Perché le donne dovrebbero esprimere la loro rabbia

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Come elaborare le emozioni distruttive
di Anna Fata

Nella cultura occidentale odierna la rabbia non è donna. Nel senso comune l’espressione della rabbia da parte delle donne non viene particolarmente ben vista né accettata. Per questo ne derivano comportamenti come la soppressione o la repressione.

A lungo termine, però, per le donne tale soffocamento delle proprie emozioni non è senza conseguenze. Ansia, attacchi di panico, oppure depressione, malesseri psicosomatici quali gastrite, ulcera, mal di testa, intestino irritabile, ipertensione, sfoghi cutanei possono rappresentare delle valvole di sfogo simboliche di tale repressione emotiva.

In realtà la rabbia è una delle tante emozioni che accomunano ogni essere umano, uomo o donna che sia, giovane o meno giovane. Si tratta di imparare a riconoscere sul nascere le sensazioni associate alla rabbia, accettarle e gestirle in modo sano e rispettoso di sé e degli altri, così che non possano nuocere, ma rappresentare un modo come un altro per esprimere i propri bisogni e necessità.

 

I meccanismi della rabbia

Le donne sono tendenzialmente propense a dubitare di se stesse, soprattutto in merito alla rabbia. Ipotizzano che si tratti di possibili risposte esagerate ad alcune situazioni da parte loro, oppure si sentono responsabili oltre misura delle circostanze.

Per questo motivo sono più inclini a trattenersi nelle loro espressioni rispetto agli uomini, oppure si avvalgono di meccanismi di difesa quali il mascherarsi o proiettare su chi sta intorno ciò che in realtà appartiene loro. Oltre alla possibilità di sviluppare sintomi psicosomatici o legati ad ansia, panico, stress, è molto più probabile che manifestino anche depressione rispetto agli uomini. Anche se nelle donne l’incidenza della depressione è superiore, esse tendono a non percepire più la rabbia, mentre invece gli uomini possono essere depressi, ma continuando a sentire ed esprimere la rabbia.

Nell’immaginario collettivo è ancora molto forte la convinzione che esprimere la rabbia sia inappropriato o poco femminile. Questa credenza, però, alla lunga crea agitazione, confusione interiore, dubbio, evitamento emotivo ed una lunga serie di conflitti profondi con se stesse.

Disconnettersi dalle proprie emozioni, perdere l’auto consapevolezza riduce la capacità di percepire e rispondere in modo adeguato ai propri desideri, bisogni, necessità. Tutto questo a sua volta mina fortemente la propria sicurezza, autodeterminazione e capacità di vivere una vita piena, realizzata, soddisfacente.

Una evoluzione che di recente si è rilevata consiste nel fatto che gli uomini continuano ad essere in grado di manifestare la loro rabbia con le parole e le azioni, mentre anche alcune donne stanno diventando più inclini a loro volta a fare altrettanto, anche se la maggior parte tende ad indirizzarla contro se stessa. Tale atteggiamento, però, porta ad avviare una sorta di rimuginio, di dialogo interiore autodistruttivo che spesso sfocia nella depressione.

 

Le ripercussioni della rabbia nella vita e nel lavoro

Sopprimere la rabbia, reprimerla, proiettarla alla lunga portano a percepire l’ambiente esterno come minaccioso, ostile, non in grado di rispondere ai propri bisogni. Si comincia a credere che gli altri ce l’abbiano con noi, che siano minacciosi. Si intraprendono pertanto, per lo più inconsciamente, comportamenti che possono suscitare proprio l’ira altrui. Il che porta a confermare le proprie convinzioni interiori.

Si crede che le altre persone siano piene di rabbia, in realtà siamo noi i primi ad essere arrabbiati.

Questa disposizione interiore e comportamentale arreca numerosi problemi sul piano delle relazioni affettive e nell’ambiente di lavoro. In quest’ultimo contesto, ad esempio, gli uomini si prendono maggiori libertà d’espressione, se le donne fanno altrettanto, invece, sono considerate fonte di problemi. Inoltre, in una ricerca condotta da Salerno e Hagene, si è rilevato che a parità di manifestazioni di rabbia da parte di uomini e donne, le espressioni iraconde di queste ultime risultano meno in grado di influenzare i comportamenti altrui rispetto a quelle degli uomini.

Si è riscontrato, inoltre, che le stesse forze che inducono le donne a sopprimere la rabbia le spingono anche a covarla e trattenerla più a lungo. Questa reazione si verifica perché quando ignoriamo, minimizziamo, sopprimiamo, neghiamo delle emozioni queste non scompaiono, ma continuano ad esercitare la loro azione nel profondo. Esse cercano in tal modo di richiamare la nostra attenzione perché implicano una sofferenza interiore.

 

Le strategie sane per esprimere la rabbia

Per avere un approccio sano nei confronti della propria rabbia gli uomini dovrebbero imparare a sedersi con la loro rabbia, ad ascoltarla, conoscerla, senza necessariamente esprimerla con le parole o con i gesti, cercando le radici che alimentano la loro sofferenza.

Le donne, invece, dovrebbero imparare a riconoscere il dolore che sta sotto la rabbia che essendo trattenuta tende ad accrescerlo ulteriormente. Esse dovrebbero concedersi l’opportunità di dare voce alla loro rabbia in contesti e modi sicuri e protetti, magari con l’aiuto di un professionista, psicologo o coach. E’ possibile coltivare un modo sano e costruttivo di esprimere la propria rabbia, a patto che si mettano da parte i pregiudizi contro questa emozione.

La rabbia se non riconosciuta, repressa oppure espressa indiscriminatamente può dare adito a rischi per la salute personale di se stessi e di coloro che stanno intorno, oltre che per la propria vita affettiva e professionale. Paradossalmente la perdita del controllo avviene proprio quando si ha poca familiarità con la rabbia, la si teme, non si conosce ciò che la alimenta e la sostiene.

La Meditazione in questo senso può rivelarsi una pratica molto semplice, ma assai efficace grazie alla quale sviluppare consapevolezza, calma, assertività, accettazione di sé, degli altri, delle proprie ed altrui reazioni ed emozioni. E’ possibile imparare a stare seduti con quello che si prova e si sente, senza necessariamente agire o sentirsi sopraffatti. In questo modo quello che viviamo viene attivamente elaborato e viene lasciato andare esattamente come sorge, senza danneggiare la nostra salute, le relazioni, né il lavoro.

 

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