Il ruolo della famiglia contemporanea

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Intervista allo psicoanalista Angelo Moroni
di Anna Fata

In origine il termine “famiglia” veniva utilizzato per indicare l’insieme degli schiavi e dei servi viventi sotto uno stesso tetto. Solo successivamente tale parola è stata adottata per riferirsi alla famiglia come la intendiamo oggi.

Parlare di famiglia oggi è molto complesso, non solo perché a seconda della disciplina (es. nella giurisprudenza, nella sociologia, nell’antropologia, nella psicologia, nella psicoanalisi, ecc.) in cui viene studiata viene definita in modo differente, ma anche perché nello stesso senso comune essa ha assunto connotazioni e conformazioni anche assai differenti tra loro.

Secondo Treccani in senso ampio la famiglia si caratterizza come una

comunità umana, diversamente caratterizzata nelle varie situazioni storiche e geografiche, ma in genere formata da persone legate fra loro da un rapporto di convivenza, di parentela, di affinità, che costituisce l’elemento fondamentale di ogni società, essendo essa finalizzata, nei suoi processi e nelle sue relazioni, alla perpetuazione della specie mediante la riproduzione”.

E prosegue:

“Sotto l’aspetto antropologico e sociologico, la famiglia si definisce come gruppo sociale caratterizzato dalla residenza comune, dalla cooperazione economica, e dalla riproduzione”.

La faccenda si complica nella misura in cui, negli anni, si è assisto ad un cambiamento epocale della conformazione della famiglia, tale per cui oggi più che mai può risultare difficile capire quando siamo di fronte ad una famiglia o a qualcosa d’altro.

 

La famiglia nella storia sociale 

Alla famiglia allargata, tipica delle società prevalentemente agricole italiane precedenti al ‘700, che vedeva la presenza non solo di figli e genitori, ma anche dei rappresentanti delle precedenti generazioni, in primis i nonni, con la metà dell’800 e lo spostamento di parte della popolazione nelle città, si afferma il modello della famiglia nucleare, limitata ai soli genitori con rispettivi figli.

Dopo la prima Guerra Mondiale, con la redistribuzione delle proprietà terriere si assiste ad una nuova affermazione delle famiglie allargate, che a partire dal ventennio fascista viene definitivamente sostituita da quella nucleare.

Nel primo dopoguerra si impone un rinnovato desiderio di famiglia, solida, sicura, tradizionale, con le norme legislative che seguono di pari passo questa esigenza, rafforzata anche dal calo delle nascite che si intende arginare.

Con il progresso economico, la crescente industrializzazione, il riconoscimento di maggiori diritti e libertà delle donne, il loro affermarsi nel mondo del lavoro, il tasso di natalità ricomincia a diminuire, le dimensioni della famiglia si riducono, le separazioni legali avanzano.

Oggi l’articolo 29 della Costituzione Italiana recita questo:

“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.

 

La famiglia contemporanea

Queste premesse sono essenziali per una comprensione psicoanalitica della complessità della famiglia, perché inevitabilmente esiste un influsso reciproco e interdipendente tra le persone, il nucleo familiare e il contesto sociale. Ciò che accade intorno è emanazione di quanto si verifica dentro e viceversa.

D’altro canto nel tempo la stessa legge ha risposto sempre più al cambiamento delle esigenze, dei desideri, delle abitudini, delle convinzioni delle persone riconoscendo, ad esempio, le Unioni Civili tra persone dello stesso sesso, assimilandole in parte al matrimonio, sottolineando la presenza di doveri, oltre che di diritti, accentuando la parità tra coniugi, abrogando la norma che prevedeva che solo il padre potesse prendere i più opportuni provvedimenti per l’interesse della prole, in caso di emergenza.

Quest’ultimo aspetto, soprattutto in un’ottica psicoanalitica, offre molto su cui riflettere: non può più esistere una gerarchia in famiglia, l’autorità che in passato deteneva il padre oggi è affidata in modo uguale ad entrambi i coniugi. Questo cambiamento, per certi versi, forse può aprire le porte alla tanto contestata odierna assenza del Padre in quanto prima di tutto istanza simbolica normativa.

Con l’avvento e l’affermazione delle famiglie non matrimoniali cambia inevitabilmente il rapporto genitori-figli. Di pari passo con l’eclissi del padre, che in molti casi si riconfigura come immagine affettiva, accogliente, permissiva, protettiva, si impone una maggiore presenza della madre, che spesso assume una inedita componente normativa, e una più insistente centralità dei figli.

Al tempo stesso tende a sfumare il confine tra maschile e femminile al punto da rendere in alcuni casi difficoltoso il processo di costruzione della propria identità, specie per i figli. Queste dinamiche strutturali della famiglia sembrano dare adito a nuove forme sintomatiche nei suoi membri.

La famiglia, in tale accezione, continua a rappresentare prima di tutto lo spazio mentale che preesiste alla nascita di un bambino in cui si collocano fantasie, aspettative, desideri, conflitti di ciascun genitore e in cui convergono tutti quegli aspetti basati sulla collusione che consolidano la coppia stessa e la successiva famiglia.

In questo contesto il figlio diventa inevitabilmente terreno di proiezione genitoriale in cui risulta difficile distinguere tra colpa a responsabilità. Per tale motivo l’ascolto, l’accoglienza, il contenimento, la chiarificazione di fenomeni quali la confusione tra sé e l’altro, l’indifferenziazione narcisistica, la proiezione e l’identificazione proiettiva sono di fondamentale importanza per ripristinare l’equilibrio tra i membri e le relative relazioni.

Accanto ad un aumento delle separazioni, dei divorzi, delle Unioni Civili, inoltre, il quadro familiare diventa esponenzialmente più complesso e articolato oggi nella misura in cui si affacciano sempre più famiglie ricostituite, monogenitoriali, con membri conviventi e non.

 

Le ripercussioni emotive dei cambiamenti della famiglia 

Queste nuove strutture comportano inevitabilmente anche delle ricadute sui piani cognitivi ed emotivi. Che cosa è una famiglia oggi? Meglio ancora: per me, cosa è una famiglia oggi? Dove mi sento in famiglia? I dubbi sulla stabilità, la continuità, la tradizione dei vincoli familiari sono costantemente in crescita.

Il senso di confusione, di disorientamento, le angosce di perdita, i vissuti di solitudine, di isolamento, lo sradicamento, la scarsa trasmissione di tradizioni, principi, valori della storia transgenerazionale, fanno perdere di autorevolezza i genitori e rendono insicuri, frustrati, arrabbiati, smarriti, vulnerabili, precocemente responsabilizzati, chiamati a ruoli da adulti anzitempo i figli, senza i dovuti strumenti, ed esposti al rischio di crearsi un “falso sé” nel disperato tentativo di affrontare la realtà e per compiacere i genitori.

In questa variegata e complessa situazione dello scenario familiare diventa urgente e imprescindibile soprattutto oggi tornare a riflettere e cercare di comprendere i miti che sottostanno alla famiglia. La famiglia è prima di tutto una realtà psichica, immaginaria e fantasmatica, quello che conta è prima di tutto il “romanzo familiare” che ciascuno si costruisce e magari ha ben poco a che vedere con la realtà dei fatti e delle persone implicate. Quello che conta è l’interpretazione della realtà, e ciascuno costruisce la propria.

Tale processo è funzionale per cercare di attribuire un senso al mistero della propria origine e alla quota di enigma che, forse, resta insoluta una volta per tutte e con la quale dobbiamo imparare a convivere. Tutto ciò è fondamentale per dare un senso ai nostri legami familiari.

 

L’intervista allo psicoanalista Angelo Moroni

A tale proposito la psicoanalisi ci può aiutare a dare un senso alle nostri origini e ai nostri legami familiari.
Di questo parliamo con Angelo Moroni, Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoanalista SPI-IPA, Socio Fondatore del Centro Psicoanalitico di Pavia (SPI), Membro del Comitato di Redazione di Spiweb, Sezione Cinema.

 

D: In una definizione psicoanalitica, che cosa è si intende con il termine “famiglia”?

R: La famiglia, psicoanaliticamente parlando, è innanzitutto un gruppo, costituito da individui distinti che si riguardano reciprocamente. Questo gruppo nasce, ab origine, da una coppia che fonda inconsciamente un patto narcisistico tra i due membri, patto attorno al quale andrà a costruirsi il legame con i figli, e quindi la rete familiare che si formerà nel tempo.

Lo psicoanalista francese René Kaës icasticamente descrive la famiglia come un gruppo fondato “sulla sessualità e sul conflitto”: sulla sessualità, poiché i figli sono il frutto di un accoppiamento (naturale o artificiale non importa); sul conflitto poiché il generarsi di una nuova famiglia porta con sé, e fa crescere al suo interno, attraverso il tempo, lo scontro generazionale. Tale scontro (che si attiva particolarmente con l’ingresso dei figli nel periodo adolescenziale) il più delle volte va a minare, o comunque a mettere in crisi il “patto narcisistico” su cui i fondava la coppia che ha dato origine alla famiglia.

Soprattutto oggigiorno ritengo che sia la dialettica coppia/gruppo familiare, modificandosi nel tempo e perdendo il contatto con la storia delle sue origini, a generare sofferenza, disagio, separazioni a volte anche molto conflittuali e laceranti. Come si vede è sempre peraltro di inconscio che stiamo parlando, inconscio che qui intendo come campo emotivo trans-individuale, nel quale si giocano le sorti del rapporto tra soggetto e gruppo medesimo. In tal senso credo che oggi forse più di ieri, la psicoanalisi abbia molto da dire sulla famiglia e sui multiformi intrecci e nodi inconsci che questo tipo di gruppo crea, lega e slega quotidianamente.

In questo contesto il tempo è un’altra variabile che definirei esiziale. L’appartenenza ad un gruppo familiare richiede la disponibilità mentale del soggetto a rendere incerta la propria temporalità individuale, nonché a con-fonderla con quella del gruppo. Il legame fraterno poi rende ancor più turbolento questo processo, generando rifrazioni emotive multiformi e spesso disorientanti, non solo rassicuranti. Il poter pensare il senso del Tempo (nel’accezione heideggeriana di limite, finitezza di sé) comporta che il soggetto declini il proprio essere attivo (essere soggetto di) in un essere passivo (essere soggetto alle regole del gruppo), correndo sempre il rischio di annullare se stesso, oppure, narcisisticamente, di “uccidere” il gruppo familiare.

Inoltre l’identità è sempre incerta, mai stabile, nel tempo: una giovane coppia costituita da due individui trentenni, dopo vent’anni necessariamente non sarà più la stessa, poiché gli individui che la compongono, la loro identità, saranno cambiati. Questo aspetto ci è stato peraltro già indicato da Freud stesso, quando scrive in Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917) che “l’Io non è padrone in casa propria”.

Lo stare da solo nel gruppo familiare, l’amare senza perdersi, l’accettare l’alterità sempre presente nel gruppo familiare, è dunque un compito arduo, reso ancor più complesso dallo scorrere del tempo. Il Tempo non è infatti solo “un grande medico”, come ci avverte il noto detto popolare, ma è anche una variabile che ci usura, che ci modifica costantemente ed inesorabilmente, in modo perturbante. La temporalità dell’individuo, che nasce dalla relazione fusionale con la madre, dai ritmi di accudimento, e nei processi di trasmissione della vita psichica dei genitori, tra generazioni, è costantemente messa in scacco dal gruppo familiare, soprattutto, aggiungerei, con l’avvento, ribadisco, dell’adolescenza dei figli.

La famiglia non è quindi solamente quella base sicura di cui ci ha parlato Bowlby (1973, 1982), ma anche un campo emotivo agglutinato e indifferenziato che da familiare può trasformarsi rapidamente in estraneo. Si possono citare a tale proposito molti film che, attraverso il medium estetico-filmico hanno reso molto bene questa idea perturbante della famiglia, vedi l’esempio mirabile di “The Shining” (1980) di Stanley Kubrick.

 

D: Genitori si diventa. Non basta generare biologicamente un figlio per diventare genitori. Al limite, oggi esistono famiglie con figli non generati tramite un fisiologico rapporto sessuale tra partner. Se e come la famiglia biologica si può differenziare da quella simbolica?

R: Genitori si nasce, nel momento stesso in cui nascono i propri figli. Prima di questo momento si può avere solo la paternità o maternità dei propri sogni, ma neppure questo è così certo, infatti non sappiamo davvero fino in fondo “chi è il sognatore”, oppure se sia il sogno a “sognare” noi. Credo che la genitorialità sia una funzione che nasce e cresce proprio come la “figlità”, e non ha nulla a che vedere con l’idea di “famiglia biologica”. Quindi penso che non si possa differenziare davvero in modo netto una famiglia biologica da una famiglia simbolica.

Si può forse differenziare una “famiglia interna” da una esterna e “reale” di cui si fa parte, ma è nel gioco tra questi due aspetti sempre copresenti – interno ed esterno – che si crea quella che possiamo definire un’area simbolica. Il simbolico è sempre una co-costruzione gruppale, ed è sempre un traguardo, che a mio avviso non è mai definitivamente raggiunto, così come non si raggiunge mai una condizione “adulta”. Il simbolico, inoltre, deve in ogni caso essere sostenuto e sotteso da legami affettivi connotati da riconoscimento reciproco e cooperazione, al di là che la genitorialità nasca biologicamente o artificialmente.

Esistono famiglie con figli non generati fisiologicamente, oppure con figli adottivi, in cui i legami affettivi estrinsecano una struttura familiare generatrice di senso, crescita e arricchimento reciproco, molto di più che in famiglie classicamente “biologiche”.

 

D: In che modo il riconoscimento dell’uguaglianza tra coniugi, che la stessa legge ha compiuto con l’articolo 29 della Costituzione, può favorire o nuocere ai rapporti di coppia e di famiglia, nella misura in cui sono proprio la diversità, l’alterità, il riconoscimento, l’accoglienza, il riconoscimento reciproco a rendere possibile l’incontro, lo scambio, la comunicazione, il dialogo, il vincolo?

R: Al di là delle norme costituzionali, penso che la curiosità reciproca sia il motore che è necessario avere in mente di tenere sempre acceso tra coniugi, in modo che il “vincolo” diventi sempre più arricchente, coinvolgente, non logorato dalla quotidianità. Quando la curiosità si spegne, il “vincolo” tende ad essere risucchiato rapidamente dai nuclei agglutinati (Bleger, 1967), indifferenziati e omologanti depositati nell’inconscio di ciascuno di noi.

Il rischio di una simbiosi maligna è sempre dietro l’angolo, e a questa simbiosi fa da contraltare inconscio, soprattutto oggi, la facilità degli individui a cambiare contenitore di coppia, rifuggendo dalla necessaria dose di dipendenza dall’altro che occorre tollerare. Sono presenti, nella coppia, così come nell’individuo, aspetti distruttivi, che occorrerebbe controbilanciare attraverso una continua “manutenzione” degli aspetti “epistemofilici” di entrambi i componenti la coppia.

Il riconoscimento dell’uguaglianza tra i coniugi, da un punto di vista psicoanalitico, è quindi un processo che ha a che fare con la conoscenza (parlo di “epistemofilia” in questo senso, nello stesso senso in cui parlo di “curiosità”). Ma il conoscere, ciò che Bion segnala con la lettera K, è sovente oggetto di attacco da parte delle componenti distruttive e onnipotenti della personalità, diventando, sempre per dirla con Bion un-K. L’attacco al pensiero è infatti sempre e comunque attacco al legame. Attacco al pensiero e attacco al legame non si possono mai disgiungere.

In questo senso dico che una “manutenzione” del pensiero, della curiosità e della conoscenza aperta e senza pregiudizi nei confronti dell’altro, siano elementi essenziali per il riconoscimento dell’uguaglianza nella coppia. Forse sono anche questi, tra gli altri, alcuni tra i principi ispiratori (inconsci) che hanno mosso i padri Costituenti a scrivere l’articolo 29 della nostra Costituzione. Con “manutenzione” del pensiero, intendo il mantenere sempre viva, a tutti i costi, la ricerca, da parte dei partner, di una rappresentazione mentale creativa del momento che stanno vivendo insieme.

Penso sia utile immaginarci i partner come due artisti che di volta in volta disegnano una parte di quadro che hanno cominciato a comporre quando si sono conosciuti. La dimensione estetico-creativa della coppia non dovrebbe essere mai perduta, o fermarsi alla procreazione. Penso ad una coppia che non perda, quindi, la sua capacità di fare rêverie, che si senta cioè sempre libera di devolvere parti di sé al libero e creativo movimento del pensiero. E questa è l’esperienza che dovrebbe accadere anche all’interno di una buona coppia analitica al lavoro: permettersi di essere permeati dall’effetto psichico dell’uno sull’altro, allo scopo di esplorare e conoscere nuove parti emergenti del Sé e del campo emotivo creato dallo coppia.

 

D: L’alterità spesso affascina e al tempo stesso spaventa. Non solo l’altro, il partner, anche dopo anni di conoscenza e frequentazione appare costantemente nella sua identità e diversità al tempo stesso, ma queste caratteristiche sono ancora più incarnate dai propri figli. Come il narcisismo può ostacolare o favorire questo processo di apertura, accettazione, riconoscimento, rispetto dell’altro da sé?

R: Questa sua domanda mi ha fatto pensare a due cose distinte ma connesse tra loro a vari livelli. La prima è una frase di Winnicott, che suona così: “Al centro di ciascuna persona c’è un elemento segregato e questo è sacro ed estremamente degno di essere preservato” (Winnicott, 1963, p. 183). Riconoscere e rispettare l’alterità, nella coppia, mettendo da parte il narcisismo, significa impegnarsi a preservare quell’elemento “segregato” e unico dell’altro, di cui ci parla Winnicott. Ma non è un compito facile, e al quale non tutti sono avvezzi, a meno che i soggetti che fanno parte della coppia non abbiano fatto una buona e sufficientemente lunga esperienza di analisi, in cui possano aver sperimentato uno spazio in cui il loro nucleo interno “sacro” sia stato davvero rispettato e riconosciuto.

Il secondo elemento che mi ha evocato la sua domanda è in relazione al tema del lutto. Il rapporto di coppia, soprattutto dopo anni di conoscenza reciproca e di frequentazione intima e quotidiana, deve necessariamente affrontare il lavoro del lutto relativo alle varie fasi precedenti che ha vissuto. Ciò in particolare quando la crescita dei figli pone dinnanzi ai genitori la loro inesorabile caducità. I figli sono infatti una sorta di calendario vivente che sta sempre di fronte ai genitori, al di là delle proiezioni del narcisismo dei genitori sui figli stessi.

Mi capita molto spesso, nel mio lavoro con adolescenti, di cogliere quanto l’ideale narcisistico dei genitori si travasi nei figli adolescenti, ad esempio in relazione alla carriera scolastica o professionale: molti genitori vedono nei figli una continuazione del loro stesso narcisismo professionale, e non sono disposti a tollerare “deviazioni” da questo binario prestabilito. Da qui originano diverse forme di naturale o patologica conflittualità adolescenziale. Ciò avviene appunto perché i genitori denegano il lutto che il figlio inconsciamente li costringe a fare, considerato il normale gap generazionale.

L’invecchiamento dei genitori è infatti sottolineato dalla crescita dei figli. Figli che rappresentano anche la giovinezza perduta di padre e madre. Poi in fondo cosa significa “narcisismo”, se non la fantasia di poter realizzare, come sottolinea lo psicoanalista argentino Luis Kancyper, una “saldatura tra corpo e Storia”, saldatura per natura impossibile e soltanto immaginaria, considerata la caducità progressiva del nostro corpo, determinata dai processi biologici di invecchiamento? Al contrario, potrei dire “anti-narcisisticamente”, la funzione dei genitori credo debba essere quella di indicare ai figli l’esistenza del Tempo e della sua freccia, che non è mai ferma, ma, da sempre, in movimento.

A tale proposito mi torna alla mente una frase di Christopher Bollas, un altro psicoanalista il cui pensiero è per me da molti anni fonte di ispirazione e riflessione. Scrive Bollas: “Come genitori cresciamo i nostri figli in modo che credano di essere al sicuro anche mentre presentiamo i percoli della vita sotto forma di fiaba. Fiabe che sono racconti di una dimensione omicida che giungerà alla coscienza successivamente, quando i genitori dovranno comunicare ai figli la verità, cioè che il mondo non è poi così sicuro, dopo tutto” (Bollas, 2012).

Un genitore che nega la precarietà della vita in cui siamo gettati (l’hilflosigkeit di cui parla Freud) e non trasmette al figlio il valore del Tempo, al di là delle “fiabe” che raccontano di un Eden narcisistico eterno, della cui fantasia ideale invece occorre separarsi luttuosamente, è un genitore che deflette dalla sua funzione e non riconosce l’alterità e la finitezza di sé stesso. E’ un genitore che mente a se stesso e al proprio figlio.

E’ invece il saper andare avanti e vivere nell’incertezza e l’essere in grado di trasmettere questo sapere incerto ai propri figli, ad essere una eredità sufficientemente buona che un genitore sufficientemente buono può lasciare alla propria prole.

 

D: Un altro meccanismo che può rendere ardui il riconoscimento e l’accettazione dell’altro, non solo il coniuge, ma forse ancora più i figli e i rispettivi genitori, è l’idealizzazione. Inevitabilmente arriva un momento in cui, forse, non si può fare a meno di prendere atto e magari accettare che l’altro non è esattamente come lo abbiamo atteso, desiderato, sognato, immaginato, o, semplicemente come ci siamo illusi che fosse. Come fare per affrontare questo delicato momento?

R: Una quota di idealizzazione, che definirei “benigna” è a mio avviso sempre necessaria poiché è necessario per la mente umana e la sua crescita investire ed interiorizzare un contenitore buono. Tale contenitore è stato in origine un processo, e precisamente il processo, ritmico e continuativo, dell’accudimento materno del neonato. Tanto quanto Bion differenzia una identificazione proiettiva maligna da una benigna, una simbiosi buona e una parassitaria, allo stesso modo differenzierei una idealizzazione buona da una idealizzazione che blocca il processo di crescita dell’individuo e del gruppo familiare, magari trasformandosi in ideologia familiare, a volte in “familismo amorale”, come lo ha definito efficacemente il sociologo Edward Banfield.

Gli studi di Banfield sono molto interessanti ed utilissimi alla psicoanalisi nel suo lavoro in setting gruppali e familiari. Questo Autore sostiene in sintesi che in alcune culture sono presenti concezioni estremizzate, idealizzate dei legami familiari, e questo va a danno della capacità dell’individuo di associarsi ad altri individui per un interesse più generale e collettivo. E’ questo tipo di idealizzazione che a me pare la più patologica e che riguarda sempre più spesso, oggigiorno, anche le istituzioni politiche, e non solo quelle familiari nucleari, così come quelle psicoanalitiche.

Affrontare il tema dell’idealizzazione significa secondo me imparare ad oscillare tra idealizzazione buona e ridimensionamento più realistico della persona amata o dei propri figli, ma anche questa è un’arte, un “apprendere dall’esperienza” (Bion, 1972) che si impara sul campo, quotidianamente. Tuttavia non credo sia né possibile né utile eliminare in toto un’area di idealizzazione dell’altro, a patto di saperne modulare le modalità di espressione affettiva.

 

D: Oggi i genitori svolgono un ruolo sempre più difficile, complesso, anche in virtù dei numerosi e veloci cambiamenti che la nostra società sta vivendo. Essi appaiono confusi, smarriti, privi dei necessari strumenti per coltivare un rapporto sano, aperto, comunicativo con i figli. I figli a loro volta percepiscono lo smarrimento dei genitori, ne svalutano l’autorevolezza, cresce la disistima, pur nel contraddittorio tentativo, di tanto in tanto, di compiacerli, al fine di non perderne l’affetto. Cosa potrebbe suggerire ai genitori di oggi per assumere al meglio tale ruolo?

R: Suggerirei semplicemente ai genitori di lasciare ai figli un sufficiente spazio per crescere e manifestarsi nel loro personale idioma del Sé. Lo suggerirei in particolare alle madri, visto che, nella mia esperienza di psicoanalista di adolescenti ho spesso osservato in esse una grossa difficoltà a separarsi da un’immagine speculare autoreferenziale del proprio figlio. Ma lo consiglierei anche ai padri, naturalmente.

Ricorderei anche a padri e madri che la loro funzione, rispetto ai figli, è quella di costituire per la prole una “spazio potenziale” (Winnicott. 1970), spazio attraverso cui interagire con loro in modo creativo e utilizzando il linguaggio simbolico specifico del momento evolutivo in cui il figlio si trova.

L’autorevolezza è in realtà, sempre, un modo di essere, che si trasmette ai figli non attraverso precetti o norme, bensì attraverso un comportamento, un modo di muoversi nella relazioni che comunichi innanzitutto un senso di flessibilità mentale, di malleabilità dell’essere. E’ questa malleabilità il vero traguardo, mai del tutto raggiungibile, che la funzione genitoriale dovrebbe a mio avviso assumere come obiettivo, come telos.

La stessa parola MADRE, nella sua versione inglese MOTHER, contiene la parola OTHER, cioè altro. Una parola che potremmo scrivere cioè così: M-OTHER, dove è quel trattino che separa la M da OTHER, lo “spazio potenziale” in cui dovrebbe abitare una buona funzione genitoriale. Una funzione che dà spazio, che “arieggia”, che dà ossigeno alla crescita.

I genitori sono un po’ come dei giardinieri: perché una pianta cresca in modo sano e robusto, occorre che intorno ad essa ci sia spazio, sufficiente ossigenazione, una adeguata temperatura, non troppi paletti, recinti, muri o steccati, anche se possono esteticamente piacere – narcisisticamente- al giardiniere. Senza quel trattino tra la M e OTHER, il giardiniere può trasformarsi in un oggetto ingombrante, ostruente, che colonizza lo spazio interno del Sé del figlio, perché non vuole rinunciare alla propria estetica narcisistica.

Ricordo infatti che ci sono giardinieri molto ossessivi che arrivano al punto di potare le piante per dare alla chioma addirittura forme precise di oggetti che non hanno nulla a che vedere con la forma naturale di una pianta. E’ la giusta distanza tra genitori e figli ciò che vorrei qui evocare, attraverso l’idea del trattino tra M e OTHER.

Relativamente al senso di smarrimento dei genitori, il problema è però anche sociale. Non esistono, mi risulta, almeno in Italia, al momento, politiche socio-sanitarie adeguate che prevedano un reale sostegno psicologico nei momenti di crisi familiare, soprattutto per quanto concerne le famiglie meno abbienti e i casi sociali connotati da maggiore disfunzionalità. Fortunatamente molti Centri locali della Società Psicoanalitica Italiana da anni vedono impegnati psicoanalisti su questo fronte, nella costituzione di gruppi di colleghi che prendono in carico, anche gratuitamente, o a terapie agevolate, adolescenti e famiglie disagiate, traumatizzate, provenienti da paesi in stato di guerra, etc. Di uno di questi gruppi, a Milano, fa parte da anni anche il sottoscritto.

Ma naturalmente questo tipo di interventi non sono sufficienti, e ci sarebbe bisogno di un impegno più capillare e diffuso di cui dovrebbe farsi carico il Servizio Sanitario Nazionale. Non pare, tuttavia, che l’orecchio dei politici che ci governano, sia particolarmente sensibile a questo tipo di problemi, che riguardano non solo il futuro della famiglia, ma dell’intera collettività in cui viviamo.

 

D: Cosa comporta concretamente la tanto discussa perdita dell’autorità del Padre, non solo come figura genitoriale, ma anche e soprattutto come immagine simbolica sia per la famiglia, sia per l’intera società?

R: Ritengo che il richiamo a questo tema, anche da parte di molti Colleghi che utilizzano ad esempio il termine, evocativo quanto seduttivo ed estetizzante di “evaporazione del Padre”, insista in realtà su un falso problema.

Non è tanto, cioè, la perdita di Autorità da parte del Padre nelle famiglie di oggi a costituire il vero problema, secondo me, quanto il processo complessivo di deumanizzazione cui sta andando incontro da decenni il pensiero umano. E’ questo aspetto che occorre, a mio avviso, mettere a fuoco.

Nell’ambito del sistema socio-economico e finanziario contemporaneo, la famiglia, tanto quanto l’individuo, interessano sempre più come consumatori. La cosiddetta globalizzazione è in realtà un sistema che tende ad occupare tutto il tempo possibile della famiglia e dell’individuo. Si tratta in questo senso di un sistema che possiamo definire cronofago, che vuole cioè colonizzare il tempo, Cronos, proprio colui che nel mito si mangiò i figli, guarda caso. Un Cronos-Capitalismo che vuol far ricadere le colpe sul Pater Familias, accusandolo di essere poco autorevole, di essere “evaporato”.

Il problema è invece che il tempo viene derubato al soggetto, attraverso la promessa delirante del bene di consumo che diventa cifra identitaria, status symbol. Ci viene rubato il nostro tempo umano con l’obiettivo di trasformarci in compratori compulsivi. Si pensi a quanto tempo utilizzano i giovani d’oggi nell’e-commerce su internet, oppure a quante ore di sonno sono letteralmente rubate a bambini e ragazzi coinvolti in giochi online attraverso i più vari medium tecnologici.

Cosa può fare un Pater Familias di oggi di fronte a questo attacco commerciale e tecnologico continuo? Quali strumenti ha per potersene difendere? Quale linea contro-seduttiva può tenere? Quali filtri culturali, oltre che mentali può utilizzare quando sta di fronte allo scorrere delle immagini televisive, immagini che tendono ad omogeneizzare il pensiero, a mettere sullo stesso piano un bombardamento in Siria e la pubblicità di un assorbente? Siamo in un’era che definirei di cronofagia deumanizzante.

Bollas parla addirittura della nostra come dell’epoca del soggetticidio, un’epoca cioè in cui è l’Essere Umano ad “essere morto”, tanto quanto il ‘900 è stata l’epoca in cui si diceva che “Dio è morto”. In quest’ottica quindi ritengo che la “perdita di autorità del Padre” sia un problema malposto e fuori fuoco. E che, anzi, porlo sempre e comunque in primo piano, sia fuorviante e dannoso perché non ci fa alzare lo sguardo su un orizzonte più ampio per la comprensione di eventi sociali globali (e di conseguenza, successivamente, intrapsichici).

 

D: Di frequente si assiste a dei tentativi da parte della madre di assumere un ruolo normativo, al fine di coprire il vuoto lasciato dal Padre. Questo, talvolta, crea una immagine familiare squilibrata in cui la madre perde le sue inclinazioni al calore, all’amorevolezza, alla tenerezza, all’accoglienza per ergersi come giudice severo, talvolta anche implacabile. Cosa implica questa redistribuzione di ruoli all’interno della famiglia e per il complesso della società?

R: In verità credo che uno psicoanalista di oggi incontri sempre più spesso pazienti che sembrano portare il segno di una profonda sfiducia in ciò che usualmente definiamo in psicoanalisi come “costanza oggettuale”. Probabilmente questo è il portato di mutazioni antropologiche che hanno reso i tempi di convivenza della coppia madre-bambino molto ridotti rispetto ad una volta.

Madri sempre più impegnate dal lavoro, madri come donne-in-carriera, donne-manager, che inseguono una “parità” solo di superficie con l’altro sesso, immerse nel desiderio mimetico di essere il fallo maschile-paterno. Tale inutile quanto illusoria rincorsa è ancora una volta la conseguenza di quei cambiamenti socio-economici di cui parlavo più sopra, cambiamenti che portano a rendere centrale l’immagine esterna, il Falso Sé, come status-symbol identitario in linea con la filiera produttiva e consumistica in cui l’umano si desidera si identifichi, annullando le sue stesse componenti umane.

Una cultura prestazionale, operazionale, si sta imponendo invasivamente determinando gli stili di comportamento familiari. Non è quindi strano che si produca nelle famiglie odierne una confusione di ruolo paterno e materno, su un piano orizzontale, ma anche un clima di ambiguità su un piano verticale, nel momento in cui ad esempio molte madri non sono distinguibili dallo stile relazionale delle figlie adolescenti.

Ambiguità e indifferenziazione sono promosse inoltre, in sommo grado, dalla cultura voyeuristica proposta dai social networks, nei quali sono gli spettacoli del Sé ad essere messi in scena continuamente: spettacoli nei quali parti del Sé del soggetto sono scissi e proiettati nella “rete” dove si disperdono collidendo con l’effimero voyeuristico di altri mille spettacoli in atto nello stesso momento.

Ciò produce ovviamente una progressiva evanescenza del Sé del soggetto, cioè della realtà psichica, che è la cifra caratteristica dell’Essere umano, insieme al senso della sua fragilità, del suo essere transeunte, ma anche della sua unicità. Come si vede si tratta ancora una volta di fenomeni gruppali, questa volta su larga scala, che favoriscono certamente l’aumento del tasso di ambiguità e indifferenziazione, promuovendo anche un capovolgimento dei ruoli normativi all’interno della famiglia.

Personaggi televisivi come Maria De Filippi credo siano ben rappresentativi di tale ambiguità che si propaga dai mass-media: donna di grande potere, mascolina (anche nella voce), di grande successo, come si usa dire oggi una vera e propria influencer. Ma naturalmente potrei fare molti altri esempi di bisessualità sdoganata come modalità double face dell’Io, da parte della TV o di altri social.

Sto parlando, come si vede, di un Sé morente, influenced, supino e passivo ad accettare il potere ipnotico e seduttivo dei vari influencer del momento. E anche qui, come si vede, non si tratta di un problema che riguarda la famiglia e l’assunzione impropria di un ruolo normativo o super-egoico da parte della madre, ma che riguarda il modificarsi dell’assetto di funzionamento del pensiero umano, dopo la sua entrata nell’epoca post-moderna.

 

D: Mai come oggi, forse, nella famiglia i figli, o meglio ancora il figlio, viene collocato in una posizione di centralità, adorazione, sacralità, su un vero e proprio piedistallo che rende poi difficile l’inserimento e l’adattamento nella vita sociale che mal tollera e ancora meno riconosce questo status di essere “speciale” a ciascun individuo e che magari tutti vorremmo. Al tempo stesso, paradossalmente, come abbiamo visto prima, nella confusione dei ruoli e nel ricrearsi di nuovi assetti familiari il bambino, in realtà, non sempre viene ascoltato e rispettato nelle sue esigenze come forse sarebbe opportuno. Se e come sarebbe possibile relazionarsi in modo equilibrato con i propri figli, evitando di cadere in un estremo o in un altro?

R: E’ in verità un tema molto antico. A tale proposito lo stesso Freud, nel suo scritto sul narcisismo (1914) evoca una filigrana intersoggettiva profonda come imprescindibile humus gruppale costitutivo dell’Io nel momento in cui descrive l’importanza dell’investimento del bambino da parte del narcisismo genitoriale come nutrimento e sostegno del narcisismo del baby.

Secondo Freud i genitori fanno del bambino il portatore dei loro sogni e dei loro desideri irrealizzati, così come e’ attraverso i genitori che il desiderio delle generazioni precedenti ha sostenuto, positivamente o negativamente, la loro venuta al mondo e il loro ancoraggio narcisistico. Scrive Freud: ” …His Majesty the Baby (…) deve appagare i sogni e i desideri irrealizzati dei suoi genitori (…). Nel punto più vulnerabile del sistema narcisistico -l’immortalità dell’Io che la realtà mette radicalmente in forse – si ottiene sicurezza rifugiandosi nel bambino”.

Se ogni neonato viene al mondo nell’ambito di un gruppo con la missione – mediata dal patto narcisistico primario della coppia, come dicevo più sopra – di garantire la continuità del gruppo stesso e delle generazioni future, in cambio il narcisismo del neonato dovrà essere investito, sostenuto, riconosciuto nella sua individualità.

Tale processo naturale diventa oggi complicato dal fatto che la fragilità delle coppie genitoriali odierne è maggiore di una volta. Il diffuso senso di precarietà lavorativa, economica, l’assenza di protezioni sociali per le famiglie, il proliferare di non-luoghi di aggregazione sociale alienanti e impersonali, accentuano lo spingersi dei genitori a trovare nel baby un rifugio narcisistico assoluto. Da qui il piedistallo cui fa riferimento la sua domanda.

Credo perciò che occorra pensarla innanzitutto meglio e più profondamente questa precarietà montante che infragilisce vieppiù la genitorialità. Ciò significa non nasconderla, facendo di tutto perché le coppie di genitori oggi, soprattutto quelle più giovani, non si sentano isolate. Occorrerebbe a tale proposito stimolare le istituzioni educative (la scuola innanzitutto) perché promuovano percorsi di alfabetizzazione emotiva e relazionale, perché sostengano la creazione di una rete sociale ormai lacerata e lontana da un senso di solidarietà collettivo che solo qualche decennio fa era più presente.

Come terapeuti, come psicoanalisti abbiamo poi il dovere di dedicarci all’esplorazione di tipologie di pazienti, come i bambini, gli adolescenti e i gruppi familiari stessi, che rappresentano per la psicoanalisi una periferia dell’analizzabile, territorio spesso non incoraggiante, ma nel quale la psicoanalisi e la sua esperienza clinica e teorica possono dare a mio avviso un grande aiuto.

 

D: Una tra le numerose dinamiche che spesso si ritrova nelle famiglie è quella della vittima e del carnefice. Quali processi sussistono alla sua base e se e come può essere possibile superarla?

R: Personalmente sono molto d’accordo con le riflessioni del filosofo coreano Byung-Chul Han, che nel suo recente libro dal titolo emblematico “Eros in agonia” (2018) sostiene che, considerato il tasso di narcisismo crescente nella nostra società, una società bulimica e affamata di successo (di “like”), l’Eros della coppia ne soffre necessariamente. Infatti l’eros riguarda l’altro, il desiderio per l’altro, non l’incremento senza limiti del proprio Ego.

Inoltre tali vicissitudini del narcisismo odierno, spiega l’aumento della depressione: se il dosaggio narcisistico è troppo elevato, allora basta poco a ferirlo, e a cadere perciò in uno stato immediatamente depressivo.

Nella coppia odierna la dialettica “vittima-carnefice” immagino si possa iscrivere in un quadro di questo genere. Tutto sembra essere diventato prestazionale, ma il prestazionale è anti-erotico, perché Eros distoglie l’Io da sé stesso e lo costringe a rivolgersi all’altro, non come strumento da usare per aumentare il proprio stato di illusoria pienezza narcisistica. E’ chiaro che l’altro si può ribellare a tale assetto relazionale, ma questo produce rabbia narcisistica da parte del “carnefice”, rabbia che in molte coppie può facilmente portare alla costruzione di rapporti francamente sado-masochistici.

 

D: Un’altra dinamica assai diffusa, oggi come in passato, seppure forse in forme differenti, è la dipendenza. Questa si può rinvenire parimenti nei rapporti tra coniugi, così come tra genitori e figli. Le dipendenze d’altro canto, giova ricordarlo, sono sempre a due vie. Se e come è possibile infrangere questi limiti e fare in modo che il contesto familiare diventi un luogo sano ed equilibrato di crescita personale per ciascuno dei membri coinvolti?

R: Tornerei sulla definizione che ho dato di famiglia. La famiglia è un gruppo, un’istituzione socio-gruppale, e in quanto tale è caratterizzata dai processi di funzionamento di qualsiasi gruppo. La sua sua storia comincia con un patto fondativo inconscio di coppia, poi si sviluppa lungo linee dettate dalle peculiarità individuali e dall’interazione specifica di queste individualità con quel patto. Ogni gruppo passa attraverso “assunti di base” (concetto di cui ci ha parlato Bion a partire dagli anni ‘50) attraverso i quali funziona in modo più o meno “sano” nel corso degli anni.

Uno di questi assunti è certamente quello di dipendenza: una configurazione, un forma particolare che assumono le emozioni dominanti in un dato momento nel gruppo, emozioni che “possiedono” l’individuo facendolo sentire appartenente al gruppo stesso.

Ma è anche la coazione ripetere, la permanenza transtemporale dei fantasmi originari del gruppo familiare a determinare la fissità di un assunto rispetto ad altri, e spesso a bloccare la crescita di un clima di benessere e di reciprocità tra i membri di una famiglia. In questi casi è spesso un membro della famiglia a interpretare – come un attore inconsciamente irretito dalla coazione a ripetere familiare – il mandato coattivo dei fantasmi di dipendenza, facendosi portatore di un sintomo o di più sintomi. In molte occasioni questo mandato viene assunto inconsciamente dall’adolescente, dalla parte cioè più fragile della famiglia.

L’epoca di incertezza e di precarietà economica, valoriale, sociale, che viviamo induce inoltre ulteriori motivi per l’individuo a chiudersi nella famiglia per trovarvi rifugio. Basti pensare ai molti figli ultra-trentenni ancora in casa coi genitori, e ben lontani da un’autonomia economica, e soprattutto psichica.

 

D: Sul fronte opposto alla dipendenza, si assiste altrettanto di frequente alla presenza di figli che dichiarano con orgoglio di “essersi fatti da soli”, di essere stati responsabilizzati precocemente, di non avere ricevuto alcunché dalla famiglia di origine, di essersi conquistati tutto con le proprie mani, di non avere ricevuto alcun aiuto. Con questo atteggiamento spesso sottintendono anche la mancata trasmissione (o, forse meglio, accettazione) di una eredità simbolica. Cosa può dirci la psicoanalisi a questo proposito?

R: Come ci ha insegnato Melanie Klein, la gratitudine è un sentimento molto difficile da raggiungere, composito, derivante da un lento lavoro di integrazione della conflittualità e delle spinte distruttive inter-generazionali.

Invidia e gratitudine vanno di pari passo con il raggiungimento della “posizione” depressiva, posizione che in realtà non è mai un traguardo raggiunto una volta per tutte, bensì un’oscillazione continua che ha sempre a che fare con un altrettanto continuo lavoro psichico che elabora e trasforma l’Edipo. Di quest’ultimo aspetto, cioè del rapporto tra posizione depressiva ed Edipo, ci ha parlato in modo molto suggestivo e profondo lo psicoanalista inglese Ronald Britton, nel suo bellissimo libro “Credenza e immaginazione”, che consiglio di leggere, anche per comprendere meglio cosa intendo dire qui.

L’”essersi fatti da soli” fa intravedere una fantasia di auto-generazione trionfalistica, che sottende a sua volta un senso di impotenza e fragilità narcisistica notevoli. Come spesso capita sono le narrazioni letterarie e poetiche, ancora una volta le rêverie, ad aiutarci a capire meglio i fenomeni psichici, infatti mi viene in mente Pinocchio di Carlo Collodi, in particolare mi immagino così una fantasia di autogenerazione, l’idea di “essersi fatti da soli”.

Penso all’immagine della candela accesa di Geppetto che Pinocchio ri-trova, come un “oggetto creato-trovato” (Winnicott, 1971) nella pancia della balena, dopo essere stato sedotto da Lugignolo, nel Paese dei Balocchi da una postmodernità dilagante e indifferente alla storia personale dell’individuo. Una candela accesa come unico lume per ri-trovare l’affetto per il padre/Geppetto perduto, ritrovando contemporaneamente, dentro se stesso, un soggetto perduto, tutto da costruire e non certo “fatto da solo” . Ritrovare il “padre-Geppetto” significa chiamare in causa tuttavia la madre-balena, i suoi eventuali deficit di reverie, il suo richiamo inglobante e primitivo, che distrugge la poesia autosoggettivante degli affetti e della storia che ci ha generati.

 

D: Oggi sempre più spesso appaiono tra i fatti di cronaca episodi di violenza familiare sulle donne, sui bambini, e in misura minore anche sugli uomini stessi. La famiglia, che nel senso comune dovrebbe essere luogo sicuro, accogliente, protetto, si rivela dispensatore di dolore fisico e sofferenza emotiva. Amore e odio, del resto, in ogni legame tendono ad intrecciarsi come due facce della medesima medaglia. Come si si può arrivare a questi estremi e soprattutto se e come è possibile cambiare queste dinamiche distruttive?

R: E’ possibile pensare questi “estremi” solo se non ci si dimentica che l’uomo è intrinsecamente un essere distruttivo e pericoloso. Spesso a me sembra che cadiamo troppo dalle nuvole quando ascoltiamo alla tv i fatti terribili della cronaca nera. Azioni commesse da adulti dal comportamento fino ad allora ineccepibile, mamme di Cogne dedite alla famiglia, padri irreprensibili che trucidano i familiari, coppie brianzole attempate che danno fuoco ai vicini extra-comunitari. Tutti comportamenti di ordine primitivo, da uomo delle caverne, messi in atto spesso con strumenti altrettanto primitivi, coltelli ad esempio.

Ciò accade perchè il male è banale, come ci ricorda Hanna Arendt e si nutre della precarietà in cui vuole spingere le masse per autoalimentare se stesso. Il Nazismo non è un fatto storico accaduto un’era geologica fa, ma è avvenuto l’altro ieri, e ancora oggi l’antisemitismo, il sovranismo e il populismo attraversano l’Europa come se niente fosse, come se ad Auschwitz non fosse accaduto nulla. Questo è molto grave ed è la cifra distintiva di questa “società liquida” descritta da Zigmut Bauman, in cui viviamo.

Tornando al tema della “banalità del male”, mi piace qui ricordare un episodio che ha raccontato durante un seminario psicoanalitico, il collega e amico Giovanni Foresti, studioso di gruppi: Foresti raccontava che il percorso di formazione delle SS hitleriane prevedeva che all’allievo ufficiale venisse regalato un cucciolo di cane lupo da allevare e a cui affezionarsi. Dopo alcuni anni veniva chiesto all’allievo, per dimostrare la sua freddezza emotiva, di uccidere con le proprie mani il suo cucciolo. Mi sembra un esempio emblematico di cosa possano significare i termini “banalità del male” e “distruttività umana”.

La famiglia non è un luogo sicuro dal momento che il mondo non è un luogo sicuro, ma anche il mondo interno dell’uomo non lo è, e non lo è mai stato. La famiglia sta diventando anzi un luogo in cui sempre più un’atmosfera di smarrimento, di sfiducia, di preoccupazione dei genitori nei confronti del futuro loro e dei figli sta prendendo il sopravvento. Di questa atmosfera che definirei “collettivamente melanconica” non sappiamo ancora dare una rappresentazione, una narrazione contenitiva, una forma.

Ma ritengo che l’appalesarsi della violenza all’interno della famiglia (vedi i casi sempre più frequenti di femminicidio) derivino da un’assenza di metabolizzazione, da parte di tutti noi, della Storia. Bisogna infatti darsi un tempo adeguato per i terribili Lutti traumatici che la storia umana ha attraversato e vissuto, e sta ancora attraversando: il Nazismo, la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, il Muro di Berlino, il trauma collettivo attuale delle migrazioni che sta investendo l’Europa e il mondo intero.

Se non si dà spazio ad una elaborazione di tutto questo “conosciuto non pensato” (come lo definisce Bollas) dell’intera umanità, e non solo dell’individuo, allora diventa normale che la violenza più primitiva ritorni sul palcoscenico del presente confiscando la vita del soggetto, all’interno della famiglia. Violenza e sofferenza, trauma, sono infatti creature l’una delle altre.

 

D: Accanto al mito della famiglia idealizzata, cercata, ambita, desiderata, sperata c’è anche quello della nostalgia per il tempo che fu. Chi più, chi meno, nel profondo di molti di noi sussiste una istanza regressiva che ci porta a rimpiangere, desiderare, provare nostalgia per i bei tempi passati, trascorsi che ci sono stati realmente o forse semplicemente nella nostra mente. Se e come è possibile convivere con questi fantasmi senza che essi ci condizionino o ci paralizzino nel nostro presente e nella progettualità futura affettiva e relazionale?

R: “Si stava meglio quando si stava peggio” è un altro detto popolare che ben rappresenta una credenza fondata su stati mentali che potremmo anche qui definire “narcisistici”. E’ un modo di dire che fa riferimento ad un passato edenico nel quali ci rifugiamo.

Si tratta dunque di un meccanismo di difesa (ormai diventato collettivo?) attraverso cui impediamo a noi stessi di volgere lo sguardo verso un altro oggetto di investimento molto più importante, e cioè il Futuro.

Uno dei grandi Lutti di cui parlavo prima, è senz’altro, infatti, quello relativo alla perdita del senso di fiducia nella funzione della Storia, e quindi idealizzare regressivamente un passato “meraviglioso” è un modo per evitare questo lutto.

Rimanere invischiati in fantasmi di questo tipo assolve certamente una funzione consolatoria, ma contiene anche aspetti di pericolosità poiché favorisce il generarsi di un pensiero fondamentalista, ideologico e sopravvalutante il senso di appartenenza identitaria, come vediamo accadere oggi nel proliferare antistorico di “nazionalismi” e “sovranismi” in molte parti del mondo.

Si tratta di forme narcisistiche di tipo psicotico, e quindi direi che spesso il “provare nostalgia per i bei tempi passati” nasconda in verità il muoversi di “parti psicotiche della personalità”, come le definisce Bion (1967), dalle quali occorre a mio avviso ben guardarsi.

D: Come sarà, se ancora esisterà, la famiglia del futuro?

R: Prima di parlare di famiglia, mi sembra utile soffermarmi ancora un attimo sull’idea di Futuro in generale. Siamo in un’epoca in cui appare molto difficile costruire generativamente sogni, ideali per l’individuo, per le famiglie, ma anche per le nazioni, per qualsiasi gruppo sociale o professionale vogliamo prendere in considerazione. E’ il Futuro come “oggetto mentale” investito di senso, a mio avviso, che sta davvero perdendo centralità nell’essere umano, fenomeno strettamente legato alla capacità di nutrire la Speranza, intesa come categoria dello Spirito.

Futuro e Speranza, io credo, dovrebbero diventare gli oggetti perspicui di studio e di cura della Psicoanalisi presente (e futura): curare l’Oggetto-Futuro è importante, infatti esso è un contenitore essenziale in cui depositare i sogni e i progetti del Sé di ogni individuo, soprattutto delle nuove generazioni, donando al Sé un senso di continuità e coesione. Il Futuro, per dirla con Bollas (2015) promuove quelle “matrici vitali” su cui si fonda il legame umano, un legame messo in scacco dalla sempre più generalizzata “aziendalizzazione” dell’umano medesimo, da parte del potere tecnologico-finanziario.

Non so dire quali forme prenderanno la famiglia del futuro e la coppia del futuro, tuttavia certamente immagino assisteremo a nuove forme di legame interumano, a nuove forme di sessualità, di accoppiamento, di interazione intersoggettiva tra individuo, ma anche tra individuo e macchine.

Basti solo pensare al rapporto tossicomanico che attualmente tutti noi intratteniamo con il nostro smartphone. Mi viene in mente a questo proposito l’ultimo, come al solito interessantissimo libro dello scrittore inglese Ian McEwan, “Macchine come me” (2019), che narra appunto di nuovi ed inquietanti orizzonti relazionali ed erotici determinati dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Mi viene in mente anche la bellissima serie TV inglese “Black Mirror”, e in particolare un episodio della quarta stagione, “San Junipero” (che ha vinto l’Emmy 2017 per la miglior sceneggiatura) che descrive un futuro in cui la nostra mente potrà sopravvivere alla morte del nostro corpo, custodita all’interno di un grande computer insieme ad altre menti.

Come si vede, ancora una volta, come ci ha peraltro indicato Freud in molti suoi scritti, sono gli scrittori, gli artisti, i poeti, più degli psicoanalisti, ad intuire ciò che verrà, a “sognare” per noi il nostro Futuro. Al di là degli artisti, credo però che anche la Psicoanalisi e gli Psicoanalisti avranno molto da lavorare nei prossimi anni: molte sono le trasformazioni cui il singolo e i gruppi di cui fa parte (familiari, sociali, istituzionali) andranno incontro nel futuro che abbiamo di fronte, e che certamente forniranno molto materiale da pensare e “sognare” psicoanaliticamente.

Non dimentichiamo poi che gli studi degli psicoanalisti oggigiorno sembrano essere rimasti, per molti pazienti, i soli spazi di pensiero, le uniche zattere su cui rifugiare, come un profugo, come un migrante, il loro pensiero, nel mare della “vita liquida” che li circonda.

 

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