Come la parola può essere strumento di cura

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Intervista a Giorgio Bert sul potere curativa della parola e la medicina narrativa
di Anna Fata

 

Nella società attuale ammalarsi è forse una delle sciagure che ci possa accadere.
Attualmente la persona ammalata è un peso, un impegno, un dolore sia chi sta male, sia per coloro che stanno intorno. Qualcosa di cui per certi versi imbarazzarsi, vergognarsi, nascondere, preoccuparsi, prima ancora che occuparsi.

La malattia occupa sempre meno spazio nella nostra società. Le terapie sono sempre più all’avanguardia sul piano farmacologico, tecnologico, ma sul piano umano, forse, stiamo rimanendo molto indietro. Bisogna guarire in fretta, almeno dal punto di vista strettamente clinico, liberare il posto, contenere le spese sanitarie, riprendere velocemente le proprie attività.

La società deve andare avanti velocemente, si deve tornare a produrre. Non c’è tempo per elaborare anche emotivamente le ferite che ogni tipo di malanno comporta.

D’altro canto, quando la malattia diventa cronica la faccenda si complica ulteriormente. Il tempo, le risorse da mettere in campo si moltiplicano, per questo occorre trovare soluzioni capaci di ottimizzare costi e benefici.

In questa visione delle terapie e della medicina oggi sembra che ci sia sempre meno posto per le persone, e sempre più centralità per i sintomi, le singoli parti del corpo, le terapie mirate, veloci, efficaci. Le anime che ci possono stare dietro non solo non vengono prese in considerazione, nella maggior parte dei casi, ma si evita di pensare che esse possano influire sullo stato globale stesso della salute del corpo oltre che viceversa.

D’altra parte anche il personale sociosanitario che si trova a lavorare in questo contesto viene sempre più spersonalizzato e non può se non risentirne anche emotivamente. Riconoscere la persona che si ha di fronte vuole dire anche offrirsi la possibilità di essere riconosciuti a propria volta nella propria umanità, prima ancora che, come è ovvio, nella professionalità.

Eppure non tutto sembra perduto. Qua e là si possono individuare modelli di terapia e cura che sono in grado di osservare e tenere in considerazione l’essere umano nella sua globalità e complessità. Tutto questo con grande beneficio sia di chi si trova ad affrontare una malattia, passeggera o cronica, sia di chi a vario titolo è impegnato nella assistenza e nella cura.

Di questo e molto altro abbiamo parlato con Giorgio Bert, Medico, Fondatore dell’Istituto CHANGE di Counselling Sistemico narrativo (Torino), direttore del periodico La Parola e la Cura e del relativo Gruppo Facebook, Studioso di Medicina Narrativa e di Medical Humanities.

 

D: Lei è senza dubbio l’indiscusso Padre della “Medicina narrativa”. Ci può spiegare di cosa si tratta?

R: “Padre”?? Tutt’al più un figliastro… Madri e padri della MN sono T. Greenhalgh, B. Hurwitz, R. Charon e altri…
Detto ciò, visto che la MN oggi è di moda fin troppo, ribadisco la mia idea che non si tratti di una disciplina ma di un atteggiamento mentale che si acquista leggendo, scrivendo, ascoltando, studiando. L’uso consapevole e strategico della narrazione permette di esplorare la persona nella sua complessità e quindi di non limitarsi ad uno specifico aspetto di essa, che è oggetto di altre importanti forme narrative.
La MN implica una relazione tra professionista e paziente che trasforma la terapia in Cura.

 

D: Spesso tendiamo a confondere due termini di grande importanza e non necessariamente sovrapponibili: terapia e cura. In cosa, secondo lei, si differenziano?

R: Per la verità in italiano, nel parlare comune, i due termini sono spesso sovrapponibili. Io utilizzo la parola “Cura”, con iniziale maiuscola, per definire quella che in inglese è chiamata “care”: una condizione di “ansiosa sollecitudine” (“attention, anxiety, or solicitude”, Webster) nei confronti dell’altro non solo in quanto paziente ma in quanto persona.

 

D: Nella sua vita professionale ha prodotti numerosi contributi editoriali sulla Medicina Narrativa, la Slow Medicine, ma è riuscito anche a rendere attuativo quanto ha esposto. Ci racconta nel concreto il ruolo di Slow Medicine e come un eventuale paziente o anche un medico possano rivolgersi attivamente ad essa?

R: Viviamo in un mondo in cui la velocità è un valore, in cui “perdere tempo” è un peccato grave. La fretta, l’urgenza, ovviamente necessarie in alcuni aspetti della vita e della medicina, tendono a trasformarsi in generica superficiale frettolosità.

Il ritmo della vita, come quello cardiaco o respiratorio, va adeguato alla richiesta effettiva: la tachiritmia non è un valore “a prescindere”.

Il movimento Slow, di cui la Slow Medicine nelle sue diverse declinazioni internazionali è parte, è una sorta di pacemaker che adatta il ritmo alle necessità reali. In un mondo “fast” come l’attuale il risultato è in genere una riduzione del ritmo, una “slowness”.

 

D: Più volte lei ha dichiarato che la ricerca di senso le sta molto a cuore. Senza dubbio, tra le tante domande che una persona spesso si pone è: “Perché? Perché proprio a me?”. La medicina psicosomatica, ad esempio, cerca di decodificare il significato simbolico che il sintomo corporeo assume nel tentativo di risolverlo. Se e come pensa sia possibile aiutare un malato a trovare un senso, ammesso che possa esistere, alla sua condizione, transitoria o cronica che possa essere?

R: “Dar senso” a una condizione significa in genere essere in grado di narrarla, di trarla fuori da una situazione di interrogativi caotici, di domande senza risposta, di confusione.

Il caos è di per sé fonte di grave disagio: facilitare all’altro un percorso narrativo è un importante elemento di Cura. Non basta certo a renderlo più felice, ma più autonomo, più consapevole sì.

 

D: Quando si ammala una persona, in realtà, non è solo lei ad ammalarsi, ma l’intero sistema sociale e familiare in cui ella si inserisce. Quando una persona si ammala spesso si trova a dover sostenere non solo il peso del suo dolore fisico e della sua sofferenza emotiva, ma anche quello di coloro che le stanno intorno. Se e come è possibile, secondo lei, stare accanto ad una persona malata cercando fare percepire la propria presenza, senza per questo appesantire il già grande carico della persona sofferente?

R: La persona malata è, come tutti, elemento di un sistema, quello familiare, che mantiene un equilibrio dinamico tra i diversi elementi. La malattia si comporta come un elemento perturbante inatteso: esso introduce disordine nel sistema che deve trovare al più presto un nuovo equilibrio.

La posizione del medico o dell’infermiere, che è elemento del sistema in quanto interagisce entro di esso e tuttavia è anche esterno al sistema in quanto vi rappresenta non solo un personaggio ma un ruolo, può fare del professionista preparato alla Cura una guida verso quel nuovo equilibrio.

Si sa che ogni osservatore modifica il sistema osservato: la competenza nell’ambito della Cura permette di modificarlo nella direzione più armoniosa.

 

D: Se e quando una malattia sul piano fisico si risolve, nella migliore delle ipotesi ci si potrebbe ritrovare a fare il punto della propria vita, come se la malattia talvolta rappresentasse una sorta di giro di boa rispetto alla quale nulla è più come prima. Come è possibile, a suo avviso, affrontare nel migliore dei modi questo delicato passaggio?

R: Diventando consapevoli che le malattie, non solo quelle gravi, implicano un “prima” e un “dopo”, e il “dopo” non sarà mai uguale a prima. La “restitutio ad integrum” può esserci a livello biologico, non a livello sistemico.

Esplorare il “dopo” è un progetto di salute; lo sforzo di ripristinare il “prima” non lo è.

 

D: Quando la malattia, invece, diventa cronica, una sorta di compagna di vita mai attivamente né consciamente desiderata o ricercata, si tratta di creare un nuovo equilibrio nella propria esistenza. Si deve poter trovare un nuovo spazio dentro e attorno a sé in cui accogliere anche questa esperienza. Non sempre è facile convivere con qualcosa di noi che richiede costanti attenzioni, terapie, cure. Quale può essere, secondo lei, l’approccio migliore che un curante dovrebbe avere affinché il cliente possa essere facilitato in questo delicato processo?

R: Essere presente, vicino, disponibile, non giudicante, non pesantemente prescrittivo, non sottovalutante.
In situazioni come questa è più che mai importante camminare insieme, valutare insieme gli ostacoli, ciò che è possibile e realistico fare, ciò che sarebbe bello fare, ma al momento non si può.

Un percorso tortuoso, a zig zag, con passi avanti e indietro; il curante può accompagnare, guidare ma non trascinare o spingere con eccessiva violenza.

Non è intervento di Cura tamponare chimicamente ogni possibile sintomo o disagio, per eccesso di compassione o magari per semplice pigrizia.

 

D: Un altro tema su cui spesso lei riflette è quel del decadimento fisico e cognitivo in concomitanza con lo scorrere degli anni che inevitabilmente accade a ciascuno di noi. Se è come è possibile fare in modo che il naturale processo di senescenza possa essere vissuto come una normale fase di vita, senza eccessi di medicalizzazione, assistenzialismo o regressione disumanizzante?

R: Non sono convinto che la senescenza implichi un “naturale decadimento cognitivo”… Temo che le richieste eccessive di una cultura e di una società fast, ansiogena, costruiscano deficit cognitivi non limitati solo all’età avanzata. Se manca il tempo di far funzionare la mente, di pensare, di riflettere… Se manca il tempo per l’arte, la poesia, la capacità di cogliere attimi di felicità, la “senescenza” inizierà sempre più presto…

 

D: Strettamente legata alla domanda precedente è la fine di questa vita, che può accadere in modo brusco e precoce, oppure lento e tardivo. Ognuna di queste esperienze richiede un approccio diverso, ma pure sempre carico di cura, rispetto, umanità, da parte di coloro che a vario titolo circondano la persona in fase di congedo. Anche se è molto difficile stabilire modalità più o meno corrette per accompagnare la persona in questa delicata fase di vita, ci può dare qualche indicazione a riguardo?

R: Sul fine vita, sulla morte, sul morire non ci sono risposte semplici né brevi. La sola cosa che mi sento di dire è che ogni persona è viva fino all’ultimo minuto, e fino all’ultimo minuto ha un futuro che non è uguale per tutti (il “terminale” non esiste!) né già tracciato.

Rispettare quel futuro mi pare elemento fondamentale della Cura.

 

D: Per concludere: ci piacerebbe che potesse formulare una visione della medicina del futuro, una sorta di immagine della speranza in cui chiunque avrà una dolore fisico e/o una sofferenza emotiva potrà essere curato, nel rispetto della sua piena umanità. Sarà possibile e, nel caso, cosa possiamo fare oggi per cominciare a costruire concretamente e attivamente questo approccio?

R: La domanda include la risposta: la parola chiave per una medicina del futuro è “rispetto”. Rispetto per la persona e per la sua unicità, rispetto per le sue convinzioni, per i suoi valori, per i suoi pensieri, le sue parole, le sue emozioni, le sue speranze, la sua disperazione, le sue illusioni…

Rispetto” non è osservazione educata né generica rassicurazione: “rispetto” è ascolto, condivisione, guida saggia e prudente…

Rispetto è “vedere” l’altro e mostrargli che lo si “vede”.

 

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