Come la psicoanalisi può contribuire al nostro benessere

Psicoanalisi

Intervista ad Anna Barracco su psicoanalisi e benessere individuale e sociale
di Anna Fata

 

anna barracco

 

Il contesto sociale, storico, culturale in cui viviamo oggi è molto cambiato rispetto a quello in cui è nata la psicoanalisi e con esso i disturbi mentali, i concetti di salute e benessere. Da che mondo è mondo ciascuno di noi tende a rifuggire il dolore fisico e la sofferenza mentale ed emozionale, e cerca di perseguire la serenità, la felicità, il piacere, il godimento.

Oggi il tempo sembra essere il bene più prezioso, ricercato, ambito, ma altrettanto spesso investito in modi e attività che non portano più di tanta soddisfazione né autorealizzazione. Il risultato è un forte svuotamento, una mancanza di senso, di direzione creativa e costruttiva.

In questo frangente spesso cerchiamo soluzioni di benessere veloci, efficaci, indolori, senza sforzo. La psicoanalisi in questo senso si presenta come una soluzione che forse, a prima vista, fatica a inserirsi in un contesto di vita sociale e individuale frenetico, contratto, in cui oltre al limite temporale si affianca quello economico, non particolarmente florido per molte persone oggi.

Come sono cambiate oggi le richieste di salute e benessere? In che modo siamo cambiati noi stessi? Se e in che modo la psicoanalisi oggi può rispondere in modo concreto, preciso, attuale alle rinnovate esigenze di benessere individuale e sociale?

A queste e molte altre domande abbiamo cercato di rispondere grazie al contributo di Anna Barracco, Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, in questa intervista.

 

D: Chi è secondo lei una persona “sana”?

R: Una persona sana, è una persona che accetta e dialoga con le sue varie parti. Potrei dire, con un paradosso, che una persona sana è una persona fatta di molti pezzi, e quindi una persona non intera. Oggi abbiamo tutti in mente la definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e quella definizione, se pure ha avuto il vantaggio di superare l’idea di salute come assenza di malattia, di includere dentro al concetto di salute il discorso del benessere psicologico, sociale, spirituale, alla fine risulta comunque una definizione che fa un po’ paura, almeno a me. Chi può dire di sentirsi in quella particolare condizione di benessere, psicofisico, sociale, spirituale? Si rischia di farsi un po’ schiacciare da un ideale. Oggi io penso che questo ideale per cui tutti dobbiamo, o dovremmo, poter essere sani, soddisfatti, giovani, attivi, pieni di relazioni, ecc., cozza con una realtà in cui invece l’età media avanza moltissimo, figli non se ne fanno quasi più, e quindi la popolazione invecchia, le patologie croniche sono il vero dato significativo, il lavoro di cura, l’assistenza nel medio e lungo termine, è una questione per tutti, anche perché spariscono le comunità.

A me capitano sempre di più casi in cui vengo chiamata in urgenza da familiari di una persona individuata come paziente designato, come persona sofferente, e magari si tratta di un uomo di 40 anni, con una sorta di ritiro sociale, o che ha sviluppato un disturbo mentale grave dopo la perdita del lavoro. Ma poi, quando mi avvicino al contesto, scopro che c’è una sorella che ha avuto un tumore, con recidive, e che è lei che chiede aiuto per il fratello, e ha tutta una serie di suoi bisogni e suoi allarmi, e poi c’è un’anziana madre con il Parkinson,che vive con il figlio quarantenne, e per lei, che si lamenta della situazione del figlio, in realtà poi non si riesce a strutturare un sostegno un’assistenza, perché lei non vuole farsi curare, è tutta presa dalla cura del figlio … insomma, una serie di complessità gestionali, economiche, relazionali. Una tessitura complessa di bisogni inespressi, non riconosciuti, ma anche magari molte risorse sprecate, interventi inappropriati, traumi, difese, che si sono stratificati nel tempo.

Chi è una persona sana? Penso che una persona sana, se devo rispondere di getto, è una persona che dorme bene, mangia con appetito, condivide volentieri il cibo, fa l’amore, ha un corpo armonioso di cui è amica, cioè un corpo che non le fa male, di cui non si vergogna, che le da’ piacere, ha intorno a sé almeno cinque persone che, chiudendo gli occhi, le vengono subito in mente. Ha almeno una persona su cui sa di poter contare, per esempio, dovendola chiamare all’una di notte, oppure che potrebbe subito raggiungerla in caso di incidente, ricovero in ospedale, insomma, in caso di necessità, o se avesse semplicemente bisogno di condividere una gioia, o un’angoscia improvvisa.

Una persona sana è una persona che può vivere con le proprie forze e che non si sente di peso, una persona sana quindi sente di avere delle cose da dare, e non è soltanto oggetto di cura. Infine, una persona sana è una persona che ride e piange, che è curiosa e si emoziona, si arrabbia e chiede scusa, si interessa a quello che ha intorno.

Quindi non è affatto facile, direi, non è un profilo facile. Oggi penso che molti di noi, che viviamo per esempio nelle grandi città, non siamo sani. Viviamo profondi malesseri, forzate rinunce, di cui non sempre siamo consapevoli.

 

D: Quali sono le differenze fondamentali tra psicologia e psicoanalisi?

R: Questa è davvero una domanda molto bella, ma rispondere è molto difficile. La psicoanalisi è una psicologia, la vera psicologia. La psicoanalisi include l’inconscio, e quindi è la psicologia umana. La psicologia accademica alla fine studia la coscienza e le sue funzioni. La memoria, l’intelligenza, l’affettività. Penso che gli approcci psicologici che non includono l’inconscio non abbiano molte possibilità di avvicinare davvero il malessere, di affrontarlo. Il malessere psichico riguarda il corpo, il corpo biologico e il corpo sociale, e quindi se non si includono questi elementi nell’incontro di cura, non si va molto lontano.

Oggi, infatti, nonostante la grande presenza di psicologi, nonostante il molto parlare di psicologia, il malessere dilaga.

Le terapie psicologiche, per esempio cognitivo-comportamentali, cercano di ripristinare delle funzioni, cercano di sopprimere dei sintomi attraverso l’applicazione di metodologie, protocolli, esercizi. Sono approcci che tendono ad avvicinarsi al modello medico. Se c’è un disturbo, si cerca di ripristinare lo stato precedente. Con la psicoanalisi si fa spazio al soggetto, di cui il sintomo lamentato è come un araldo, un portavoce. Il sintomo serve ad aprirsi un varco e poi magari tutto si riorganizza in modo diverso. La paura di morire, per esempio, l’attacco di panico che fa seguito ad un evento luttuoso, può essere affrontato cercando di allenarsi a respingere quella paura, oppure cercando di capire in che relazione è quella risposta, con la persona scomparsa, con i sentimenti che quella morte traumatica ha generato e genera nel paziente, e lì (sto pensando ad un caso, a un giovane uomo che ho in cura) si apre il capitolo del rapporto col padre, di un confronto che non era giunto a maturazione, uno scontro mancato, e la morte improvvisa inscrive nell’inconscio del paziente un’idea di colpa. C’è una liberazione, un senso di liberazione che il paziente non riesce ad incontrare, e su quel punto, si apre l’angoscia di morte, l’identificazione con il padre morto. Ogni volta che il questo soggetto sta facendo qualcosa che rappresenta l’emancipazione, la presa di distanza dal suo passato, ecco che viene l’attacco di panico. Ma non è il panico, l’attacco in sé, da curare o da prendere di mira. Almeno ,questa è la mia esperienza. Se lasci che il soggetto apra il suo discorso, le cose poi si modificano da sole. I sintomi spesso sono spie di un’organizzazione libidica che non tiene più.

 

D: Quando, secondo lei, una persona dovrebbe rivolgersi ad uno psicologo e quando ad uno psicoanalista?

R: Non credo che possano esserci delle ricette, o delle indicazioni precise. Ogni psicologo dovrebbe essere formato ad analizzare una domanda, dovrebbe essere formato a effettuare un preliminare fatto bene. La nostra legge istitutiva, all’art. 1, parla di prevenzione, sostegno, formazione, abilitazione e riabilitazione in ambito psicologico. Quindi lo psicologo che entra in contatto con una domanda di cura, con qualsiasi tipo di malessere, dovrebbe essere in grado di fare orientamento, di fare un buon preliminare. Personalmente, penso che i pazienti, i cittadini, possano farsi una loro idea, oggi, frequentando il web, informandosi. Non so quanto essi distinguano fra psicologo o psicoanalista, o fra psicoterapeuta e psicoanalista. Ci sono psicoterapeuti di formazione medica, o psicoterapeuti di formazione psicologica, che tuttavia sono molto distanti gli uni dagli altri. Un utente, che cerchi sul sito dell’Ordine degli psicologi, per esempio (e già limitiamo la ricerca, escludendo i molti psicoterapeuti di formazione medica) può trovare uno psicoterapeuta bioenergetico, o uno psicoterapeuta cognitivo comportamentale, o uno psicoterapeuta gestaltista, psicodrammatista, o ancora uno psicoterapeuta junghiano, lacaniano, kleiniano, bioniano, reichiano, … molti di questi psicoterapeuti sono anche psicoanalisti, mentre altri no. Molti ritengono che un vero psicoanalista in realtà non accoglie mai domande di psicoterapia, se non come specchietti per le allodole, per portare poi le persone ad aprirsi all’inconscio.

In ogni caso, l’utente incontra una varietà estrema di formazioni e di modelli, ma la realtà è che incontra una persona. Spesso, i pazienti arrivano per un passaparola, o arrivano perché qualcuno ha letto un nostro articolo, o ci ha visti ad una conferenza. Quindi arrivano perché si crea un incontro, come quando ci si innamora di qualcuno. Lo si incontra, lo si vede in un certo contesto, e poi si decide di approfondire.
Io credo che questo sia il modo giusto.

Poi certamente, una persona che ha un certo tipo di personalità, tenderà a volere subito un farmaco, un’altra persona invece se ne starà con il mal di testa tutta la vita, e non vorrà mai accorgersi, mai vorrà sapere, che questo mal di testa le viene sempre il sabato sera, quando il marito vuole fare l’amore per esempio, o durante il week end, quando il lavoro non c’è e ci potrebbe essere l’incontro con se stessi, con il vuoto che abbiamo creato attorno a noi. Ci sono persone che questo sintomo se lo tengono, lo medicalizzano. Altri che invece a un certo punto si interrogano. Spesso una cura breve, un percorso anche strategico, che porta magari alla risoluzione di un sintomo, apre ad altri vuoti, ad altri pensieri, e permette magari di farsi altre domande. Ognuno ha i suoi percorsi.

Devo dire che oggi queste diatribe fra psicologi, psicoanalisti, psicoterapeuti, ortodossi, laici, ecc. non mi appassionano più per niente. Ogni psicoterapeuta, ogni professionista della psiche, deve trovare un suo stile, costruirsi una sua nicchia. E’ come essere artisti, attori, musicisti. Ci vuole professionalità, ma poi l’incontro con il regista giusto, con la parte giusta, è la risultante di molti fattori, anche complessi e mai dati una volta per tutte. C’è anche da tener presente che con gli anni, si cambia. I pazienti ci cambiano, la vita ci cambia. La formazione per uno “psi” è infinita. Credo che chi mi interpellava 20 anni fa, trovi una persona completamente diversa, oggi.

 

D: Oggi il mondo evolve rapidamente, le persone si muovono sempre più velocemente, sono frenetiche, il tempo sembra non bastare mai. Si cercano soluzioni e risposte rapide, efficace, mirate all’obiettivo. Quale potrebbe essere, se c’è, lo spazio per la psicoanalisi in un simile contesto socioculturale?

R: E’ vero, una delle questioni che oggi ci poniamo, e che anche i pazienti ci pongono, è spesso il tempo. Del resto, quando si sta male, se il malessere è forte, c’è il desiderio di avere una risposta, c’è la speranza di poter stare meglio in tempi brevi. Però tutti sappiamo poi che i percorsi che cercano di rispondere a questa esigenza fuggendo nei programmi, nei progetti, cercando di darsi obiettivi, spesso creano cronicità. Se oggi guardiamo al mondo della salute mentale, vediamo che si parla sempre di percorsi per le urgenze, di tempi, ma poi se guardiamo alla storia di vita dei pazienti, vediamo storie di anni e anni di cronicità. Vediamo che le persone si fermano, vengono come congelate e lasciate al loro dramma, e le storie che questi pazienti delle comunità o dei circuiti ci raccontano, sono un po’ come le storie dei certi personaggi dell’inferno di Dante, storie ferme ad un evento, personaggi stagliati contro il cielo, come icone, statue, che hanno perso il divenire, che sono uscite dal flusso della vita.

Questa è una grossa questione che purtroppo oggi parte anche dalla prima infanzia, con il pullulare delle diagnosi di disturbi dell’apprendimento, o disturbi dell’attenzione, o bisogni educativi speciali, e chi più ne ha più ne metta. C’è fin dall’inizio questo approccio al disturbo, alla soluzione del problema, e paradossalmente più si va dietro a questa esigenza di fare in fretta, più si rischia di non intercettare le persone. Del resto, è un questione etica, che riguarda io penso tutti noi. Tutti noi potremmo guardare le nostre agende, guardare come stiamo pianificando di impegnare il nostro tempo nei prossimi quindici giorni, e poi potremmo guardare indietro la nostra agenda, e vedere quante cose abbiamo fatto che avremmo potuto non fare, che non ci hanno portato a nulla. Quanto tempo abbiamo dedicato a ciò che realmente è importante per noi, e quanto invece ci è stato rubato, sottratto, anche con il nostro consenso più o meno consapevole. Penso che molto difficilmente noi ci interroghiamo veramente e pensiamo a come potremmo migliorare la nostra salute, aumentare il nostro benessere, proiettandoci in un arco di 5 o 10 anni. Forse lo facciamo quando siamo molto giovani, quando intraprendiamo una formazione – e un percorso psicologico è sempre anche un percorso formativo, davvero formativo e trasformativo – ma poi ci inseriamo in uno scorrere che, pur non essendo il tempo statico, tragico, del malato psichiatrico, però è una routine dove spesso cancelliamo le nostre vere esigenze di crescita, il nostro bisogno di divenire, di evolvere. Ci chiudiamo in routine che se da una parte ci proteggono, ci permettono di sopravvivere, però spesso non rispondono ai nostri bisogni emotivi.

Quindi penso che se una persona poi trova un interlocutore, qualcuno che si sintonizza davvero, che si mette in dialogo, poi il tempo lo si trova, va da sé che ci vuole tempo, per tutte le cose che contano. Ci vuole tempo per crescere un bambino, ci vuole tempo per cucinare e consumare un buon pasto insieme ad amici, ci vuole tempo per scrivere un libro, ci vuole tempo per costruire e coltivare una relazione, ci vuole tempo per formarsi ad una professione o per apprendere davvero un mestiere, un’arte. Le esperienze vere non si trovano già preconfezionate, e tutti noi poi lo sappiamo. Quello che realmente ci tiene in vita, da’ senso alla nostra vita, sono le passioni e gli affetti, e se pensiamo alle nostre vere passioni e ai nostri veri affetti, vediamo che noi ci dedichiamo tempo, molto tempo. Avere delle passioni e degli affetti, è il modo migliore per mantenere la salute, ed ecco che il cerchio si chiude. Dunque, anche una cura richiede innanzi tutto la possibilità di riaprire il soggetto su questo versante del darsi tempo, del sostare nell’incertezza, del permettersi di sentire il suo dolore, il suo vuoto, e poi affidarsi, e lavorare insieme al terapeuta e insieme al suo entourage per ristrutturare le risorse in campo.

Questo, con i pazienti più gravi, è vero altrettanto, è un lavoro che si fa con i parenti, i caregiver, spesso, ma anche con i soggetti, stare con loro, passare del tempo vitale, facendo cose che piacciono, che hanno senso, è già un inizio di cura. Se si mette un po’ tra parentesi l’urgenza, l’idea di urgenza, poi le cose cambiano anche rapidamente. Cambiano i vissuti. E’ importante, in ogni caso, accogliere la domanda. Oggi per esempio penso che sia necessario dare delle risposte alle persone che vivono un malessere, anche in modo elastico, flessibile. E’ importante che una persona che ha perso il lavoro, che ha vissuto un lutto, che affronta una malattia grave, che vive una separazione conflittuale, che ha il carico di un anziano genitore, che ha un figlio disabile, tossicodipendente, o ludopatico, che è stato oggetto di bullismo o ha vissuto una violenza sessuale, o un maltrattamento in famiglia, e potrei proseguire… è incredibile quanti motivi oggi ci sono per sentirsi fuori dal coro dei belli, bravi, perfetti che apparentemente ci stanno accanto ! – è importante che una persona, dicevo, trovi subito qualcuno disposto ad accogliere questa sofferenza. Qualcuno che possa ascoltare ma anche valorizzare, rispettare, aspettare. Il paradosso del tempo è questo. Di tempo ce n’è poco. C’è urgenza, tuttavia, ci vuole tempo.

 

D: Quando si decide di rivolgersi ad uno psicoanalista come si fa, secondo lei, a scegliere quello che potrebbe essere di aiuto proprio a noi?

Qui, ripeto quello che ho detto sopra. Un incontro è un incontro. Può avvenire perché qualcuno di cui ci fidiamo ci dice “vai da quello lì, io mi sono trovato bene”, oppure perché il nostro medico, di cui ci fidiamo, ci da’ un nominativo, o perché abbiamo sentito su you tube una conferenza, o abbiamo letto un libro, o perché ci siamo da tempo avvicinati ad un circuito, e quindi ci decidiamo a fare una domanda proprio a quella persona.

Personalmente, quando devo fare un invio, per esempio per mariti o fratelli di miei amici o miei pazienti, consiglio sempre di provare due o tre diversi professionisti, fare un colloquio di prova. Suggerisco più di un nominativo. Ma vedo che poi le persone scelgono magari dal nome, o dalla via che è più vicina a casa. Scelgono apparentemente a caso. Noi terapeuti, noi psicoanalisti, a volte complichiamo molto le cose. Una persona che ha un suo lavoro, una sua autonomia, ed è in grado di sostenere una cura psicoanalitica (non è cosa da poco, ci vuole una certa disponibilità economica, ci vuole la capacità di mantenere un impegno nel tempo), trova i suoi modi per orientarsi. Spesso sbaglia, come magari abbiamo sbagliato anche noi. Io stessa ritengo di aver perso molto tempo dietro ad alcuni insegnamenti molto paludati, dietro a certi dogmi delle scuole di psicoanalisi. Si può sbagliare, così come si possono trovare partner sbagliati, ma ogni relazione ci fa crescere, ci dice qualcosa, ci permette di evolvere.

Esistono poi molti psicoanalisti molto bravi che hanno saputo modificare il dispositivo, rendendolo duttile, adattandolo alle richieste di oggi. Psicoanalisi di strada, comunità itineranti, realtà di riorientamento lavorativo, luoghi di accoglienza, co-housing, vita. La psicoanalisi oggi, io la incontro soprattutto in questi contesti. La psicoanalisi non è terapia, non è pedagogia. E’ un modo per sostenere le persone a ripensare la propria vita, a riprenderla in mano. Un modo per autorizzarsi a viverla, trovando escamotage a volte semplici, quasi banali.

 

D: Una delle fonti di maggiore disagio e sofferenza per noi è il rapporto con l’Altro. Questo credo sia particolarmente evidente nelle relazioni intime, di coppia. Come mai si verifica ciò e se e come è possibile risolvere tale difficoltà, tramite la psicoanalisi?

R: E’ verissimo, oggi il disagio è soprattutto disagio relazionale. Possiamo dire che nella distruzione delle relazioni c’è la cifra del nostro tempo. L’immagine dei ragazzini col cellulare, ognuno il suo, la solitudine estrema nelle case di cura, ma anche nei condomini, dove non ci si conosce più. Ma solitudine e disagio c’è anche nelle relazioni di coppia, unico baluardo, unica relazione che sembra dover tenere, e a cui dobbiamo aspirare. La coppia all’interno della quale poter performare, facendo un bambino sano e bello, alle soglie dei 40 anni, dopo dieci anni di precariato, tirocini gratuiti e ancora con l’aiuto dei genitori. La coppia che però dopo pochi mesi appunto salta, perché si è incontrato qualcuno sul lavoro, e alla passione non si può dire di no. Una società, la nostra, che sembra aver reso obbligatorio il cedere ad ogni desiderio, mentre l’idea di costruire nel tempo una relazione, di strutturare reti orizzontali, amicali, diventa sempre meno sentito, ne siamo sempre meno capaci.

Da una parte quindi, il diritto ad avere figli, ad averli tutti e a qualsiasi età , il diritto ad essere sani e belli, e poi dall’altra, le fragilità: i bambini parcheggiati per ore, che non ricevono attenzioni e ascolto, gli anziani che bisogna piazzare da qualche parte, le relazioni che certo sono tutte lecite, eterosessuali e omosessuali, ma tutte che si concludono con i divorzi frequenti e in tempi brevissimi. Liberi tutti. Flessibilità, flessibilità nel lavoro, flessibilità nell’uscita dal mondo del lavoro, che in realtà significa precarietà per tutti.

Questo è un quadro davvero devastante, molto preoccupante, è una questione politica, culturale, una follia collettiva alla quale dobbiamo opporci ma non possiamo farlo frontalmente. E’ il ritorno ad una politica della segregazione, ad un modo di esercitare il potere assoluto sui corpi, sulle persone, in un modo apparentemente morbido, un mondo dove la spaccatura fra le ideologie e quello che realmente viviamo, è sempre più stridente. Una scissione che secondo me è molto ben illustrato per esempio nel film del regista Ostlund, The Square, palma d’oro nel 2017. Una malattia che sembra una patologia autoimmune. Una società che divora se stessa, e se provi ad opporti, il rischio è di non sapere a chi rivolgerti, chi possono essere i tuoi bersagli.

Qui la psicoanalisi è uno dei discorsi possibili, nel senso che credo che uno psicoanalista sempre si ponga il problema di dove si trova, con chi sta parlando, cosa sta facendo.

Per esempio, mi ricordo che quando anni fa lavoravo nella provincia di Varese in un Centro di Salute Mentale, avevo lo studio pieno di donne, sulla cinquantina, che dicevano di essere depresse. Le psichiatre me le mandavano, per un “supporto”. Ben presto mi rendevo conto che il blando antidepressivo non faceva né poteva fare la differenza. Erano donne che per la maternità avevano rinunciato ad ogni realizzazione personale, e ora che i figli erano cresciuti, usciti di casa, si trovavano senza patente, in quelle villette vuote, pulite, ore e ore sole in casa. Metterle in contatto, creare dei gruppi, fu la prima cosa che mi venne in mente. E poi alcune presero la patente, e cominciarono a smuoversi delle cose. Non fu facile, perché i mariti si rivoltarono. Ogni movimento, genera degli effetti, e non tutti hanno gli stessi tempi. Quelle aree geografiche erano intrise di sospetto, paura dello straniero, e questo produceva solitudine, perdita del legame. La ricreazione di legami tuttavia, non è solo intrattenimento. Appunto, in questi casi, spesso emergeva che la depressione della donna, era anche un effetto del fallimento della coppia. Una coppia in cui il marito fuggiva nel lavoro e non vedeva il disagio della moglie, e preferiva una diagnosi un’etichetta, un farmaco, entrambi in fondo lo preferivano, piuttosto che interrogarsi sul legame, sullo stile di vita, su quali parole si dicevano e quanto comunicavano rispetto ai loro sogni, alle loro prospettive di vita, a quanto erano disposti a cambiare, a introdurre anche piccoli cambiamenti.

Non ho rinunciato a questo approccio complesso, anche gruppale, certo oggi so che ogni paziente, ogni persona, è un mondo, e devo essere molto cauta, ascoltare, non avere fretta. La psicoanalisi in fin dei conti è questo. Ascolto attento, libero, uno sguardo profondamente umano.

Oggi certo emerge soprattutto la forte crisi dei legami di coppia, ma alla fine tutti i legami sono in crisi, anche il legame genitore figlio, come ha ben illustrato la psicoanalista Laura Pigozzi, nel momento in cui non c’è più il senso della socialità, della gruppalità, anche il figlio diventa per lo più un oggetto, un oggetto di consumo capitalistico, un oggetto della madre, da mostrare come un trofeo, un figlio idolatrato, posseduto, in un certo senso, anche sessualmente, preso dentro in un maternage che non gli lascia lo spazio per desiderare di andarsene. Una società che invecchia sempre più, che non fa figli, e che non lascia spazio di crescita ai giovani. Si è giovani fino a 35 anni, per le statistiche per il lavoro, e poi a 40 anni, se sei fuori dal mercato del lavoro, sei da rottamare, anche se poi non avrai la pensione fino a 70 anni. E’ una società che divide il campo, in modo schizoide, fra chi funziona e chi non ce la fa. Una società dell’efficienza e della fretta, che in realtà si porta dietro una zavorra immensa di portatori di bisogni, di soggetti considerati pesi. Uscire da questa logica è non solo necessario, ma è l’unica chance che la società stessa ha per sopravvivere. Se penso alle donne della provincia di Varese, il problema può essere visto come un’epidemia di depressione, magari legata alla menopausa, oppure come un problema relazionale, anche geografico. Dentro c’è la patente, il rapporto con i mariti, le storie di vita, i lavori abbandonati, le formazioni interrotte, le aspirazioni da ritrovare, e i rischi che si possono e si accetta di correre.

 

D: Un’altra sorgente di grande conflitto interiore e col prossimo può essere il forte senso del dovere, l’imperativo categorico del “Devi” che molti di noi si portano dentro e che di recente, con i veloci e profondi mutamenti socioculturali, si è affiancato al “Godi”, come coniato dallo psicoanalista Massimo Recalcati. Se e come è possibile, secondo lei, convivere in modo sano e sereno con queste istanze interiori?

Una delle cose più importanti, uno dei regali che ho ricevuto dalla mia analisi, è stato proprio l’affrancarmi dal senso di colpa, dall’imperativo, dal “devi”. Molti analisti, del resto, e io sicuramente faccio parte di questi, vengono da storie di erranza, di fallimento. La psicoanalisi è un modo di pensare, è qualcosa che si incontra spesso nella seconda metà della vita, a partire da un fallimento, come anche ha illustrato sempre Recalcati, in un suo bel libro, “elogio del fallimento”. Fallire, incontrare uno scacco, ci obbliga appunto a interrogarci, a pensare a chi siamo, dove stiamo andando e dove invece vogliamo andare. Avere un progetto professionale, e poi accorgersi che quella strada è chiusa, doversi magari trasferire improvvisamente, incontrare insomma un ostacolo, una battuta d’arresto, è spesso qualcosa che ci costringe a interrogare il progetto che avevamo, a ripensarlo, ad accorgerci che magari non ci apparteneva.

Oggi certamente, il rumore di fondo è moltissimo. Apparentemente anche i giovani non sono più tenuti ad avere progetti da opporre a quelli dei loro genitori. Non c’è più il sogno di diventare ballerino o musicista, contro il desiderio del padre che vuole il figlio nel proprio studio dentistico o notarile. Oggi l’imperativo è “segui la tua inclinazione, la tua passione, il tuo talento”. Il soggetto, tuttavia, nasce nel campo dell’Altro, e se non c’è un desiderio col quale confrontarsi, se non c’è una disciplina, un limite, il “segui il tuo talento”, diventa un imperativo a fare tutto, a provare tutto, e a lasciare ciò che ci affatica.

Il risultato, è la noia.

Come cercare di opporsi a questo? Come vivere sereni, equilibrati, in un contesto come questo? Credo che non ci possano essere ricette buone per tutti. Per me, una cosa importante è pensare sempre, pensarsi. Ascoltare il proprio corpo, innanzi tutto. Se si ha appetito, ci si sveglia volentieri, si va incontro al giorno con gioia, se si ha piacere nel guardare il cielo, se si può vedere la volta celeste almeno qualche volta all’anno, se si hanno affetti e si rispettano e si coltivano interessi, tutto questo è frutto di pensiero e attenzioni costanti. E’ un lavoro. Un lavoro che facciamo, una disciplina. Come tenere in ordine la casa, richiede un ritmo, una serie di operazioni, una regia. Così è avere a che fare con noi stessi, con la nostra vita. Secondo me, per esempio, vivere in una grande città è molto penalizzante rispetto ad un certo contatto con la natura, che credo sia fondamentale per non perdere il senso profondo del piacere, il piacere corporeo, semplice, quello fatto del profumo del mare o dell’erba tagliata, quello delle passeggiate o delle nuotate. Occorre quindi che ci si pensi. Il malessere fisico o psicologico, non si creano in un giorno, non cadono dal cielo, sono effetto di una serie di privazioni, di rinunce, che man mano abbiamo accumulato. Lo stesso vale per una relazione affettiva. Una crisi, un tradimento, la fine del desiderio sessuale, sono sintomi forti, che si presentano magari all’improvviso, ma si formano nel tempo. Mantenere una relazione, alimentare una relazione, così come alimentare una passione, implica comunque anche una disciplina. Amore e disciplina, disciplina non come costrizione ma come esercizio anche benefico, che rinforza, che tiene in vita, sono due variabili fondamentali, senza le quali non c’è vita vivibile. Purtroppo oggi invece si sono persi o rischiano di perdersi entrambi.

L’amore nasce dove c’è una mancanza, dove ad una fusionalità ad un accudimento, ad una presenza, si associa anche un limite, un’assenza, il desiderio di un ritorno, il sogno di potersi ricongiungere. Così la disciplina è alimentata dalla curiosità, dal desiderio di accedere a piaceri più complessi e creativi. Senza la disciplina, senza la capacità quindi di sostare nell’incertezza, di attendere e procrastinare una soddisfazione, non può esserci sublimazione.

Come fare, quindi? Io penso che sia sempre valido il discorso di Freud: quanto amiamo? Quanto siamo autonomi? Cosa ci piace veramente fare? Ma la ricetta “Amare e lavorare”, non è così semplice come sembra. Non basta per essere felici lavorare otto ore, magari in un buon ufficio e guadagnare anche bene, se ci si sente un numero, se si hanno relazioni tossiche, se a casa si ha magari un marito che non vediamo mai, e quando lo vediamo ci litighiamo, o, peggio, ognuno fa la sua vita e non sappiamo neanche più perché viviamo sotto lo steso tetto. Forse per il mutuo, o per motivi di organizzazione familiare.

D’altronde, modificare queste situazioni richiede molto impegno, molto rispetto. Andare a toccare equilibri che si sono costruiti negli anni, riattivare e rivitalizzare parti di sé che sono rimaste in coma per anni, e che magari ormai ci fanno paura, non è per niente facile. A volte, all’inizio, ci si sente anche peggio. Un po’come quando, per ristrutturare una casa, dobbiamo demolire, è c’è un momento in cui tutto è un casino, e se non si riesce a stare in quel caos, sapendo che poi tutto potrò prendere un’altra forma, può essere difficile, molto angosciante. La fiducia verso una nuova organizzazione, implica lo stare dentro l’incertezza, è anche questa una disciplina.

 

D: Per concludere: da psicoanalista, quale messaggio finale vorrebbe rivolgere a chi ci sta leggendo?

R: Caro lettore, la psicoanalisi è una delle grandi rivoluzioni che il genio umano ci ha messo a disposizione. La scoperta che l’io non è padrone in casa propria, è una scoperta certo destabilizzante, ma che apre alla possibilità di conoscere cosa sia la libertà di cui solo gli uomini dispongono. Anche la scoperta dell’inconscio, come la scoperta di Galileo, ci ha tolti dalla centralità del nostro universo, ma ci ha fatto capire quanto è grande e misterioso il cosmo, ci ha fatto capire che quel che conta non è il controllo, ma l’immergersi nel flusso. Ogni conoscenza, procede per gradi, e ad ogni gradino successivo, si aprono altri immensi spazi di ignoto. La nostra vita, il tempo che abitiamo, è tutto quello che abbiamo. E’ uno spazio che ci è dato, e possiamo viverlo al meglio se accettiamo la nostra condizione, che è quella di essere strani animali, consapevoli della nostra morte, trafitti, attraversati dal linguaggio. Nasciamo fortemente immaturi, e per maturare, abbiamo bisogno di quello stranissimo marchingegno che è la relazione con l’Altro. Le cure materne, gli sguardi, entrano nella nostra carne, plasmano il nostro corpo immaturo, si impastano, e così si crea il nostro essere, si struttura il nostro corpo. Per avere un corpo, e mantenerlo sano, abbiamo bisogno per tutta la vita di relazioni, di amore, di disciplina, di sogni. Può darsi che verrà un giorno in cui non ci sarà più bisogno di dormire, e dunque non ci saranno più sogni, non ci sarà più l’arte, tutto sarà progettato e conosciuto, tutto sarà costruito solo per essere utilizzato, senza resti. Può darsi che arriverà un giorno in cui potremo parlarci in lingue diverse e comprenderci istantaneamente, e magari le lingue spariranno, e ce ne sarà una sola. Se quel giorno arriverà, la psicoanalisi non avrà più nulla da dire.

 

Leggi anche l’intervista allo psicoanalista Nicola Ghezzani: “Siamo tutti narcisisti?”

 

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