Riflessioni sull’Amore contemporaneo

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Intervista allo psicoanalista Roberto Pozzetti
di Anna Fata

Uno dei termini che nei secoli è stato forse tra i più usati e abusati è quello di Amore. Esso non attiene solo al linguaggio della vita quotidiana, ma in ampia parte a quello dell’arte, della cultura, della scienza, della psicologia, della filosofia, della sociologia, della spiritualità, della teologia, della psicoanalisi.

Quando le parole vengono utilizzate in diversi contesti possono assumere sfumature di significato anche molto differenti tra loro. Talvolta possono arrivare a perdere di vista quella che era la loro etimologia originaria.

 

Cos’è l’Amore

Se leggiamo l’enciclopedia Treccani alla voce Amore troviamo scritto:

Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia”,

a cui seguono le precisazioni che si può rivolgere sia a sé stessi, sia alle persone care, come ad esempio i figli o gli amici, e non solo al partner, sia, in ambito religioso, in senso ampio al prossimo, oltre che a Dio.

Solo come seconda definizione si fa riferimento all’Amore propriamente detto tra partner:

“Sentimento che attrae e unisce due persone (ordinariamente, ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva; comune a tutte queste forme è, di norma, la tendenza più o meno accentuata al rapporto reciproco ed esclusivo”.

E’ interessante sottolineare come l’etimologia della parola Amore rimanda al verbo “amare” che si rifà ad “amma”, cioè mamma e a “amita”, cioè zia, in questo senso, forse, alludendo alle basi che si pongono fin nell’infanzia di questo sentimento. D’altro canto un’altra interpretazione riconduce il verbo “amare” al greco “mao”, cioè desiderio, l’effetto dell’inclinazione e della passione suscitate da una forma esterna.

Spesso l’Amore viene confuso con l’innamoramento, la fase iniziale di infatuazione, di intensa eccitazione emotiva, mentale, fisica che spesso si accompagna ai primi incontri di una coppia. In questa fase spesso si finisce con l’idealizzare il partner, si attribuiscono caratteristiche e virtù che in realtà non possiede, al limite si proiettano parti di sé che poi risultano particolarmente amabili, tramite l’altro. Per certi versi è quello che in parte si può definire “amore narcisistico”, che comporta vivere l’altro come prolungamento di sé stessi, da cui si dipende e da cui ci si sente condizionati.

Per alcune correnti psicoanalitiche questo è l’unico tipo di Amore che un essere umano può essere in grado di alimentare. Da qui la spiegazione della pressoché inevitabile situazione odierna di legami liquidi, che si sciolgono dopo poco tempo, appena sfuma la passione, le prime difficoltà si affacciano e l’altro si mostra ai nostri occhi per quello che in realtà è, che, in genere, non rispecchia il nostro Ideale.

 

L’amore consumistico odierno 

Oggi la concezione che molti di noi hanno dell’amore incarna bene il modello liberistico e consumistico in cui siamo immersi. L’Amore, le relazioni, l’altro sono oggetti da usare, consumare e sostituire alla prima difficoltà, rottura o obsolescenza. Il nuovo appare un mito da rincorrere e perseguire sopra ogni cosa con l’illusione che sia sempre e comunque meglio del vecchio.

Non si riesce a vedere il sempre nuovo all’interno del vecchio, ma si crede che il nuovo sia qualcosa che ancora non è in nostro possesso. Da qui la rincorsa senza fine a inseguire qualcosa che, di fatto, non si riesce mai a raggiungere.

Confondiamo spesso il desiderio con il godimento, cioè con un atto che è più legato al possesso, il pieno uso, come ricorda la sua etimologia, che non con qualcosa a cui al tempo stesso si ambisce, di cui si sente la mancanza e che, paradossalmente, si avverte come perduta irrimediabilmente.

Oggi più che mai si parla di Amore e relazioni. E’ uno dei temi che in ogni contesto viene più affrontato e dibattuto. Forse è proprio questo grande e fumoso eloquio che ci fa comprendere quanto questo sentimento sia assente nella nostra vita.

Cerchiamo di colmare i nostri vuoti, le nostre mancanze con gli oggetti, che alla lunga risultano sempre insufficienti a dare un senso al nostro esistere. Se nell’Amore l’altro è insostituibile, grazie a lui tutto il mondo appare continuamente nuovo e diverso, quando l’altro viene ridotto ad un oggetto, esso segue l’andamento della stagione di una moda, si consuma, perde la sua aurea di novità e viene sostituito con un altro.

Spesso risulta molto evidente quanto siamo carenti nel nostro lasciarci attraversare dall’Amore, nell’essere disposti a perdere la pretesa di controllo, dominio, possesso e al tempo stesso vi resistiamo strenuamente, con grande dolore e frustrazione. Incolpiamo l’altro, il fato, o il destino e ci ostiniamo a non vedere come noi stessi contribuiamo ad alimentare questo circolo vizioso con una pericolosa coazione a ripetere.

Quello che ne risulta è una identità, un ego sempre più irrigidito, chiuso su sé stesso, autarchico, frustrato, regredito, arrabbiato con se stesso e con il mondo, cinico, disilluso, incapace di aprirsi e incontrare veramente l’altro e il mistero che comporta. Questo sfocia talvolta anche nella violenza, emotiva, mentale o talvolta anche fisica verso l’altro che viene percepito come persecutore, come causa di ogni nostra difficoltà affettiva e relazionale.

E’ possibile riaprirsi all’Amore oggi? E’ possibile andare oltre una immagine narcisistica dell’Amore di sé? Che risposte può darci la psicoanalisi in materia di Amore?

 

L’intervista allo psicoanalista Roberto Pozzetti

Ne parliamo con Roberto Pozzetti, Psicoanalista, Membro Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e Associazione Mondiale di Psicoanalisi, Professore a contratto di Psicologia generale e clinica, in lingua francese, e di Psicologia dinamica alla LUDeS di Malta (Campus di Lugano – Svizzera). Presidente della Associazione InOut di Como, Consulente Tecnico d’Ufficio del Tribunale Ordinario di Como.

 

D: Qual è la definizione di Amore che offre la psicoanalisi?

R: Chiunque sia toccato da Eros, diventa un poeta anche se prima era senza ispirazione – questa è una splendida definizione dell’amore proposta da Platone nel Simposio, il più antico testo occidentale sull’amore. Un testo che include elementi da psicoanalisi ante litteram, commentato ampiamente dallo psicoanalista Jacques Lacan nel suo seminario VIII, interamente dedicato a quella forma d’amore denominata transfert.

Credo vadano distinte diverse forme d’amore. Esiste un Amore con la A maiuscola? Esiste un Amore totalizzante, assoluto oppure si tratta di una pia illusione quando non persino di un deludente imbroglio? Vi è una cospicua differenza fra l’amore nella coppia, l’amore genitori – figli, l’amore per un ideale, l’amore per il proprio lavoro, l’amore per Dio, l’amore per il prossimo, l’amore per il sapere, l’amore fraterno. Le dinamiche di un amore che si realizza non sono le stesse di quelle di un amore impossibile o perennemente inappagato eppure persistente.

Molteplici sono le definizioni dell’amore offerte dalla psicoanalisi: sarebbe troppo ampio riportarle tutte, specialmente negli spazi di questa intervista. Ne ho scritto qualcosa nel libro “Esiste un amore felice? Sul trattamento psicoanalitico delle crisi di coppia” (NeP, Roma, 2016). Seleziono alcune fra queste descrizioni dell’amore, che hanno toccato il mio cuore.

La psicoanalisi, già con Freud, disgiunge anzitutto l’amore narcisistico dall’amore per appoggio.
L’amore per appoggio – detto anche amore anaclitico – si impernia sulla sostituzione del genitore amato nell’infanzia con il partner della vita adulta. Una ragazza amerà una figura maschile che le ricorderà il papà protettivo; un uomo sarà attratto da una donna che sostituirà in qualche modo la passione originaria per la madre nutrice.

L’amore narcisistico concerne, invece, un ideale: si ama quello che si è, vale a dire la propria immagine allo specchio, oppure ciò che si vorrebbe essere e si vede nell’amato. Non di rado, si configura come un amore a prima vista; l’amante ama la bellezza del partner, è affascinato dalla giovinezza oppure ancora dallo status sociale o ancora da quello economico dell’amato.

Erich Fromm distingueva un amore maturo e uno immaturo. La manifestazione cardine dell’amore immaturo è: “Ti amo perché ho bisogno di te”; la frase più emblematica dell’amore maturo è al contrario la seguente: “Ho bisogno di te perché ti amo”.

Nota è una fra le definizioni dell’amore proposta dal Dottor Lacan: “Amare è dare ciò che non si ha”. Amare è dare la propria mancanza. Vi è ben poco amore nel donare degli oggetti, vi è ben poco amore quando i genitori riempiono i propri figli di oggetti così come un uomo regala tanti orpelli alla propria compagna. Dare ciò che si ha è la posizione del ricco. Dunque – come ci insegna Lacan – l’amore è smarcato dagli oggetti. La domanda d’amore è una domanda intransitiva, è una domanda senza oggetto.

Non che non vi sia della verità in questo, non che vi siano gradienti qualitativi e punti di svolta nello statuto dell’amore. Vi sono senza dubbio ragioni inconsce che ci conducono a ripetere dinamiche relazionali, pure nelle relazioni affettive, la cui origine si rintraccia in radici specifiche della storia individuale e familiare.

Vi è, tuttavia, di più. Vi è dell’altro. Credo molto nell’amore insensato, un amore che scatta, si rafforza e diviene saldo senza sapere bene il perché, in quanto vi troviamo quel je ne sais pas quoi che lo rende unico e irripetibile. Nella vita amorosa, questo avviene molte volte. La rosa è senza perché – affermava il mistico Angelo Silesio. Anche l’amore talvolta è senza perché.

 

D: Se e come si differenzia dall’innamoramento o infatuazione nel breve termine?

R: L’innamoramento è anzitutto un sentimento più effimero, più volubile rispetto all’amore. Non di rado, irrompe in modo acuto e assai intenso; si consideri per questo un film come Prima dell’alba, successo che ebbe poi dei sequel, con la narrazione di un innamoramento improvviso fra la francese Julie Delpy e lo statunitense Ethan Hawke, in un’unica giornata trascorsa in quel di Vienna.

L’innamoramento si contraddistingue, in certi frangenti, per una minor stabilità. Nell’infatuazione, nel flirt, scorgiamo una certa dose di idealizzazione che, come ogni forma di idealizzazione, risulta sovente esposta al rischio di un cedimento fino a naufragare.

Svariate sono le evoluzioni dell’iniziale innamoramento. Si dipanano lungo un ventaglio, lungo una gamma di tonalità affettive: vanno dal volgersi in aggressività o persino odio a un consolidarsi nella forma di un amore consistente ed eterno; si dispiegano da un legame più pudico, analogo all’amicizia o alla relazione fra sorella e fratello, a una graduale attenuazione dell’ardore erotico che permette comunque di cogliere il partner in una versione d’amore meno immaginaria e maggiormente reale.

L’amore, in breve, si presenta come una vera svolta, come effettiva trasformazione di discorso che l’innamoramento non offre. Un vero amore cambia la vita e la orienta in una direzione inedita.

 

D: Se e come può avvenire una evoluzione da innamoramento ad Amore?

R: Questa evoluzione avviene accettando e apprezzando colui o colei di cui ci si era invaghiti e innamorati anche nella sua versione più reale, una volta affievolita quell’immagine reale che aveva acceso la scintilla della passione. Ce ne parlano i più giovani, quando elaborano il passaggio dal fidanzamento alla convivenza o al matrimonio arrivando ad amare proprio quell’accezione di singolarità scabrosa che non avevano visto e neppure intuito fosse tanto radicata nel partner e che non avrebbero neppure accettato tanto facilmente solamente poco tempo prima.

Lacan afferma che non esiste rapporto sessuale, ovvero che fra due, chiunque essi siano non vi è mai piena unione. Qualcosa fa obiezione, fa ostacolo. Non vi sarà mai coincidenza fra il godimento maschile e il godimento femminile. L’uomo crede di abbordare la donna. Solo che ciò che abborda è la causa del suo desiderio, incardinata nelle proprie fantasie sessuali. E’ questo l’atto d’amore. L’atto d’amore è il tratto di perversione maschile, che impedisce l’unione completa con una donna.
Fare l’amore è poesia. Ma tra la poesia e l’atto c’è un mondo – dice ancora Lacan, nel seminario XX intitolato Ancora, nome della domanda d’amore, che domanda amore ancora e ancora.

La domanda d’amore caratterizza intimamente ogni essere umano. Mentre l’innamoramento si dimostra fugace, la pratica della psicoanalisi ci insegna come l’amore fornisce talvolta una stabilità esistenziale, tanto in casi di nevrosi quanto in alcuni casi di psicosi ordinaria, di follia del tutto compatibile con la vita quotidiana e la normalità. Nella traiettoria che porta dall’innamoramento inziale all’amore, ogni giorno il legame diviene più solido e il sentimento si arricchisce.

L’ideale amoroso può procurare un saldo ancoraggio a soggetti che rischiano altrimenti di sprofondare in un baratro. Ci si cura spesso con l’amore e la psicoanalisi stessa è una cura, basata sulla funzione della parola e sul campo del linguaggio, al cui cuore sta l’amore di transfert.

 

D: E’ possibile parlare di scelta inconscia del partner? E, nel caso, come avviene?

R: Freud parlava di scelta inconscia, di scelta forzata proprio a proposito di testi letterari fra i quali Amore e psiche di Apuleio, di Cenerentola, a proposito del Mercante di Venezia di Shakespeare così altre opere ancora. Quando un uomo compie una scelta fra donne, per esempio fra tre donne, non si tratta in effetti di una scelta del tutto libera. Occorre far ricadere la scelta su un certo preciso tipo di donna. La motivazione della scelta è primariamente determinata dall’inconscio.

Incontriamo quotidianamente pazienti che soffrono pene dell’inferno nella loro vita amorosa, affranti dal dolore indotto dalla “scelta” di un partner tale da far loro del male. Ci dicono che non possono tuttavia farne a meno. E’ più forte di loro la spinta a mettersi nei guai cercando sempre amanti già sposati, con figli da accudire, invischiati in problematiche di dipendenze da inebrianti o in talaltre forme di addiction, violenti nella vita intima, disattenti alle loro esigenze, sordi nei confronti della loro angoscia. Si accorgono di cercare sempre quel tipo di uomo o di donna, di ripetere involontariamente delle dinamiche relazionali tali da condurli verso quel labirinto affettivo ed erotico.

Basta ascoltarli con attenzione e interesse per svelare la scena che fa da matrice di tale ripetizione: scena centrata sul ricordo di un evento traumatico e, ancor più spesso, su una dinamica relazionale vissuta sulla propria pelle oppure osservata fra le mura domestiche della famiglia d’origine. La scelta inconscia del partner trae talora origine non soltanto dai genitori ma perfino dai fratelli, dai cugini o dagli zii. Non è impossibile che ci si orienti verso un coniuge completamente distante dai tratti parentali proprio a causa del desiderio inconscio di allontanarsi radicalmente da loro.

Vi sono, in ogni caso, dei margini di manovra per il soggetto nell’effettuare tale scelta. Se così non fosse, la psicoanalisi si ridurrebbe a un mero determinismo. In effetti, attraversando i paletti miliari della propria organizzazione di desiderio e di godimento, chi è analizzato ha delle opportunità per venire meno ingannato dal proprio inconscio e per posizionarsi in modo inedito in una ripetizione dalla quale è comunque impossibile affrancarsi completamente.

Non in tutte le occasioni, però, la scelta è così palesemente associabile a un posizionamento rispetto alla dimensione inconscia. In certune vicissitudini, i casi dell’esistenza conducono all’amore senza senso, senza un’elaborazione che si possa mettere in parole, parole oltretutto superflue e inadeguate quanto al cogliere l’amore nel suo cuore reale. Lo cantava Vasco Rossi:

Ho guardato dentro a un’emozione
E ci ho visto dentro tanto amore
Che ho capito perché non si comanda al cuore
E va bene così, senza parole.

 

D: Nella società odierna i legami si allacciano e si sciolgono assai velocemente. Spesso si soprappongono e si intrecciano tra di loro. E’ possibile amare in modo autentico e profondo più di un partner contemporaneamente e avere più relazioni parallele?

R: Oggi si parla comunemente di poliamore. Non è impossibile che, in un futuro non così lontano, divenga frequente instaurare legami plurimi, alla luce del giorno. Al momento, però, le relazioni parallele sono vissute nella clandestinità.

Di solito, i legami che si sovrappongono sono contrassegnati da una divaricazione fra amore e desiderio; nella forma più comune di suddetta esistenza sentimentale, un uomo ama teneramente una donna nella quale scopre un tratto materno e sprigiona la propria sensualità soltanto con un’altra figura femminile dalle caratteristiche diverse, sovente in un clima di degradazione dei costumi.

Dunque, in questa non inusuale organizzazione della vita emotiva, non si tratterebbe tanto di due amori contemporaneamente attivi quanto di una biforcazione fra amore e pulsione sessuale.

Afferma Lacan: “Bisogna essere in tre per amare”. Lo sostiene senza implicare necessariamente il poliamore ma, più estesamente, la funzione del Terzo nella coppia. Si appoggia, per questo, appunto su una propria rilettura del Simposio di Platone. Come è noto, si tratta della narrazione di un banchetto nel quale i conviviali, a turno, parlano del Dio Eros e ne tessono l’elogio. Nel corso del convivio, giunge il giovane Alcibiade il quale, disinibito da una strumentale ebbrezza, compie una sviolinata rivolta all’amato, il sapiente Socrate; questi si sottrae a tale adulazione, affermando che Alcibiade ha parlato non per il suddetto maestro di filosofia ma per un terzo ovvero per Agatone, effettivo oggetto d’amore.

La saggezza degli antichi testi ci permette di precisare una chiave di lettura idonea al trattamento delle crisi di coppia nella società odierna. Allora l’elemento terzo si staglia meno come fattore di rischio per il funzionamento della coppia e più come accortezza risolutiva. Quello che la psicoanalisi apporta alla dialettica d’amore congiunta con il sapere di matrice filosofica e alla produzione poetica in chiave letteraria o musicale è, tuttavia, anzitutto una prassi imperniata sull’ascolto della parola del soggetto analizzante. Passiamo dunque in rassegna alcune delle figure attraverso le quali la funzione del terzo fa capolino nella nostra pratica di psicoanalisti.

La più nota fra queste figure è forse quella dell’altra donna. In un legame di coppia, il semplice profilarsi di un’altra donna tende a rinvigorire e corroborare il desiderio. Si tratta, più palesemente, del far ingelosire il partner ma anche di issare in modo velato la questione misteriosa della femminilità. Molte signore si interrogano sull’enigma della femminilità in quanto è proprio attraverso l’altra donna, solitamente percepita come maggiormente adulta e dotata di attributi sensuali, che giungono ad assumere il proprio corpo sessuato.

Un’altra figura di questo elemento terzo cruciale per accendere la passione nella coppia è l’oggetto causa del desiderio. Fra due, quali essi siano, fra un uomo e una donna, vi è sempre in sovrappiù l’oggetto. Già Hegel, riletto da Lacan, sosteneva che il desiderio è il desiderio dell’altro. L’oggetto che suscita il desiderio di uno diviene anche l’oggetto desiderato dall’altro. Ne scorgiamo prove molteplici fra le quali la consuetudine di una ragazza di inserirsi nel circuito del desiderio soltanto se il fidanzato rivela interesse erotico per un’altra donna. Rinveniamo fattori in grado di appassionare la coppia attraverso un interesse comune che funga da Terzo nel progettare le vacanze, nell’acquistare una casa congiuntamente, nel recarsi a teatro, al cinema o a una mostra, nell’andare in palestra o a correre insieme.

Essenziale è poi un’altra figura di questo elemento Terzo che, lungi dal situarsi quale motivo di rivalità e aggressività, costituisce sovente un coronamento dell’amore: il bimbo. Diventare genitori, avere dei figli è molte volte un emblema di quanto si possa amare in modo autentico e profondo più di una persona. Non si ama soltanto il partner ma anche il figlio o la figlia. L’amore fra genitori e figli risulta spesso quello più solido, tendenzialmente eterno, che non crolla neppure nel tempo. Una delle mie tesi, costruita anzitutto sulla scorta dell’esperienza come psicoanalista, è che tenda a dimostrarsi più duraturo l’amore fra genitori e figli rispetto a quello nella coppia.

 

D: Che cosa rappresenta il tradimento all’interno di una relazione?

R: L’uomo tradisce per rilanciare il desiderio e la passione erotica, nello sforzo soggettivo di separarsi dalla relazione stabile ove si è andato spegnendo lo slancio della sessualità e nell’auspicio di ritrovarne l’energico calore.

Dal lato donna, il tradimento avviene più spesso per amore: a volte come conseguenza di una insoddisfazione patita nella relazione matrimoniale; altre volte per la riscoperta dell’impeto d’amore, sia pure idealizzato, che era appassito nel legame nuziale.

Scoprire un tradimento equivale spesso al crollo della fiducia e ciò può avere una conseguenza catastrofica, nel caso ci si sia affidati totalmente al coniuge quanto alle sorti della propria esistenza. Si ricordi quanto avviene dopo il tradimento, nel bellissimo film La vita di Adèle: l’omonima protagonista cercherà a due riprese di rinfocolare il legame con la donna struggentemente amata ma la rottura del legame di coppia si confermerà definitiva e irremovibile.

Tradire – come si intende facilmente a livello linguistico – è comunque un dire, un dire qualcosa che ci si è astenuti dallo svelare. Rappresenta un dire al partner che non si sta più bene insieme, che si è affievolita la fiamma della veemenza erotica, rappresenta l’esprimere un dissapore profondo, comunicargli quanto era rimasto celato, coperto dal non detto, per senso di colpa, per pudore o per vergogna.

Tradire si connette anche a un trasgredire, trasgredire singolarmente alle regole non scritte del legame. Trasgressione che è spesso la condizione del riaffiorare di un desiderio volto a varcare una soglia, oltrepassando i limiti di quanto è lecito. Trasgredire singolarmente, soprattutto quando la coppia ha perduta quella intima complicità che permetteva di farlo insieme.

 

D: Se e come è possibile il perdono di un tradimento all’interno di una relazione?

R: Credo sia sempre preferibile soffrire per amore anziché non avere nemmeno mai amato sciupando perciò le occasioni di piacere e di gioia che la vita affettiva comunque offre.

Non è sempre così facile chiedere scusa, domandare venia, implorare il perdono. Rammento una strofa di Elton John: “Sorry seems to be the hardest word. Scusa sembra sia la parola più difficile”.

Vi è un ricco testo di Jacques Derrida, importante filosofo francese che iniziai a leggere oltre venticinque anni or sono, intitolato Perdonare. Secondo Derrida, vi è perdono soltanto di ciò che è imperdonabile. Alcuni fra coloro che ascolto mi dicono non avrebbero mai pensato di accettare il prosieguo della relazione di coppia nel caso avessero scoperto un tradimento in quanto sarebbe venuta drasticamente meno la fiducia, collante indispensabile di un legame. Eppure lo hanno fatto. Hanno perdonato quanto consideravano sarebbe stato imperdonabile. Da subito o dopo qualche tempo, sono riusciti a perdonare. Lo hanno fatto talvolta per i figli, altre volte per dare un’ultima chance, altre volte ancora per far trionfare l’amore nonostante tutto, in alcune circostanze ancora senza sapersi ben spiegare razionalmente il senso di tale perdono.

Non sempre è possibile perdonare. A volte vengono toccate delle corde troppo intime tanto da lasciare dell’astio, del rancore, del risentimento impossibile da mitigare. Si tratta allora di distinguere le coppie che giungono alla separazione da quelle che proseguono per una parvenza, per un’apparenza sociale covando odio, vendicatività, dando il via a una serie di ripicche non di rado centrate sulle relazioni extraconiugali volte più a farla pagare al traditore che a un effettivo nuovo slancio d’amore o di erotismo.

 

D: Cosa accade, invece, nei due partner quando una relazione si infrange, nel caso della persona che decide di andarsene, in quella che viene lasciata, oppure quando di comune accordo i partner decidono di congedarsi reciprocamente?

R: A volte la ferita è troppo intensa, il dolore lancinante, l’orgoglio irrimediabilmente leso. Non resta altra strada oltre a quella della separazione. I due percorsi di vita si dividono.

Chi interrompe il rapporto sentimentale, è in posizione attiva. Ha deciso di andarsene per vivere la propria esistenza da solo o per un nuovo progetto di coppia. Crede, spesso illusoriamente, di riscoprire altrove il brio e la passione affievoliti nella monotonia del legame abitudinario.

Chi subisce la separazione soffre certo di più. Spera sovente che la crisi sia momentanea e di poter ricominciare. Si domanda se e in cosa ha sbagliato. Entra in una dolorosa fase luttuosa: la propria abitazione gli appare ormai vuota, avverte la penosa mancanza della persona amata, patisce i cambiamenti della quotidianità. Si sveglia, dopo un sonno dalla qualità poco riposante e disturbata dall’insistenza di pensieri circa la separazione, provando angoscia dinanzi all’incipiente giornata. Fatica a trascinarsi verso il luogo di lavoro, avverte disagio nei confronti dei colleghi e imbarazzo per eventuali loro domande sulla situazione affettiva, stenta a svolgere attività professionali prima vissute come routinarie. In breve, anche attività prima semplicissime, divengono faticose.

Questo estenuante lavoro del lutto, che implica un tempo soggettivo, presenta delle analogie con il problema clinico delle crisi di panico, ma vi è una dirimente differenza: nel panico, non vi è un oggetto preciso e non si sa bene né dove né quando potrebbe esplodere una nuova crisi; nella sofferenza relativa alla fine di un amore, l’oggetto libidico è molto ben individuato e tutti i pensieri vi ruotano attorno.

Talora capita di giungere a congedarsi pacificamente, di comune accordo, senza astio né rancore né livore. Di solito, accade quando entrambi avevano già delle relazioni parallele, per quanto velate. Si tratta indubbiamente della situazione più agevole e meno desolante.

 

D: Amore e odio vanno sempre di pari passo. Come può essere possibile fare in modo che l’odio non sovrasti e prenda il sopravvento sull’Amore?

R: Lacan afferma che “il vero amore sfocia nell’odio”. Lo sostiene nella conclusione del suo seminario XX intitolato Ancora, consacrato alla femminilità e al godimento femminile.
Amore e odio tendono a coesistere in quanto vi è sempre dell’ambivalenza negli affetti umani: nell’amore, vi è sempre una quota di aggressività e di odio. Per Freud, si tratta di impasto fra Eros e Thanatos, di pulsione di vita e di pulsione di morte che costituisce comunque un segno di sanità soggettiva. La psicopatologia si manifesta palesemente quando Eros risulta privo di qualunque mortificazione misurata oppure quando l’esistenza si configura come pura coltura della pulsione di morte.

Un amore, qualunque forma d’amore, rimane a rischio di volgere repentinamente in odio. Delusioni, eventi traumatici, irritazioni, risentimenti tramutano alcuni amori nel loro contrario.

Cosa determina una stabilità dei propri sentimenti? Innanzitutto il riconoscimento del punto di vista altrui e, inoltre, una certa dose di senso di colpa. E’ precisamente l’accorgersi di una propria colpevolezza a suscitare un terzo termine, da aggiungere ad amore e odio: la riparazione. Sto dunque citando espressamente il titolo di un libro di Melanie Klein ovvero Amore, odio e riparazione. Anziché volgersi in odio per l’individuo inizialmente adorato, l’amore induce sentimenti di gratitudine.

Ammettere che qualunque essere umano, a iniziare da noi stessi, presenta delle parti apprezzabili e delle altre cattive, porta a esperire una posizione depressiva singolare e non priva di senso di colpa. La colpevolezza sprona a riparare quanto è stato danneggiato, alimenta il desiderio di recuperare un lieto rapporto con chi abbiamo ferito.

Toccanti allora le parole della poetessa polacca Wislawa Szymborska:

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’
si fingessero depressi, confortando così gli amici !
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci, che si inventano
sembra un complotto contro l’umanità.
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che non esiste l’amore felice.
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

 

D: La gelosia è un vissuto che molto spesso, prima o poi, si affaccia nelle relazioni. Si è parlato molto di questo sentimento con tesi anche assai contrastanti al proposito. Cosa ci dice la psicoanalisi in merito?

R: Vi sono evidentemente vari gradi della gelosia, in svariate posizioni soggettive. Freud ne scrive, nel 1921, distinguendone tre livelli.

Una prima forma di gelosia, normale, è quella competitiva dovuta all’aver perduto l’oggetto amato, alla ferita narcisistica che ne consegue, all’ostilità verso il fortunato rivale.

Un secondo grado è quello proiettivo contraddistinto dalla proiezione del proprio desiderio di tradire se non dal proiettare l’infedeltà effettivamente attuata nell’esistenza reale. Teme che il partner gli venga sottratto perché lui, in forma conscia o inconscia, desidera altrove.

Si riscontra, inoltre, un terzo livello di gelosia, francamente delirante. Prende posto fra le molteplici manifestazioni di una conclamata psicosi paranoica, individuando un nemico preciso che avrebbe intenzioni malevoli nei confronti del soggetto al punto di sottrargli il legame con chi egli maggiormente ama.

Diverse volte, l’amore è amore geloso. La presenza, reale o immaginaria, di un Terzo diviene condizione che va a rinfocolare e rinvigorire la passione erotica. Se ne trovano note tracce letterarie: si consideri l’amore tipico dello Sturm und Drang tedesco ne I dolori del giovane Werther di Goethe in cui il protagonista ama Charlotte di un amore impossibile e geloso dal momento che ella ha contratto matrimonio con Albert. In questo caso, la gelosia viene avvertita accanto alla rivalità verso l’altro uomo che gode del legame con la donna anelata. In altri casi, il geloso è colui che ha un oggetto prezioso, per esempio appunto una ragazza amata; allora paventa l’eventualità di perderla, che gli venga sottratta da un altro uomo.

La gelosia, nei primi due casi descritti da Freud, presenta delle connotazioni edipiche. Come l’Edipo di Sofocle, giace senza saperlo con la madre dopo aver eliminato il padre, così il geloso tende a desiderare una donna a condizione che sia di un altro. Nel momento in cui il geloso instaura un legame stabile con la partner, sospetta che un rivale attenti alla relazione costruita volendo prendere il suo posto a fianco a questa donna. Quest’altro uomo sarebbe una riedizione del padre che interviene recidendo il legame primario del figlio con la madre, facendola propria.

 

D: Come si potrebbe definire una “relazione di coppia matura”, ammesso che, idealmente, possa esistere?

R: Teoricamente, nella relazione di coppia “matura”, i due inconsci corrispondono. Si stabilisce un sano incastro degli inconsci dei due partner. La coppia “matura” sa includere, in momenti propizi, il suddetto ruolo del Terzo; lo accoglie nelle forme sopra descritte, inerenti a un rilancio del desiderio, così come nella forma del figlio. Una siffatta coppia riesce a costruire in modo generativo. Ha più probabilità di essere “matura” una coppia che progetta il futuro nelle specie del desiderio di genitorialità, non da ultimo considerando i limiti della propria esistenza terrena. L’amore verso i figli diviene un frequente indice di una posizione adulta.

I due membri di una coppia sana articolano le varie sfaccettature delle relazioni, in un frequente cambio di discorso, appropriato al momento: sono di volta in volta coniugi solleciti, amanti appassionati, collaboratori premurosi, genitori responsabili, amici dialoganti e calorosi, complici allegri e fidati.

 

D: Uno degli aspetti che oggi in particolare tende ad essere temuto e avversato è la dipendenza. Oggi essa viene bollata in modo negativo, come segno di debolezza, assoggettamento, fragilità e come tale rifuggita e condannata. Se e come la dipendenza si colloca all’interno di una relazione con l’altro?

R: Ogni essere umano dipende dall’Altro, dipende dagli altri e dal campo del linguaggio nel quale è immerso da subito, fin dalla nascita. Nessuno potrà mai essere del tutto autonomo e indipendente.
La relazione con gli altri è sempre a rischio di soffrire, di venire feriti o abbandonati, di provare angoscia e dolore. Questo è il motivo di insorgenza delle varie forme di addiction, delle dipendenze tanto tristemente diffuse oggigiorno.

Cosa vuol dire addiction? In termini etimologici, deriva dal diritto romano in cui vi era un uomo libero il quale, non avendo saldato un debito, diviene addictus, diviene schiavo del creditore. L’uomo moderno pretende di essere indipendente dagli altri, in un mondo nel quale si trovano sempre nuovi oggetti di godimento. Pretende di essere indipendente salvo divenire ben presto addictus, dipendente, schiavo di una delle numerose dipendenze della contemporaneità (da alcol, droghe, pornografia, gioco d’azzardo, shopping compulsivo).

Nella relazione di coppia, un pizzico di indipendenza è ineliminabile. Si dipende perché si ama. L’investimento affettivo sul partner implica dipendere da lui, in qualche modo. Un legame sano concerne comunque più interdipendenza che sbilanciamento verso la dipendenza di uno soltanto.

 

D: L’essere umano è sempre stato alla ricerca. Questa inclinazione è anche ciò che ha permesso gli avanzamenti della scienza e della tecnica. All’interno delle relazioni, però, questo spesso si traduce in una affannosa ricerca di un nuovo partner, una persona all’apparenza perfetta in grado di incarnare il nostro Ideale e di superare l’apparente marcescenza del precedente e forse anche di noi stessi. Cosa si cela dietro questo continuo rincorrere nuovi partner?

R: Proprio per struttura, il desiderio ha la caratteristica di essere sempre insoddisfatto. Si sposta, dunque. Slitta, scivola, metonimicamente, verso nuovi lidi, mete inedite, oggetti cangianti. Questo vale sia per un proprio itinerario di ricerca esistenziale sia nella prassi erotica.

E’, viceversa, l’amore a fare da punto di arresto a questo periodico spostamento metonimico. L’amore è una metafora. L’amore si impernia su una dimensione di sostituzione là dove il sentimento provato per l’amato nell’attualità rimpiazza quello avvertito per il genitore amato nell’infanzia. Anche per questo vi è un fissarsi costante, stabile sull’amato senza il cambiamento insistente che caratterizza l’oggetto del desiderio.

Come ci insegna Lacan nel suo seminario sul transfert, l’amore è una metafora soprattutto in quanto chi ama si sostituisce all’amato. Prova piacere nel dare piacere al partner, è disposto a prendere il suo posto, persino a sacrificarsi per lui, a morire per lui.

Emblematico per cogliere la disgiunzione fra desiderio metonimico e amore metaforico è il celebre romanzo dello scrittore colombiano Gabriel Garcia Màrquez, L’amore ai tempi del colera. Florentino Ariza si invaghisce fin da giovane della bella adolescente Fermina Daza. Ella sposa però un altro uomo. Florentino si dedicherà allora, con desiderio, a sedurre numerose donne, in uno spostamento continuo; continuerà ad amare saldamente in cuor suo Fermina, per oltre cinquant’anni, riuscendo a coronare il sogno di averla soltanto quando entrambi saranno anziani. Florentino dimostra la struttura metonimica del desiderio ma anche la stabilità metaforica dell’amore.

 

D: Oggi, tra le altre cose, si assiste ad un rifiuto della Legge, delle autorità, delle istituzioni. Anche il matrimonio, civile e/o religioso, e qualsiasi altra forma pubblica di riconoscimento e autenticazione del proprio legame affettivo vengono messi in discussione. Cosa si nasconde dietro questo atteggiamento e soprattutto se e come può sorgere il desiderio di consolidare un legame tramite una conferma pubblica?

R: Sì, è vera questa messa in discussione del valore del matrimonio e del legame consolidato in favore di una presunta libertà, del tutto immaginaria. Nel film L’ultimo bacio di Muccino, Stefano Accorsi si mostra attratto dalla liceale Martina Stella anche e soprattutto onde sfuggire alle responsabilità adulte che avrebbe con la partner Giovanna Mezzogiorno.

D’altro canto, molte coppie costruite sull’amore saffico e gay non disdegnano affatto l’ufficio del matrimonio e rivendicano, anzi, il diritto di sposarsi. Hanno per molto tempo chiesto in modo risoluto di poter confermare pubblicamente la propria unione anche in Italia, come avviene in buona parte del mondo occidentale e come è stato reso almeno parzialmente possibile dalla Legge Cirinnà.

Potrebbe essere una chiave di volta per intendere questa posizione? In effetti, il desiderio tende a sorgere proprio là dove è proibito, dove vi è interdizione. Oggi le nozze vengono in diversi casi vissute come un noioso adempimento burocratico anche in quanto evento del tutto privo di ostacoli e proibizioni.

Si pensi, invece, ai percorsi irti di ostacoli che conducevano al matrimonio in alcuni capolavori letterari della nostra cultura. Mi riferisco all’amore fra Renzo e Lucia nei Promessi sposi del Manzoni, ai più attuali Aurora e Filippo nel film Maleficent della Disney oppure a Romeo e Giulietta di Shakespeare, immortalato tanto nel loro ultimo bacio dipinto dall’italiano Francesco Hayez quanto nel quadro del britannico Sir Franck Dicksee (foto sotto).

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I divieti posti al loro sposalizio facevano crescere il desiderio di convolare a giuste nozze, oltrepassando gli ostacoli frapposti.

 

 

D: Oggi l’età media delle persone è molto aumentata rispetto al passato. Non è infrequente trovare un numero sempre più ampio di individui che restano vedovi dopo la dipartita del coniuge, che non sempre né necessariamente era di età particolarmente avanzata. Se e come può la persona che sopravvive trovare la forza di andare avanti, nonostante tutto?

R: Senza dubbio è più agevole andare avanti, nonostante tutto, dopo una perdita, quando vi sono delle attività nelle quali convogliare le proprie residue risorse ed energie. E’, fra l’altro, più facile quando vi sono figli e nipoti sui quali riversare la propria affettività.

La questione è il lutto da compiere. L’operazione luttuosa consiste in un lavoro, in uno sforzo di elaborazione eminentemente simbolico. Si tratta di mettere dei ricordi al posto di quello che è realmente e inevitabilmente perduto. Se ne memorizzano le parole, si rammentano i momenti vissuti insieme e questo offre sollievo e conforto.

L’opera artistica di Frida Kahlo, Diego nella mia mente (foto sopra), rappresenta bene la presenza nella mente e nel cuore di qualcuno che può anche essere deceduto, dimostra quanto l’assente riesca a essere comunque simbolicamente presente. L’ordine simbolico ha proprio la capacità di rendere presente qualcuno in absentia. Ne vediamo il prototipo nel padre morto ai cui dettami si obbedisce a posteriori e il cui ricordo orienta talvolta l’esistenza successiva, condotta nel nome del padre.

 

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