Come la gentilezza può renderti un capo migliore

La gentilezza come strumento per rafforzare la leadership
di Anna Fata

La nostra società oggi tende ad essere molto veloce, il nostro stile di vita e di lavoro è improntato alla fretta, all’efficienza, all’efficacia, all’essere diretti all’obiettivo, spesso a qualunque costo. In questa frenesia e ricerca assoluta delle buone performance, a volte, l’umanità si perde per strada.

Sensibilità, gentilezza, cordialità, cortesia, attenzione, ascolto, rispetto reciproco tendono ad essere marginalizzati in funzione del raggiungimento dell’obiettivo, possibilmente in modo veloce e con il minimo dello sforzo.

Eppure, in un numero crescente di contesti, in diverse scuole, ad esempio nel Trevigiano, a Cuneo, in alcune correnti politiche, in azienda, o in azienda, si parla e si applica sempre più una forma di “leadership gentile”. A quest’ultimo proposito, nello specifico, è stato dedicato un recente intero Convegno dal titolo “Gentilezza: La qualità che trasforma la leadership”, organizzato da Confindustria Abruzzo.

 

Quale posto può occupare la gentilezza di un capo ufficio in questo processo?

Quando si lavora, l’utile economico per forza di cose ha la sua centralità. Un’azienda che non ricava profitti che non ha un bilancio positivo non può proliferare. Talvolta la ricerca assoluta della produttività e del profitto rendono ciechi di fronte al fattore umano, che di fatto è e forse resterà sempre determinante in questo processo.

Parlare di gentilezza in un universo professionale veloce, efficace, efficiente può sembrare del tutto fuori luogo. La gentilezza è un modo di essere, di pensare, di trasmettere emozioni e di comportarsi. Etimologicamente la parola gentilezza comporta sensibilità, delicatezza, cortesia, civiltà.

Una persona gentile può rappresentare un modello, un esempio da seguire e questo risulta particolarmente evidente nel caso di un leader.

Secondo Elaine Hatfield le emozioni sono contagiose e il contagio avviene a partire dalla persona maggiormente carismatica che si trova in una stanza. Pertanto, se un capo è gentile, lo diventeranno di riflesso anche i suoi seguaci e con maggiore probabilità si creerà un ambiente di lavoro sereno e felice.

Diverse ricerche hanno messo in evidenza che i leader gentili innalzano il morale dei loro seguaci, diminuiscono l’assenteismo dei dipendenti, abbassando il livello di stress e il rischio di malattie cardiovascolari.

 

Come si diffonde la gentilezza?

Nel nostro cervello esistono i cosiddetti “neuroni specchio”, che si attivano sia quando una persona esegue un’azione, sia quando lo stesso individuo osserva la medesima azione compiuta da un’altra persona. Pare che grazie ad essi sia possibile comprendere gli altri ed entrare in risonanza emotiva ed empatia con loro.

Secondo David Loewenstein al lavoro è importante sapere bilanciare la gentilezza con la fermezza, manifestare in modo chiaro le proprie aspettative e non derogare dal loro conseguimento. Un leader gentile deve avere una solida spina dorsale composta da integrità, onestà e visione aziendale chiara.

Talora essere gentili può anche comportare compiere o pronunciare discorsi che possono non apparire tali. Spesso si è portati a pensare che le persone gentili non affrontino mai discussioni negative, scomode, scottanti. Ad esempio, vedere un proprio dipendente che ripetutamente compie i medesimi errori e astenersi dall’intervenire è tutt’altro che gentile. La gentilezza, infatti, nella sua essenza racchiude l’intento di aiutare le persone a migliorarsi. Per questo, a volte, può comportare il fare notare aspetti scomodi, negativi, delicati, scottanti, difficili da maneggiare.

Adam Grant nel suo libro “Give and Take” sottolinea come le aziende vincenti sono quelle in cui gli impiegati che danno, all’opposto di quelli che prendono, vengono incoraggiati e sostenuti. A questa affermazione Amy Cuddy, della Harvard Business School, aggiunge che i leader che trasmettono calore umano, prima ancora di dimostrare le loro competenze professionali, sono più efficaci di quelli che basano il loro operato prevalentemente sugli aspetti razionali e sulle abilità tecniche.

Le fa eco Jonathan Haidt della New York University che in una ricerca ha scoperto che i leader che si sacrificano in prima persona fungono da modello e ispirazione per i loro seguaci. Di conseguenza gli impiegati si dimostrano particolarmente fedeli, si impegnano e cercano a loro volta di essere di aiuto ai colleghi.

In breve: quando si lavora con persone che ci aiutano, a nostra volta si è maggiormente inclini ad aiutare gli altri a propria volta (ma non necessariamente proprio chi ci ha aiutati).

 

Alcune strategie per migliorare il luogo di lavoro

Secondo Kim Cameron e Emma Seppela è possibile applicare alcune strategie per rendere migliore il luogo in cui si lavora:

  • mostrarsi attenti, partecipi, interessati e avere cura dei colleghi, dei collaboratori e dei clienti
  • fornire sostegno reciproco, mostrando gentilezza e compassione specialmente quando gli altri sono in difficoltà
  • evitare di biasimare gli altri, di colpevolizzarli, di scaricare le proprie responsabilità
  • perdonare gli errori
  • ispirarsi reciprocamente e comportarsi in modo esemplare al fine di fungere da modello vicendevolmente
  • trovare ed enfatizzare il senso del proprio lavoro
  • trattare gli altri con rispetto, gentilezza, empatia, gratitudine, fiducia, onestà.

Per certi versi la nostra natura istintuale ci accomuna ai primati. Si è visto che tra gli scimpanzé i migliori leader non sono quelli aggressivi, né quelli passivi o remissivi, ma coloro che si interessano agli altri, che hanno a cuore il loro benessere e che al tempo stesso li rendono responsabili.

Tra gli esseri umani si verifica un meccanismo simile: se un leader riprende in modo rude un impiegato per un suo errore nel suo cervello viene secreto l’ormone cortisolo che innalza il livello di stress, la pressione sanguigna, i battiti cardiaci. In questo modo egli sarà ancora più a disagio, distratto, confuso al punto che sarà più probabile che compia ulteriori errori.

 

Per concludere come si manifesta la gentilezza in un leader?

La gentilezza in un leader si può manifestare nei seguenti modi:

  • lodare il lavoro ben fatto, garantendo a priori che vengano trasmessi chiaramente gli standard e le aspettative a cui attenersi
  • porre attenzione allo stato d’animo dei dipendenti e al tempo stesso fare in modo che essi si assumano le loro responsabilità
  • focalizzarsi più sulla risoluzione dei problemi e meno sul colpevolizzare, biasimare, rimproverare, pur non evitando di affrontare anche le discussioni difficili, quando è necessario.

Essere gentili e comportarsi in modo tale non significa essere sempre simpatici, piacevoli, buoni. Non sempre è facile capire se ci si sta comportando in un modo o nell’altro. Per poterlo comprendere potrebbe essere utile chiedersi: “Con il mio comportamento ho favorito oppure ostacolato il raggiungimento degli obiettivi aziendali?”. Essere gentili, alla lunga ripaga, l’importante è essere sempre consapevoli degli intenti dei propri comportamenti.

 

Per approfondire, leggi il libro: “La Vita Professionale e la Pratica Meditativa

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