si rischia di non intercettare le persone. Del resto, è un questione etica, che riguarda io penso tutti noi. Tutti noi potremmo guardare le nostre agende, guardare come stiamo pianificando di impegnare il nostro tempo nei prossimi quindici giorni, e poi potremmo guardare indietro la nostra agenda, e vedere quante cose abbiamo fatto che avremmo potuto non fare, che non ci hanno portato a nulla. Quanto tempo abbiamo dedicato a ciò che realmente è importante per noi, e quanto invece ci è stato rubato, sottratto, anche con il nostro consenso più o meno consapevole. Penso che molto difficilmente noi ci interroghiamo veramente e pensiamo a come potremmo migliorare la nostra salute, aumentare il nostro benessere, proiettandoci in un arco di 5 o 10 anni. Forse lo facciamo quando siamo molto giovani, quando intraprendiamo una formazione – e un percorso psicologico è sempre anche un percorso formativo, davvero formativo e trasformativo – ma poi ci inseriamo in uno scorrere che, pur non essendo il tempo statico, tragico, del malato psichiatrico, però è una routine dove spesso cancelliamo le nostre vere esigenze di crescita, il nostro bisogno di divenire, di evolvere. Ci chiudiamo in routine che se da una parte ci proteggono, ci permettono di sopravvivere, però spesso non rispondono ai nostri bisogni emotivi.

Quindi penso che se una persona poi trova un interlocutore, qualcuno che si sintonizza davvero, che si mette in dialogo, poi il tempo lo si trova, va da sé che ci vuole tempo, per tutte le cose che contano. Ci vuole tempo per crescere un bambino, ci vuole tempo per cucinare e consumare un buon pasto insieme ad amici, ci vuole tempo per scrivere un libro, ci vuole tempo per costruire e coltivare una relazione, ci vuole tempo per formarsi ad una professione o per apprendere davvero un mestiere, un’arte. Le esperienze vere non si trovano già preconfezionate, e tutti noi poi lo sappiamo. Quello che realmente ci tiene in vita, da’ senso alla nostra vita, sono le passioni e gli affetti, e se pensiamo alle nostre vere passioni e ai nostri veri affetti, vediamo che noi ci dedichiamo tempo, molto tempo. Avere delle passioni e degli affetti, è il modo migliore per mantenere la salute, ed ecco che il cerchio si chiude. Dunque, anche una cura richiede innanzi tutto la possibilità di riaprire il soggetto su questo versante del darsi tempo, del sostare nell’incertezza, del permettersi di sentire il suo dolore, il suo vuoto, e poi affidarsi, e lavorare insieme al terapeuta e insieme al suo entourage per ristrutturare le risorse in campo.

Questo, con i pazienti più gravi, è vero altrettanto, è un lavoro che si fa con i parenti, i caregiver, spesso, ma anche con i soggetti, stare con loro, passare del tempo vitale, facendo cose che piacciono, che hanno senso, è già un inizio di cura. Se si mette un po’ tra parentesi l’urgenza, l’idea di urgenza, poi le cose cambiano anche rapidamente. Cambiano i vissuti. E’ importante, in ogni caso, accogliere la domanda. Oggi per esempio penso che sia necessario dare delle risposte alle persone che vivono un malessere, anche in modo elastico, flessibile. E’ importante che una persona che ha perso il lavoro, che ha vissuto un lutto, che affronta una malattia grave, che vive una separazione conflittuale, che ha il carico di un anziano genitore, che ha un figlio disabile, tossicodipendente, o ludopatico, che è stato oggetto di bullismo o ha vissuto una violenza sessuale, o un maltrattamento in famiglia, e potrei proseguire… è incredibile quanti motivi oggi ci sono per sentirsi fuori dal coro dei belli, bravi, perfetti che apparentemente ci stanno accanto ! – è importante che una persona, dicevo, trovi subito qualcuno disposto ad accogliere questa sofferenza. Qualcuno che possa ascoltare ma anche valorizzare, rispettare, aspettare. Il paradosso del tempo è questo. Di tempo ce n’è poco. C’è urgenza, tuttavia, ci vuole tempo.

 

D: Quando si decide di rivolgersi ad uno psicoanalista come si fa, secondo lei, a scegliere quello che potrebbe essere di aiuto proprio a noi?

Qui, ripeto quello che ho detto sopra. Un incontro è un incontro. Può avvenire perché qualcuno di cui ci fidiamo ci dice “vai da quello lì, io mi sono trovato bene”, oppure perché il nostro medico, di cui ci fidiamo, ci da’ un nominativo, o perché abbiamo sentito su you tube una conferenza, o abbiamo letto un libro, o perché ci siamo da tempo avvicinati ad un circuito, e quindi ci decidiamo a fare una domanda proprio a quella persona.

Personalmente, quando devo fare un invio, per esempio per mariti o fratelli di miei amici o miei pazienti, consiglio sempre di provare due o tre diversi professionisti, fare un colloquio di prova. Suggerisco più di un nominativo. Ma vedo che poi le persone scelgono magari dal nome, o dalla via che è più vicina a casa. Scelgono apparentemente a caso. Noi terapeuti, noi psicoanalisti, a volte complichiamo molto le cose. Una persona che ha un suo lavoro, una sua autonomia, ed è in grado di sostenere una cura psicoanalitica (non è cosa da poco, ci vuole una certa disponibilità economica, ci vuole la capacità di mantenere un impegno nel tempo), trova i suoi modi per orientarsi. Spesso sbaglia, come magari abbiamo sbagliato anche noi. Io stessa ritengo di aver perso molto tempo dietro ad alcuni insegnamenti molto paludati, dietro a certi dogmi delle scuole di psicoanalisi. Si può sbagliare, così come si possono trovare partner sbagliati, ma ogni relazione ci fa crescere, ci dice qualcosa, ci permette di evolvere.

Esistono poi molti psicoanalisti molto bravi che hanno saputo modificare il dispositivo, rendendolo duttile, adattandolo alle richieste di oggi. Psicoanalisi di strada, comunità itineranti, realtà di riorientamento lavorativo, luoghi di accoglienza, co-housing, vita. La psicoanalisi oggi, io la incontro soprattutto in questi contesti. La psicoanalisi non è terapia, non è pedagogia. E’ un modo per sostenere le persone a ripensare la propria vita, a riprenderla in mano. Un modo per autorizzarsi a viverla, trovando escamotage a volte semplici, quasi banali.

 

D: Una delle fonti di maggiore disagio e sofferenza per noi è il rapporto con l’Altro. Questo credo sia particolarmente evidente nelle relazioni intime, di coppia. Come mai si verifica ciò e se e come è possibile risolvere tale difficoltà, tramite la psicoanalisi?

R: E’ verissimo, oggi il disagio è soprattutto disagio relazionale. Possiamo dire che nella distruzione delle relazioni c’è la cifra del nostro tempo. L’immagine dei ragazzini col cellulare, ognuno il suo, la solitudine estrema nelle case di cura, ma anche nei condomini, dove non ci si conosce più. Ma solitudine e disagio c’è anche nelle relazioni di coppia, unico baluardo, unica relazione che sembra dover tenere, e a cui dobbiamo aspirare. La coppia all’interno della quale poter performare, facendo un bambino sano e bello, alle soglie dei 40 anni, dopo dieci anni di precariato, tirocini gratuiti e ancora con l’aiuto dei genitori. La coppia che però dopo pochi mesi appunto salta, perché si è incontrato qualcuno sul lavoro, e alla passione non si può dire di no. Una società, la nostra, che sembra aver reso obbligatorio il cedere ad ogni desiderio, mentre l’idea di costruire nel tempo una relazione, di strutturare reti orizzontali, amicali, diventa sempre meno sentito, ne siamo sempre meno capaci.

Da una parte quindi, il diritto ad avere figli, ad averli tutti e a qualsiasi età , il diritto ad essere sani e belli, e poi dall’altra, le fragilità: i bambini parcheggiati per ore, che non ricevono attenzioni e ascolto, gli anziani che bisogna piazzare da qualche parte, le relazioni che certo sono tutte lecite, eterosessuali e omosessuali, ma tutte che si concludono con i divorzi frequenti e in tempi brevissimi. Liberi tutti. Flessibilità, flessibilità nel lavoro, flessibilità nell’uscita dal mondo del lavoro, che in realtà significa precarietà per tutti.

Questo è un quadro davvero devastante, molto preoccupante, è una questione politica, culturale, una follia collettiva alla quale dobbiamo opporci ma non possiamo farlo frontalmente. E’ il ritorno ad una politica della segregazione, ad un modo di esercitare il potere assoluto sui corpi, sulle persone, in un modo apparentemente morbido, un mondo dove la spaccatura fra le ideologie e quello che realmente viviamo, è sempre più stridente. Una scissione che secondo me è molto ben illustrato per esempio nel film del regista Ostlund, The Square, palma d’oro nel 2017. Una malattia che sembra una patologia autoimmune. Una società che divora se stessa, e se provi ad opporti, il rischio è di non sapere a chi rivolgerti, chi possono essere i tuoi bersagli.

Qui la psicoanalisi è uno dei discorsi possibili, nel senso che credo che uno psicoanalista sempre si ponga il problema di dove si trova, con chi sta parlando, cosa sta facendo.

Per esempio, mi ricordo che quando anni fa lavoravo nella provincia di Varese in un Centro di Salute Mentale, avevo lo studio pieno di donne, sulla cinquantina, che dicevano di essere depresse. Le psichiatre me le mandavano, per un “supporto”. Ben presto mi rendevo conto che il blando antidepressivo non faceva né poteva fare la differenza. Erano donne che per la maternità avevano rinunciato ad ogni realizzazione personale, e ora che i figli erano cresciuti, usciti di casa, si trovavano senza patente, in quelle villette vuote, pulite, ore e ore sole in casa. Metterle in contatto, creare dei gruppi, fu la prima cosa che mi venne in mente. E poi alcune presero la patente, e cominciarono a smuoversi delle cose. Non fu facile, perché i mariti si rivoltarono. Ogni movimento, genera degli effetti, e non tutti hanno gli stessi tempi. Quelle aree geografiche erano intrise di sospetto, paura dello straniero, e questo produceva solitudine, perdita del legame. La ricreazione di legami tuttavia, non è solo intrattenimento. Appunto, in questi casi, spesso emergeva che la depressione della donna, era anche un effetto del fallimento della coppia. Una coppia in cui il marito fuggiva nel lavoro e non vedeva il disagio della moglie, e preferiva una diagnosi un’etichetta, un farmaco, entrambi in fondo lo preferivano, piuttosto che interrogarsi sul legame, sullo stile di vita, su quali parole si dicevano e quanto comunicavano rispetto ai loro sogni, alle loro prospettive di vita, a quanto erano disposti a cambiare, a introdurre anche piccoli cambiamenti.

Non ho rinunciato a questo approccio complesso, anche gruppale, certo oggi so che ogni paziente, ogni persona, è un mondo, e devo essere molto cauta, ascoltare, non avere fretta. La psicoanalisi in fin dei conti è questo. Ascolto attento, libero, uno sguardo profondamente umano.

Oggi certo emerge soprattutto la forte crisi dei legami di coppia, ma alla fine tutti i legami sono in crisi, anche il legame genitore figlio, come ha ben illustrato la psicoanalista Laura Pigozzi, nel momento in cui non c’è più il senso della socialità, della gruppalità, anche il figlio diventa per lo più un oggetto, un oggetto di consumo capitalistico, un oggetto della madre, da mostrare come un trofeo, un figlio idolatrato, posseduto, in un certo senso, anche sessualmente, preso dentro in un maternage che non gli lascia lo spazio per desiderare di andarsene. Una società che invecchia sempre più, che non fa figli, e che non lascia spazio di crescita ai giovani. Si è giovani fino a 35 anni, per le statistiche per il lavoro, e poi a 40 anni, se sei fuori dal mercato del lavoro, sei da rottamare, anche se poi non avrai la pensione fino a 70 anni. E’ una società che divide il campo, in modo schizoide, fra chi funziona e chi non ce la fa. Una società dell’efficienza e della fretta, che in realtà si porta dietro una zavorra immensa di portatori di bisogni, di soggetti considerati pesi. Uscire da questa logica è non solo necessario, ma è l’unica chance che la società stessa ha per sopravvivere. Se penso alle donne della provincia di Varese, il problema può essere visto come un’epidemia di depressione, magari legata alla menopausa, oppure come un problema relazionale, anche geografico. Dentro c’è la patente, il rapporto con i mariti, le storie di vita, i lavori abbandonati, le formazioni interrotte, le aspirazioni da ritrovare, e i rischi che si possono e si accetta di correre.

 

D: Un’altra sorgente di grande conflitto interiore e col prossimo può essere il forte senso del dovere, l’imperativo categorico del “Devi” che molti di noi si portano dentro e che di recente, con i veloci e profondi mutamenti socioculturali, si è affiancato al “Godi”, come coniato dallo psicoanalista Massimo Recalcati. Se e come è possibile, secondo lei, convivere in modo sano e sereno con queste istanze interiori?

Una delle cose più importanti, uno dei regali che ho ricevuto dalla mia analisi, è stato proprio l’affrancarmi dal senso di colpa, dall’imperativo, dal “devi”. Molti analisti, del resto, e io sicuramente faccio parte di questi, vengono da storie di erranza, di fallimento. La psicoanalisi è un modo di pensare, è qualcosa che si incontra spesso nella seconda metà della vita, a partire da un fallimento, come anche ha illustrato sempre Recalcati, in un suo bel libro, “elogio del fallimento”. Fallire, incontrare uno scacco, ci obbliga appunto a interrogarci, a pensare a chi siamo, dove stiamo andando e dove invece vogliamo andare. Avere un progetto professionale, e poi accorgersi che quella strada è chiusa, doversi magari trasferire improvvisamente, incontrare insomma un ostacolo, una battuta d’arresto, è spesso qualcosa che ci costringe a interrogare il progetto che avevamo, a ripensarlo, ad accorgerci che magari non ci apparteneva.

Oggi certamente, il rumore di fondo è moltissimo. Apparentemente anche i giovani non sono più tenuti ad avere progetti da opporre a quelli dei loro genitori. Non c’è più il sogno di diventare ballerino o musicista, contro il desiderio del padre che vuole il figlio nel proprio studio dentistico o notarile. Oggi l’imperativo è “segui la tua inclinazione, la tua passione, il tuo talento”. Il soggetto, tuttavia, nasce nel campo dell’Altro, e se non c’è un desiderio col quale confrontarsi, se non c’è una disciplina, un limite, il “segui il tuo talento”, diventa un imperativo a fare tutto, a provare tutto, e a lasciare ciò che ci affatica.

Il risultato, è la noia.

Come cercare di opporsi a questo? Come vivere sereni, equilibrati, in un contesto come questo? Credo che non ci possano essere ricette buone per tutti. Per me, una cosa importante è pensare sempre, pensarsi. Ascoltare il proprio corpo, innanzi tutto. Se si ha appetito, ci si sveglia volentieri, si va incontro al giorno con gioia, se si ha piacere nel guardare il cielo, se si può vedere la volta celeste almeno qualche volta all’anno, se si hanno affetti e si rispettano e si coltivano interessi, tutto questo è frutto di pensiero e attenzioni costanti. E’ un lavoro. Un lavoro che facciamo, una disciplina. Come tenere in ordine la casa, richiede un ritmo, una serie di operazioni, una regia. Così è avere a che fare con noi stessi, con la nostra vita. Secondo me, per esempio, vivere in una grande città è molto penalizzante rispetto ad un certo contatto con la natura, che credo sia fondamentale per non perdere il senso profondo del piacere, il piacere corporeo, semplice, quello fatto del profumo del mare o dell’erba tagliata, quello delle passeggiate o delle nuotate. Occorre quindi che ci si pensi. Il malessere fisico o psicologico, non si creano in un giorno, non cadono dal cielo, sono effetto di una serie di privazioni, di rinunce, che man mano abbiamo accumulato. Lo stesso vale per una relazione affettiva. Una crisi, un tradimento, la fine del desiderio sessuale, sono sintomi forti, che si presentano magari all’improvviso, ma si formano nel tempo. Mantenere una relazione, alimentare una relazione, così come alimentare una passione, implica comunque anche una disciplina. Amore e disciplina, disciplina non come costrizione ma come esercizio anche benefico, che rinforza, che tiene in vita, sono due variabili fondamentali, senza le quali non c’è vita vivibile. Purtroppo oggi invece si sono persi o rischiano di perdersi entrambi.

L’amore nasce dove c’è una mancanza, dove ad una fusionalità ad un accudimento, ad una presenza, si associa anche un limite, un’assenza, il desiderio di un ritorno, il sogno di potersi ricongiungere. Così la disciplina è alimentata dalla curiosità, dal desiderio di accedere a piaceri più complessi e creativi. Senza la disciplina, senza la capacità quindi di sostare nell’incertezza, di attendere e procrastinare una soddisfazione, non può esserci sublimazione.

Come fare, quindi? Io penso che sia sempre valido il discorso di Freud: quanto amiamo? Quanto siamo autonomi? Cosa ci piace veramente fare? Ma la ricetta “Amare e lavorare”, non è così semplice come sembra. Non basta per essere felici lavorare otto ore, magari in un buon ufficio e guadagnare anche bene, se ci si sente un numero, se si hanno relazioni tossiche, se a casa si ha magari un marito che non vediamo mai, e quando lo vediamo ci litighiamo, o, peggio, ognuno fa la sua vita e non sappiamo neanche più perché viviamo sotto lo steso tetto. Forse per il mutuo, o per motivi di organizzazione familiare.

D’altronde, modificare queste situazioni richiede molto impegno, molto rispetto. Andare a toccare equilibri che si sono costruiti negli anni, riattivare e rivitalizzare parti di sé che sono rimaste in coma per anni, e che magari ormai ci fanno paura, non è per niente facile. A volte, all’inizio, ci si sente anche peggio. Un po’come quando, per ristrutturare una casa, dobbiamo demolire, è c’è un momento in cui tutto è un casino, e se non si riesce a stare in quel caos, sapendo che poi tutto potrò prendere un’altra forma, può essere difficile, molto angosciante. La fiducia verso una nuova organizzazione, implica lo stare dentro l’incertezza, è anche questa una disciplina.

 

D: Per concludere: da psicoanalista, quale messaggio finale vorrebbe rivolgere a chi ci sta leggendo?

R: Caro lettore, la psicoanalisi è una delle grandi rivoluzioni che il genio umano ci ha messo a disposizione. La scoperta che l’io non è padrone in casa propria, è una scoperta certo destabilizzante, ma che apre alla possibilità di conoscere cosa sia la libertà di cui solo gli uomini dispongono. Anche la scoperta dell’inconscio, come la scoperta di Galileo, ci ha tolti dalla centralità del nostro universo, ma ci ha fatto capire quanto è grande e misterioso il cosmo, ci ha fatto capire che quel che conta non è il controllo, ma l’immergersi nel flusso. Ogni conoscenza, procede per gradi, e ad ogni gradino successivo, si aprono altri immensi spazi di ignoto. La nostra vita, il tempo che abitiamo, è tutto quello che abbiamo. E’ uno spazio che ci è dato, e possiamo viverlo al meglio se accettiamo la nostra condizione, che è quella di essere strani animali, consapevoli della nostra morte, trafitti, attraversati dal linguaggio. Nasciamo fortemente immaturi, e per maturare, abbiamo bisogno di quello stranissimo marchingegno che è la relazione con l’Altro. Le cure materne, gli sguardi, entrano nella nostra carne, plasmano il nostro corpo immaturo, si impastano, e così si crea il nostro essere, si struttura il nostro corpo. Per avere un corpo, e mantenerlo sano, abbiamo bisogno per tutta la vita di relazioni, di amore, di disciplina, di sogni. Può darsi che verrà un giorno in cui non ci sarà più bisogno di dormire, e dunque non ci saranno più sogni, non ci sarà più l’arte, tutto sarà progettato e conosciuto, tutto sarà costruito solo per essere utilizzato, senza resti. Può darsi che arriverà un giorno in cui potremo parlarci in lingue diverse e comprenderci istantaneamente, e magari le lingue spariranno, e ce ne sarà una sola. Se quel giorno arriverà, la psicoanalisi non avrà più nulla da dire.

 

Leggi anche l’intervista allo psicoanalista Nicola Ghezzani: “Siamo tutti narcisisti?”

 

nicola ghezzani psicologo narcisisti

Social Network Widget by Acurax Small Business Website Designers
Visit Us On FacebookVisit Us On TwitterVisit Us On Google PlusVisit Us On LinkedinCheck Our Feed