Come vivere la vita per affrontare la morte

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Intervista a Marina Sozzi sul vivere e morire
di Anna Fata

La società contemporanea è molto complessa, evolve ad una velocità rapidissima, premia l’efficientismo, le performance superlative, il successo, la fama, la ricchezza economica, la felicità, la salute, il benessere. In questo modello esistenziale tendono ad essere accantonati altri aspetti forse meno eclatanti, mediatici e luminosi della nostra quotidianità: l’interiorità, con i suoi angoli oscuri e difficilmente conoscibili, le piccole e grandi delusioni, le sconfitte, le fatiche, la malattia, e, in ultima analisi, la morte.

Nelle culture orientali l’esperienza della morte, al pari di quella della vita, è parte integrante dell’esistenza. Al limite, non esistono opposizioni tra le due. Al contrario, sono esperienze che rappresentano due facce della medesima medaglia. Non si nasce né si muore una sola volta nella vita, ma infinite volte. Ad esempio, nella pratica della Meditazione ogni inspiro è allenamento all’accoglienza, al nutrimento, alla trasformazione, alla vita, ogni espiro è esercizio del lasciare andare, dell’abbandonare, dell’abbandonarsi, del morire. La morte finale non è altro se non una delle infinite morti già sperimentate nella vita.

Nella cultura occidentale la morte viene confinata, nascosta, temuta, al pari della malattia, della menomazione, della anzianità, dell’inabilità temporanea o definitiva. In genere ci limitiamo a sperimentare la morte quando perdiamo una persona cara e ci troviamo a dover affrontare il lutto, oppure la mentalizziamo fantasmaticamente quando ci troviamo a immaginare il giorno del nostro funerale o di quello di un nostro caro di cui temiamo la scomparsa.

In questo senso la psicologia affronta la morte prevalentemente in un’ottica di dolore, disagio, perdita, sofferenza, mancanza e nel momento stesso dell’emergenza dovuta ad un lutto.

Esiste, però, un’altra disciplina, forse meno nota, che è la tanatologia, che studia la morte e le successive modificazioni del corpo con finalità relative alla medicina legale. Con lo stesso termine si indicano anche gli studi sulla morte di carattere antropologico, psicologico e filosofico, una approccio più ampio e complesso che forse si presta meglio a fornirci quelle risposte sul vivere e morire che, può o meno, tutti cerchiamo.

Abbiamo parlato di questo e molto altro con Marina Sozzi, filosofa, bioeticista e tanatologa, che si occupa da vent’anni dei temi dell’invecchiamento, del morire e del lutto. Ha insegnato “Tanatologia storica” all’Università di Torino e ha scritto numerosi libri, tra i quali: “Reinventare la morte. Introduzione alla tanatologia” e “Sia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita”.

D: Il senso della vita e il suo valore si comprendono alla luce della morte: Secondo lei, concretamente, come possiamo imparare a declinare questo concetto, per certi versi paradossale, nella nostra vita quotidiana?

R: Non dobbiamo farci troppe illusioni, non è facile stare al cospetto della mortalità. In genere riusciamo a comprendere il più autentico valore della vita e a mettere ordine nelle nostre priorità quando attraversiamo una grave malattia, o un’esperienza che ci scuote dalla quotidianità, che ci obbliga a rimetterci in discussione. Ma è facile che la pasta dei giorni riassorba la nostra consapevolezza. Perché ciò non accada, occorre nutrire incessantemente la propria crescita personale.

D: Il dolore della perdita di una persona cara, ancora più se improvviso, non scaturisce solo dalla perdita materiale della stessa, ma anche dalla proiezione di noi stessi in quello sarà il nostro giorno della dipartita. Quando una persona ci lascia è come se si portasse via simbolicamente qualcosa di noi. Nell’elaborare il lutto si tratta non solo di lasciare andare la persona, ma di ristabilire una integrità interiore a prescindere dalla persona defunta. E’ un processo lungo e non sempre facile che comporta il rischio non solo di essere abbandonati, ma anche di abbandonare stessi. Come riuscire ad elaborare il lutto di una separazione, senza abbandonare noi stessi?

R: Non sono certa di aver compreso bene la domanda. La morte degli altri è, certamente, anche specchio della nostra morte, specialmente se a morire è la generazione che ci ha preceduti e, quindi, ci lascia in prima fila di fronte alla Falciatrice. Al dolore per la perdita si aggiunge allora proprio la sensazione (più o meno consapevole) che toccherà anche a noi. La perdita è un cambiamento radicale anche perché occorre reinventarsi un nuovo ruolo familiare e sociale: non si è più moglie di, fratello di, figlio di… Tanto più ci si è preparati, nella vita, ad accogliere il cambiamento, a comprendere che tutto finisce e si trasforma, tanto meno si rischia di arenarsi in un lutto bloccato. Il che non significa che non si soffrirà, naturalmente.

D: Quando una persona cara ci sta per lasciare non si è mai pronti abbastanza. Si possono adottare tutte le tecniche e le strategie del mondo per prepararci, ma quando si vive in prima persona, nel concreto, la situazione è sempre diversa da come ce la si era immaginata. Come fare, a suo avviso, a stare accanto ad una persona che si appresta a lasciarci, senza fare pesare il nostro dolore sulla fatica che la persona sofferente sta già portando di suo?

R: Io non credo che nascondere le emozioni sia mai una buona soluzione. Chi muore ha bisogno anche della nostra tristezza e delle nostre lacrime. E se si piange insieme, se è possibile parlare delle paure di chi muore e di chi resta in vita, la conversazione che ne deriva è preziosa, umanissima, importante viatico per chi parte e lascito insostituibile per chi rimane.

D: Oggi la morte, che di solito viene nascosta, allontanata, taciuta nel mondo concreto. Nel Web e ancora più nei Social Network sta cominciando ad essere rappresentata sugli schermi. Appaiono pertanto le grida di dolore delle persone in lutto, le richieste dirette o indirette di vicinanza, almeno sul fronte virtuale, i ricordi, la nostalgia e tutto quello che la sensibilità personale può indurre a condividere. Quasi mai appaiono immagini di morte, solo, a volte, qualche fotografia di remissione da una malattia. Quale è il suo pensiero in merito a questa rappresentazione mediatica della malattia e della morte?

R: Questo discorso è molto complesso. Da un lato il mondo virtuale rispecchia la negazione della morte del mondo reale: ad esempio, il web si è riempito di siti che propongono di costruire un avatar che ci sopravvivrà, che continuerà a postare dopo la nostra morte. Ma questi “spettri virtuali” rappresentano il terrore di scomparire degli individui di questa società dell’apparire.

Dall’altro lato, effettivamente, pare che le interazioni su FB aumentino dopo un lutto, e che nel mondo virtuale ci sia meno disagio a parlare di morte, a porgere le condoglianze, a stare vicini alle persone sofferenti perché hanno perso un congiunto. Tuttavia, manca la presenza fisica, mancano i riti, manca una cultura funebre in grado di consolare i vivi dopo la morte di una persona cara.

D: Lo Zen ci esorta a vivere e morire ad ogni istante. Ogni istante qualcosa di noi nasce e muore al tempo stesso. Secondo lei, come si può vivere in questo apparente paradosso che quello che stiamo iniziando oggi, un progetto di vita o professionale, di breve, medio o lungo termine è destinato a finire o a restare incompiuto?

R: Non si può pensare all’ quando stiamo iniziando un progetto senza bloccare l’umana creatività. Se gli esseri umani non si proiettassero nel futuro, non esisterebbe la civiltà. Non credo peraltro che sia questo il significato della raccomandazione Zen, per quanto io non sia un’esperta.

Credo che l’ideale sia costruire proiettandosi nel futuro, ma coltivare nella mente uno spazio di consapevolezza, in cui non dimenticare che un giorno dovremo lasciar andare quello che stiamo costruendo, passando il testimone ad altri dopo di noi. Questa è, a mio modo di vedere, la saggezza.

D: Vivere e morire sono aspetti naturali dell’esistere. Eppure fin da piccoli cerchiamo di proteggere i nostri figli dall’immagine delle persone care che se ne vanno, contribuendo, magari, a creare in loro una immagine distorta o quantomeno artificiale di tali passaggi. Come è possibile, secondo lei, accompagnare un figlio piccolo attraverso il decesso di una persona cara, un nonno o anche, al limite, un coetaneo, senza che ne resti traumatizzato?

R: Se noi adulti stiamo in una comunicazione veritiera, dicendo ai piccoli che anche noi abbiamo paura, che anche noi proviamo tristezza, che è normale che accada; insegnando loro che si può tollerare il dolore ma occorre salutare chi muore, e continuare a portarlo nel cuore, in nome della comune vulnerabilità e umanità, nessun bambino sarà traumatizzato. Sono gli adulti a creare il trauma, con i loro silenzi, le loro ambiguità, le loro bugie, che nel mondo infantile generano mostri.

D: Secondo lei, nell’esperienza della morte, propria o altrui, che valore possono avere la spiritualità e/o la religiosità?

R: La spiritualità (religiosa o meno) è importante innanzitutto per la vita. Se arriviamo alla nostra morte attraverso un percorso spirituale, forse riusciremo ad accettarla meglio. Ma non è un dogma. Non sappiamo nulla dell’esperienza della morte, e ricordiamo che siamo esseri interi, dove corpo e mente agiscono all’unisono. Talvolta la sofferenza del corpo offusca la spiritualità.

D: Una fase molto delicata dell’esistenza è l’accompagnamento di una persona cara lungo gli ultimi giorni della sua vita. La situazione può diventare ancora più complicata se la persona non ci riconosce più o è incosciente. Che consigli darebbe ad una persona che si trova a dover assistere un proprio caro in queste condizioni?

R: Gli consiglierei di provare a capire che cosa significa semplicemente “stare” in una situazione, senza fare nulla, sperimentando anche l’impotenza e la frustrazione insieme al dolore. Sono giorni, quelli dell’accompagnamento alla fine della vita di persone che avevo amato, che per me hanno rappresentato un’importante esperienza di crescita.

D: Si è parlato tanto di eutanasia, di morte assistita. Nella sua esperienza, nel mondo quali sono i contesti in cui vige il pieno rispetto della vita e della morte delle persone, come si declina nel concreto e soprattutto se e come potremmo applicarlo nella nostra società contemporanea?

R: Questo tema è delicato e complesso. Voglio solo segnalare un aspetto della questione, che mi sembra cruciale. L’Olanda e l’Oregon, che hanno forse le migliori legislazioni sull’eutanasia (anche se qualche problema c’è stato in entrambi), sono anche gli stati che hanno il sistema di cure palliative più avanzato del mondo. La mia preoccupazione rispetto all’eutanasia in Italia è che si finisca per approvare una legge mediocre (quelle di iniziativa popolare depositate in Parlamento sono carenti da molti punti di vista) che arresti o freni lo sviluppo (già faticoso nel nostro paese) delle cure palliative.

L’eutanasia e il suicidio assistito devono essere l’ultima ratio, in casi come quelli di Fabiano Antoniani, quando la vita non è sul finire, ma non è più sopportabile. Deve rimediare ai danni che talvolta una medicina troppo interventista procura alle persone quando tenta di salvarle. Ma non può sostituire un buon accompagnamento alla fine della vita.

D: Per concludere: Quale messaggio vorrebbe inviare a chi si trova nella sofferenza della malattia o della morte, sua o di una persona cara, e ci sta leggendo ora?

R: Non ci sono messaggi universali. Ognuno vive la sofferenza a modo suo, e questa sofferenza va rispettata fino in fondo. Le parole consolatorie di carattere generico sono perniciose: molto meglio il silenzio e la vicinanza fisica. Potrei inviare messaggi solo a qualcuno che conoscessi profondamente.

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