Il valore del lavoro oggi

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Intervista allo psicoanalista Marco Focchi
di Anna Fata

Il lavoro rappresenta una delle sfere di vita in cui tendiamo a dedicare più spazio e tempo, forse ancora di più rispetto alle relazioni affettive. Il lavoro è sempre stato qualcosa capace di destare le emozioni e i pensieri più disparati e contrastanti. Oggi in modo particolare, in cui appare particolarmente scarso e forse non solo insufficiente per tutti coloro che lo vorrebbero, ma anche non in linea con le aspettative, i desideri, le fantasie, le ambizioni, le esperienze e il bagaglio formativo che ciascuno possiede, questi vissuti contrastanti appaiono ancora più netti e stridenti.

Il lavoro rappresenta un banco di prova che, al pari delle relazioni affettive, è costituito prima di tutto da rapporti umani e non. Il lavoro risveglia fantasmi legati al potere, al comando, alla obbedienza, al denaro, alla leadership, alle dinamiche di gruppo, all’autorealizzazione, alla motivazione intrinseca ed estrinseca, alla responsabilità, al senso del dovere, all’etica e molto altro.

“Amare e lavorare,
questa è la mia ricetta contro i mali oscuri dell’uomo”
S. Freud

In questo senso la psicoanalisi può aiutare molto a dare un senso ai vissuti, i comportamenti, le relazioni che si dipanano in tali frangenti. Nel tempo, però, la maggior parte dello spazio lo ha occupato la psicologia del lavoro che si è forse comportata più in termini descrittivi e prescrittivi che non in direzione di una ricerca di senso simbolico degli accadimenti.

 

Cos’è il lavoro

Nella lingua latina il termine lavoro sembra derivare da “labor” che indica la fatica e quindi lavorare si riferisca all’operare faticando. A sua volta la radice sanscrita “labh” rimanda letteralmente ad afferrare, mentre in senso figurato significa orientare la volontà, il desiderio, l’intento, oppure intraprendere, ottenere.

Anche in diverse altre lingue pare che l’accezione di fondo negativa di questo termine si ripresenti.

Lo stesso Freud in una prima fase delle sue riflessioni ha analizzato il lavoro in modo prevalentemente negativo e pessimistico come forma di rinuncia al piacere, coercizione, ostacolo alla spinta egoistica e anti sociale che connota il profondo dell’animo umano.

In seguito la sua visione evolve verso una accezione sublimata del lavoro che consente di trarre piacere anche dal suo svolgimento, di viverlo come sostituto possibile della attività sessuale, come forma di conoscenza, di contatto con la realtà, di attività di gruppo, di fondamento e motivazione al rapporto sociale.

Nel tempo, quindi, Freud considera il lavoro come: strumento di controllo della vita emotiva, attività finalizzata alla sussistenza del singolo e della società, luogo di adattamento e confronto col reale, modo di espressione e realizzazione delle pulsioni, fase del processo di conoscenza del mondo, parametro di valutazione della salute psicofisica.

 

Le interpretazioni psicoanalitiche del lavoro 

I contributi psicoanalitici al tema del lavoro, in realtà, non si limitano esclusivamente a Freud, e indagano sia la sfera intrapsichica individuale, con l’analisi del lavoro, le sue caratteristiche e il suo impatto sulla formazione dell’identità individuale, sia quella interpersonale e sociale con lo studio dei gruppi. In questo secondo filone Bion, Foulkes, Rickman, Main, Turquet, Jaques hanno offerto importanti contributi e hanno influenzato molto gli orientamenti della psicologia del lavoro.

Tra le interpretazioni pessimistiche del lavoro possiamo ritrovare Reik secondo il quale esso è strettamente connesso al senso di colpa e come tale diventa uno strumento di espiazione. Hendrick ritiene che il lavoro si differenzi dal principio di piacere e che sia l’espressione dell’istinto a padroneggiare, a controllare l’ambiente. Lantos sostiene che lavorare non sia finalizzato a trarre piacere, ma che semplicemente rappresenti l’effetto della spinta all’autoconservazione dell’individuo e della specie e che l’unico piacere che ne può derivare si verifica solo quando vi è equilibrio tra Io e Super Io.

Kohut tende a discostarsi da queste posizioni precisando che la capacità di amare e lavorare dovrebbe poter essere accompagnata dalla soddisfazione, dal senso di benessere che ne deriva. D’altro canto occorre sottolineare che forse ciò che conta ancora di più è la capacità di investire la propria energia libidica, evitando blocchi nevrotici, di elaborare e superare possibili conflitti e ancora più essere in grado di avviare e mantenere relazioni positive in senso ampio con l’altro da sé, umano o non che sia, sia nella sfera professionale, sia in quella privata.

 

I legami e le relazioni nel lavoro 

Tutti i legami umani, privati, intimi o professionali che siano, in realtà, creano un effetto che va ben oltre le specifiche circostanze. Oggi la tanto diffusa assenza del lavoro, oppure un disagio all’interno della sua sfera, influiscono inevitabilmente anche sulle relazioni nella propria vita privata e viceversa, e creano un circolo vizioso oppure virtuoso.

Elliott Jacques, uno dei cofondatori del Tavistock Institute, a sua volta, si distingue da questa corrente pessimistica. La sua attenzione è stata focalizzata ampiamente sui gruppi in cui i vissuti psicologici, conosci e inconsci, del singolo si intrecciano e si intersecano con quelli del gruppo stesso nei suoi aspetti sociali, culturali, economici, che come tali per essere compresi richiedono un approccio ampio, aperto, multidisciplinare. Nel suo pensiero un grande peso ha assunto il tema della creatività, in quanto egli ritiene che ogni lavoro sia creativo e che ogni creatività sia un lavoro.

Un altro suo merito sta nell’avere distinto all’interno del lavoro due componenti: una prescrittiva, composta da norme e regole da rispettare, e una discrezionale che riguarda la capacità e la possibilità soggettiva di autoregolarsi ed esprimersi in modo creativo e personale. Ogni lavoro comporta la compresenza di questi due aspetti, in quantità maggiore o minore.

Relativamente alla dimensione gruppale del lavoro Bion ha apportato notevoli contributi. Egli ha focalizzato la sua attenzione più sulla produttività e meno sull’introspezione, con la convinzione che in ogni gruppo vi fossero sempre e comunque degli elementi psicotici.

 

Il lavoro come strumento di crescita personale 

Questa premessa si è resa necessaria per cercare di comprendere se, come, quanto, dove, perché e per chi il lavoro può avere un maggiore o minore impatto sullo sviluppo della soggettività individuale, la costruzione dell’identità, l’autorealizzazione, lo sviluppo e il mantenimento dei legami, la capacità di essere creativi, utili e contribuire al bene sociale.

Ancora oggi, anzi, forse soprattutto oggi il lavoro è fonte di grande desideri, aspettative, ambizioni, fantasie, e al tempo stesso rifiuto, peso, timore, angoscia, o anche vera e propria schiavitù fisica e soprattutto psichica.

Il lavoro in determinati contesti può rappresentare una vera e propria terapia, come ad esempio nel caso della cosiddetta “ergoterapia”, che fa sì che la persona si confronti con la realtà, agisca in modo concreto, costruttivo, produttivo, sociale, e meno egoistico, si senta utile, realizzato, trovi un senso al suo esistere e agire. D’altro canto non si può negare che lavorare esponga al tempo stesso ad un confronto duro con il reale fatto di esigenze, richieste, comandi, tempi, modi, che possono indurre stress, ansia, depressione, disistima e accentuare preesistenti difficoltà relazionali.

Mai come oggi il lavoro, in un’epoca di crescente progresso, automazione, innovazione, dovrebbe poter fare appello non solo alle sue dimensioni economiche e produttive, ma anche a quelle umane, etiche, di benessere personale, sociale, ambientale.

Per certi versi si potrebbe affermare che si dovrebbero poter conciliare le istanze del paterno, che sancisce norme, regole, disposizioni e nel caso, anche sanzioni, e quelle del materno che è in grado di ascoltare, accogliere, comprendere, avere cura.

 

L’intervista: Le dinamiche psicoanalitiche del lavoro 

Cosa può dirci la psicoanalisi in merito a queste dinamiche?
Ne parliamo con Marco Focchi, Psicoterapeuta, Psicoanalista, membro AME della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, Direttore dell’Istituto Freudiano per la Clinica, la Scienza, la Terapia.

 

D: In un’ottica psicoanalitica, quale potrebbe essere una definizione del termine “lavoro”?

R: Per Freud il lavoro è in prima battuta il lavoro onirico. Si tratta di una trasformazione delle rappresentazioni per renderle atte a realizzare il sogno. Si applica a una forma di pensiero inconscio, completamente diversa da quello vigile, e consiste in spostamenti di intensità, rimescolamenti che obbediscono alle considerazioni di raffigurabilità.

Naturalmente con questo parliamo di qualcosa di molto diverso da quel che intendiamo abitualmente come lavoro, quello che ci dà un ruolo nella società e che ci permette di guadagnarci da vivere.

Consideriamo però che il lavoro, per Freud, è anche una delle condizioni di guarigione. Ritrovare la capacità di amare e di lavorare, come riporta il suo esergo, questa è la definizione freudiana della guarigione.

Dobbiamo quindi considerare che nel lavoro ci sia un’implicazione libidica, un modo di utilizzare la nostra capacità erotica e operativa di cui il lavoro del sogno dà un’idea. Lavorare è un modo di investire le proprie energie nel mondo, e quindi è una fonte di piacere.

Naturalmente è molto diverso se abbiamo un lavoro alla catena di montaggio in fabbrica o se abbiamo un lavoro creativo che ci permette di realizzarci. Qui si pone tutta la questione del lavoro alienato, che però va al di là delle questioni a cui possiamo rispondere con la psicoanalisi.

 

D: Pur partendo dal presupposto che ciascuno di noi è unico e irripetibile e che non sono possibili generalizzazioni, su un piano simbolico il lavoro cosa potrebbe rappresentare?

R: Naturalmente tutto dipende da quanto mi riconosco nel mio lavoro. Ci sono persone che odiano quel che fanno, e vi si adattano solo per ragioni di sopravvivenza, e non credo rappresentino un numero trascurabile, soprattutto con la direzione che sta prendendo la società attuale.
Se si ha la fortuna di avere invece un lavoro appagante, che richiede il nostro sforzo, ma che ci compensa con risultati a cui attribuiamo un valore, allora il lavoro è quel che ci dà un posto nel mondo, che segna le nostre coordinate simboliche.

La prospettiva tradizionale vede in questo posto una decisa differenza tra maschile e femminile. La ragione di una caduta depressiva per un uomo spesso può essere la perdita del lavoro, mentre per una donna a spingere in quel senso è più la perdita di un legame d’amore. Ma questa è una visione ormai in via di declino. Sempre più il lavoro conta nel mondo femminile, e sempre più spesso vediamo personalità maschili che sviluppano forme di dipendenza dal legame con la partner che, deluse, possono anche portare al passaggio all’atto.

 

D: “Cosa farò da grande?”: chi più, chi meno, almeno una volta nella vita la maggior parte di noi si è posta questa domanda. Oggi molti di noi, complice la carenza di posti di lavoro, si trova a svolgere delle attività professionali che non sempre rispondono ai propri desideri o al proprio percorso di studi. Se e come potrebbe essere possibile non restare troppo delusi dal confronto tra il lavoro sognato, immaginato, fantasticato, progettato, atteso e quello poi svolto concretamente?

R: Il quesito che pone questa domanda riguarda la distanza tra l’ideale e la realtà, e questa distanza è molto variabile, perché occorre tenere conto della costituzione psicologica della persona, più o meno realista, più o meno idealista, e poi del tipo di lavoro. Come ho detto sopra c’è una grande differenza nel rapporto che si ha con un lavoro alienante e con un lavoro creativo. È chiaro che la distanza tra ideale e realtà nel primo caso è massima, e può annullarsi nel secondo.

Occorre in ogni caso fare un bagno di realismo: in ogni contesto professionale ci sono attriti con i colleghi, ci sono cose che non funzionano, appaiono delusioni rispetto alle aspettative, ed è sempre l’ideale che bisogno limare, ridurre, decostruire, perché la realtà invece è solida.

Naturalmente si può considerare che il lavoro non occupa tutto lo spazio della vita, almeno non necessariamente, ed è sempre opportuno lasciarsi aperte oasi di interessi, sottratte all’impero dell’utile, in cui rifugiarsi. Anna O. la paziente di Breuer studiata da Freud, malgrado la vita di sofferenza e di costrizione in cui era imprigionata, aveva un proprio teatro privato che era la sua fantasia. È lei a darci un consiglio utile:

non lasciatevi incastrare in modo univoco in nessuna forma di attività.

 

D: Quali potrebbero essere i requisiti affinché una persona possa essere definita un “buon (o bravo) lavoratore”?

R: Sia detto senza ironia: il buon lavoratore è quel che nella clinica incontriamo come nevrotico ossessivo. Il sintomo nella nevrosi ossessiva spesso si manifesta in forma di rituali che hanno una funzione scaramantica: se non faccio tre passi avanti e due di lato prima di proseguire succederà qualcosa di brutto alla mia fidanzata, o a mia madre, o a mio padre, o comunque a qualcuno che amo.

I rituali hanno la funzione di ingabbiare una certa aggressività. Si tratta però di un’aggressività che nasce dal soggetto stesso e che si rivolge a una persona amata. In nessuno più che nell’ossessivo è presente l’ambivalenza tra amore e odio. È questo intreccio la fonte di tutti i suoi problemi. Se l’aggressività si rivolgesse a un nemico, non sarebbe un problema, sarebbe anzi sentita funzionale. Ma la mescolanza di amore e odio, i sentimenti negativi che si rivolgono in modo distruttivo a una persona, cara crea un serio problema.

La soluzione dei rituali costituisce una sorta di gabbia simbolica per contenere le colate laviche dell’odio, per purificare l’amore dall’ambivalenza. Si tratta però di costruzioni sintomatiche ingombranti, che possono creare notevoli difficoltà nella vita. Se questi rituali sono però investiti in operazioni utili, poiché spesso il lavoro di routine implica forme di ripetitività che possono risultare tediose, allora diventano una risorsa. Quello che a qualcun altro potrebbe apparire come noiosa reiterazione, per l’ossessivo implica un sotterraneo godimento che glielo rende non solo sopportabile, ma persino qualcosa da cercare.

Se si tratta invece di un lavoro in cui occorre prendere decisioni rapide non è all’ossessivo che dobbiamo rivolgerci, perché l’oscillazione indecisionale è parte essenziale del suo carattere. Per i lavori di decisione l’isterico ha le caratteristiche appropriate. La sua elasticità libidica lo rende adatto a estremizzare le situazioni rischiando la perdita, e in ogni decisione c’è una perdita.

Mobilità, ricerca della varietà, spinta verso il nuovo in un modo che può essere anche consumistico portano poi l’isterico a essere il candidato ideale per i lavori in cui l’apparenza ha un ruolo importante. L’isterico vive infatti incessantemente il timore di veder cadere il velo-dietro-il-quale-nulla con cui si presenta sulla scena pubblica. È quindi quanto di meglio si possa trovare per curare, custodire, produrre tutto ciò che fa immagine.

Per gli psicotici le società antiche riservavano posti di grande rilievo: fondatori di religioni, condottieri senza paura della morte, arringatori di folle. C’era un modo di convogliare i deliri straordinari, alla Schreber, in grandi discorsi che non correvano nei solchi già segnati perché ne aprivano di nuovi.

Oggi le grandi psicosi non hanno più lo stesso spazio sociale, ma quello che chiamiamo psicosi ordinaria può ancora trovare modo di investimento in un lavoro che non richieda particolari legami e imponga un certo isolamento. L’informatica si è fino a oggi giovata dei grandi contributi di molti psicotici senza manifestazioni eclatanti di delirio, ma con delle forme di deriva, di sganciamento sociale che trovano la propria ancora naturale nel regno del virtuale.

Come si vede cerco di collocare il buon lavoratore non in base alla costruzione di un ideale astratto ma cercando di vedere quello che può essere un buon uso dell’inconscio.

 

D: Se e come si possono conciliare le diverse istanze, spesso anche molto contraddittorie, che sottostanno ai diversi aspetti del lavoro, quali ad esempio la soddisfazione della necessità dei soldi, strumento oggi quasi fondamentale per l’acquisto di ciò che attiene alla sopravvivenza, il senso del dovere, la responsabilità, l’impegno, con la libertà, la creatività, il piacere, la soddisfazione, l’espressione di sé, l’impiego dei propri talenti, l’autorealizzazione, la coltivazione delle relazioni?

R: Credo che questa domanda trovi risposta nell’articolazione della risposta precedente: si tratta di mettere a profitto i sintomi. La psicoanalisi non è una terapia soppressiva del sintomo, perché sappiamo che il sintomo ha una funzione nell’economia psichica.

Naturalmente poi il sintomo prende la mano, e diventa in impedimento per la vita. Non si tratta tuttavia di contrastarlo, ma di metterlo a frutto, di assecondarne il ritmo, in modo che quello che Freud chiamava il tornaconto secondario, la soddisfazione che il sintomo rende al soggetto, prenda il sopravvento sulla sofferenza che produce quando si riduce a pietra d’inciampo.

 

D: Non tutte le persone si sentono portate per svolgere un lavoro dipendente, così come molte altre non se la sentono di praticare una libera professione o di avviare una propria attività imprenditoriale. Quali possono essere le caratteristiche di personalità, le istanze consce e inconsce, che possono indirizzare verso una strada oppure l’altra?

R: Non tutte le persone si sentono di svolgere un lavoro dipendente, ma molte preferiscono un lavoro dipendente proprio perché libera da ogni responsabilità. Ho avuto un paziente che per un anno ha trovato sollievo dalla propria nevrosi quando ha fatto il servizio militare: doveva solo obbedire agli ordini, e questo gli era molto più facile che cercare ogni volta di capire cosa volesse fare. Il dovere è una soluzione quando il soggetto si perde nei labirinti del desiderio.

Gli imprenditori invece – ho avuto molti pazienti di questo mestiere – sono spesso persone angosciate che trovano modo di proteggersi dalla pressione del desiderio dell’Altro prendendo le redini dell’esistenza e governando quello che succede.

Non è il solo caso possibile naturalmente. Ho conosciuto anche imprenditori che sono stati spinti a farlo per un desiderio di coordinare a un fine comune insiemi di persone che sentivano come beneficiate dalle loro iniziative. Non voglio dire si tratti di filantropi, ma di persone con un forte senso della collettività, dove l’impegno nell’impresa è funzionale alla spinta interiore di coordinare altri condividendo con loro i risultati.

 

D: Leader si nasce o si diventa: questo è uno tra i dubbi a cui numerose ricerche hanno cercato di fornire una risposta. Oggi in molti ruoli professionali è richiesta una buona abilità di leadership. Se e cosa si può fare per migliorare le proprie capacità di leadership?

R: Non sono sicuro che migliorare le proprie capacità di leadership sia cosa migliore in cui qualcuno si possa impegnare. L’importante è fare bene le cose che si fanno, e ci sono certamente cose che non si possono fare da soli, che richiedono un lavoro di squadra. Naturalmente il lavoro di squadra va coordinato, e ci vuole qualcuno capace di farlo senza schiacciare i compagni di lavoro, e al tempo stesso essendo in grado di spronarli, di ispirare il desiderio e l’energia necessari per procedere. In questo caso la leadership nasce dal rapporto con la buona causa, con il lavoro che occorre fare.

Se chi coordina ha fatto sua questa causa, o è convinto della bontà del lavoro, sa ispirare anche gli altri e motivarli nell’esecuzione del compito. La buona guida nasce quindi dal buon rapporto con la causa. Quando invece cominciamo a inseguire una capacità di leadership indipendentemente da ciò per cui si lavora, siamo sull’orlo di qualcosa di deteriore, che confina con l’attuale degradazione della politica nel momento in cui inizia a produrre partiti personali.

 

D: Oggi più che mai viviamo in una società complessa in cui anche il lavoro sta diventando un’attività altrettanto articolata e costantemente in divenire. Così come scompaiono continuamente e rapidamente numerose professioni del passato, altrettante ne sorgono e anche quelle che resistono evolvono di conseguenza. Tutto questo, in realtà, avviene in un contesto sempre più relazionale, dove la collaborazione e la cooperazione sono sempre più rilevanti. Se e come è possibile favorire le relazioni al fine di essere più collaborativi e cooperativi, con lo scopo, tra gli altri, di raggiungere gli obiettivi professionali in modo più efficace ed efficiente?

R: Nel contesto attuale siamo passati dallo schema fordiano allo schema Toyota, che implica partecipazione, condivisione, apparente maggiore democrazia. Qual è però la prospettiva in cui tutto questo si muove?

Quella del sempre maggior profitto, la logica neoliberista di cui non occorre fare la critica perché già ampiamente il mondo contemporaneo ha aperto gli occhi sui danni che ha prodotto. Anche se apparentemente sembra che, imprigionati nel motto thatcheriano “there is no alternative“, nulla sembra poterci smuovere da questa pericolosa direzione presa dal mondo contemporaneo.

Prima, quindi, di una riflessione strategica su come creare migliore collaborazione mi pare imprescindibile una riflessione sui fini per cui questa collaborazione è richiesta. Lo scopo di un efficientismo senza la consapevolezza degli obiettivi a cui l’efficienza si rivolge subordina tutti gli sforzi allo stato esistente, su cui molte cose ci sarebbero da ridire.

 

D: La creatività è un concetto molto ampio che non si esplica esclusivamente nel contesto professionale, ma anche in numerose aree della nostra esistenza, pubblica e privata. Se e come si può diventare più creativi, nella vita e nel lavoro?

R: La creatività è il contrario della padronanza. Finché vogliamo governare strettamente i nostri processi psichici è perché stiamo adottando una delle strategie possibili per difendersi dall’angoscia.

La creatività sgorga invece dalla possibilità di lasciare libero flusso ai nostri processi psichici, senza il timore di violare dei copyright, perché la grande produzione umana viene dal contributo molteplice di chi getta il proprio sassolino in una corrente più grande di lui e di ciascuno.

Tutto il materiale di cui disponiamo esiste già e, in un certo senso “tutto è già stato pensato”. Come insegna però uno dei teoremi più profondi della storia della matematica, se disegniamo un quadrato infinito che contiene tutti i numeri decimali possibili, possiamo sempre tracciare una diagonale costruendo un numero che non era precedentemente contenuto. Lasciare spazio alla creatività significa seguire il tracciato di questa diagonale.

 

D: Oggi, grazie anche alle nuove tecnologie, al telelavoro, allo smart working, i confini tra vita privata e professionale risultano sempre più sfumati e con essi anche i relativi ruoli, generando, a volte, pericolose invasioni di privacy. Se e come può essere possibile imparare a bilanciare gli spazi e i tempi della vita privata, intima con quella pubblica, professionale?

R: I manager che ho seguito in analisi erano tra le persone più assillate, più braccate dal lavoro, con i quali era più difficile fissare appuntamenti perché non erano quasi liberi di disporre del proprio tempo. Il lavoro li inseguiva con le email, li inseguiva a casa, invadeva gli spazi domestici e inevitabilmente rompeva gli argini del sonno. O semplicemente generando insonnia, o producendo i cosiddetti “sogni lavorativi”, perché quando non c’è più tempo per lasciare andare un po’ la testa liberamente, i sogni si assumono il compito di trovare le soluzioni che non si ha il tempo di pensare durante il giorno.

È chiaro che una persona in queste condizioni si trova in una stretta nevrotica da cui non c’è interpretazione che la possa liberare, e il lavoro analitico deve incentrarsi molto sull’attuale. Occorre evadere dalle richieste a volte insensate di una dirigenza che ha perso i confini dell’umano, per la quale il lavoro diventa uno spazio di conquista e di sacrificio analogo a quello che sarebbe stato il mondo inesplorato per un imperatore antico. Gli imperatori antichi riuscivano però ancora a sognare.

Un buon bilanciamento sarebbe tracciare delle linee inviolabili di protezione. Ma è possibile per un manager farlo senza farsi licenziare? Sono le contraddizioni e i labirinti della contemporaneità.

 

D: La pensione, tanto attesa e desiderata da molti di noi, rappresenta un momento di transizione molto delicato che impone un ripensamento di ruoli, modi, spazi, tempi, energie che possono mettere a dura prova. Se e come è possibile affrontare al meglio questo passaggio che consente di affacciarsi ad una nuova dimensione di vita?

R: Naturalmente la pensione non è sempre attesa o benvenuta. Non ho sentito mai nessuno dei miei colleghi esprimere il desiderio di andare in pensione, e non conosco nessuno che ci sia davvero andato. È perché amano il loro lavoro, ed è un lavoro che si può fare, forse anche meglio, con l’avanzare dell’età. Ma stiamo parlando di persone che hanno la fortuna di svolgere un lavoro scelto, creativo e soddisfacente. Non è evidentemente un privilegio che vale per la maggioranza delle persone.

Per altri la pensione è l’orizzonte a cui hanno rimandato di fare tutto quello che immaginano piaccia loro fare, assolti dal dovere del lavoro necessario a mantenere se stessi e la propria famiglia. Il rischio è però che si apra uno spazio indefinito e vuoto, senza la precisa quadrettatura data delle scadenze degli orari lavorativi. La maggior parte delle persone riesce tuttavia a evitare l’insidia del vuoto. Basta avere qualche interesse intorno a cui riorganizzare il proprio tempo e la propria libido.

Certo può esserci lo shock di chi, per esempio, in qualche agenzia importante aveva uno staff di segretarie a sua disposizione e si trova a dover gestire da solo il proprio tempo, senza le potenti propaggini offertegli da una grande organizzazione. Ma non è nulla di insuperabile. Può servire qualche momento per riorientare le proprie coordinate, ma le nuove miniere di tempo liberato a disposizione trovano presto modo di convogliarsi nei porti di una nuova organizzazione di vita, che può riprendere il filo dei compiti che si stanno lasciando, come tanti che di dedicano alle consulenze nello stesso settore in cui lavoravano, o che può trovare nuove vie e nuovi amori.

L’importante è non trovarsi come in quel film interpretato da Jack Nicholson, A proposito di Smith, dove una desolante solitudine si affaccia dopo la vita lavorativa. Non ritirarsi in se stessi è il primo requisito per riorganizzare proficuamente la propria nuova disponibilità di un tempo ormai qualitativamente diverso.

 

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