Il valore dell’essere figli oggi

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Intervista alla psicoanalista Laura Pigozzi
di Anna Fata

Oggi, la maggior parte di noi adulti tende a pensare, riflettere, parlare, scrivere da questo punto di vista e in molti casi da quello genitoriale. Si interpretano da questa prospettiva non solo la funzione e il ruolo genitoriale, ma in molti casi si tende inevitabilmente a leggere da tale posizione anche quella del figlio.

Così facendo, però, il rischio più concreto è quello di perdere di vista l’incarnazione, sempre viva, attuale, intrinseca, immanente e imperitura di ciascuno di noi, di essere e restare anche figli.

Per comprendere appieno la posizione di figli forse occorre compiere diversi passi indietro.

 

L’evoluzione della funzione genitoriale

Oggi la funzione genitoriale è in rapida e complessa evoluzione. Accanto a componenti psicobiologici si intrecciano quelli psicosociali, economici, culturali, politici, religiosi, educativi, che si combinano in modo unico e irripetibile in ogni singolo contesto.

Nei secoli, con la maggiore libertà dei costumi, l’allentamento dei legami affettivi, la loro minore istituzionalizzazione, molti valori tradizionali sono venuti meno, si è ricercata la parità dei diritti tra individui, finendo col confondere questa, a volte, con la soggettività unica e irriducibile di ciascuno.

All’interno di famiglie dai confini sempre più liquidi, incerti, confusi, mobili, ripetutamente ridefiniti, anche la scarsa demarcazione di ruoli e funzioni tra genitori e figli è sorta di conseguenza.

In questo ambiente può diventare assai arduo il processo di formazione della propria identità, che procede per tutta la vita, ma che può essere assai delicato proprio nell’infanzia, nell’adolescenza e nella transizione verso quella che dovrebbe essere l’età adulta. Questo vale, quindi, sia per i figli, sia per i genitori.

Quello che conta, infatti, nel processo di formazione dell’identità è il senso di coesione e di significato che si riesce ad attribuire a ciò che sta accadendo, operazione non sempre facile in molti frangenti.

D’altro canto, questo processo di attribuzione di senso, che è unico e soggettivo per ciascuno di noi, può anche essere considerato uno degli elementi base per la salute psichica e il buon funzionamento relazionale. Avere una coesione interiore, infatti, consente di tenere in sé in modo armonico tutta la serie di identificazioni ed emozioni che nel tempo sono state fatte proprie.

Questo delicatissimo e articolato processo è ciò che permette ad un figlio di costruire una soggettività separata da quella dei propri genitori.

 

Le trasformazioni del rapporto

Nei primi mesi di vita un ruolo fondamentale in questo processo lo può rivestire la figura di accudimento principale del bambino, che in molti casi coincide con la madre, biologica o non, che con la funzione cosiddetta di “holding” tiene il piccolo tra le braccia della sua mente, in modo che possa fare esperienza di sé, senza contemporaneamente doversi tenere insieme per sentirsi esistere.

Dall’efficacia di tale processo può scaturire la successiva capacità, nel futuro, di incontrare l’alterità, di accoglierla, accettarla, sognarla, incorporarla, senza esserne annientati.

Oggi, complici anche le nuove tecnologie e il sapere sempre più ampio, accessibile, a basso costo, a portata di mano, un numero crescente di neogenitori dispone di un corpo teorico e nozionistico molto ampio a cui accedere per comprendere e svolgere meglio il proprio ruolo, almeno nelle intenzioni.

Nel concreto, però, eccettuando i casi di informazioni poco corrette o male comprese, anche quando il cammino di apprendimento teorico e nozionistico giunge a buon fine, il rischio in questi casi può consistere nell’espletamento di funzioni genitoriali asettiche, pre programmate, rigide, fredde, che difficilmente, magari presi dal timore di sbagliare, riescono a riconoscere e calarsi nel particolare del contesto unico e irripetibile in cui si sta vivendo, momento per momento.

 

Il valore dell’ascolto non giudicante

L’ascolto dei figli, soprattutto oggi, e di riflesso dei genitori, assume una importanza fondamentale. Per essere realmente efficace esso dovrebbe essere aperto, curioso, ma non invadente, accogliente, capace di riconoscere e accettare il nuovo, l’inconsueto, il diverso e soprattutto rispettarlo e non giudicarlo, anche se non sempre lo si condivide. Ascoltare il diverso e soggettivizzarlo implica la capacità di rilevare le differenze, senza uniformarle a sé, senza annientarle, inglobarle, fagocitarle.

Soggettivizzare le differenze, il proprio ruolo e la propria funzione significa anche non cercare nei figli la bontà, l’efficacia, la correttezza del proprio essere genitori, ma lasciare anche spazio alla critica e al dissenso, senza esserne annientati o criticare a propria volta.

Se questo processo, a duplice via, non si verifica, può condurre quasi inevitabilmente alla perdita del figlio e, di riflesso, a quella del genitore stesso. Non c’è figlio senza genitore, infatti, e non c’è genitore senza figlio.

Se viene a mancare l’autorità dei genitori, le fantasie dei figli finiscono con il non avere più freni e il rischio di agiti, spesso anche efferatamente distruttivi, per lo più nell’adolescenza, è concreto. Il conflitto tra le generazioni, ad un certo punto della vita, è quasi inevitabile. Rappresenta un tentativo verso l’emancipazione, l’autonomia, l’acquisizione di una propria autorità, autonomia, indipendenza e responsabilità.

In questi frangenti per un genitore può diventare molto difficile non tentare di sostituirsi al figlio, oppure abdicare al proprio ruolo, comportandosi da pari o da amico. In questa fase delicatissima occorre, più che in altre, forse, non smarrire né il proprio figlio interiore, né il proprio genitore, vivendo in modo unico le differenze vitali tra le diverse generazioni.

La funzione di “holding” da parte di un genitore, in realtà, non si esaurisce mai. Un genitore tenderà a tenere a mente sempre, ovunque, comunque il proprio figlio. Riconoscere di non sapere mai veramente fino in fondo cosa accade nel mondo interiore dell’altro rappresenta la base del rapporto, in senso ampio e generale, con l’altro da sé.

Mantenere viva la soggettivizzazione delle differenze interiori, il proprio dialogo tra adulto e bambino, l’assunzione di responsabilità verso le proprie parti ancora in fieri, con amore, dolcezza, compassione, cura, attenzione, e verso quelle più adulte e strutturate, conquistate con impegno, fatica, a volte anche dolore, rappresenta una delle basi imprescindibili grazie alle quali essere un genitore, e non solo adulto o bambino.

Al tempo stesso, anche quando si diventa a propria volta genitori, non si cessa mai di essere figli. Considerarsi figli è prima di tutto un pensiero, il riconoscimento del proprio debito simbolico nei confronti di chi ci ha preceduti. E’ sentirsi nati da un rapporto fondato sull’Amore. Nascere, quindi, in questa accezione diventa non un mero venire biologicamente al mondo, ma anche e soprattutto è un iniziare a pensarsi tali. E’ un sentirsi chiamati figli, il frutto della pienezza di un rapporto.

Non si nasce figli, quindi, esattamente come non si diventa genitori con il mero concepimento, ma lo si diviene attraverso un lungo e articolato cammino.

 

L’intervista alla psicoanalista Laura Pigozzi 

Cosa può raccontarci la psicoanalisi in merito a questo lungo e delicato processo?

Ne parliamo con Laura Pigozzi, Psicoanalista, Scrittrice, Docente di cantoterapia e teoria psicoanalitica della voce, fondatrice della Scuola di Musicoterapia Psicoanalitica di Milano, Membro del Bureau e Rappresentante Italiano della Fondation Européenne de la Psychanalyse; e Rappresentante Italiano del CRIVA – Centre Recherche International Voix Analyse , già vicepresidente di Lou Salomé-Donne psicanaliste in rete.

Autrice dei libri “Mio figlio mi adora. Figli in ostaggio e genitori modello”, Nottetempo Editore, e “Adolescenza Zero. Hikkikomori, Cutters, ADHD e la crescita negata”, Nottetempo Editore, giugno 2019.

 

D: Come si può descrivere il processo che porta a definire l’altro (e se stessi) “figlio”?

R: L’essere figlio è, in primo luogo, una posizione simbolica che identifica l’aver ricevuto una filiazione, cioè un passaggio, per così dire, di consegne da parte del genitore che riguardano le metafore che sostengono un certo modo di stare al mondo, una certa narrazione di sé e della propria storia familiare. La famiglia è un luogo di trasmissione dove si comunica uno stile, si ascoltano narrazioni, si condividono valori: essere figli vuol dire avere relazione con quel mondo di cui si diviene eredi, sia che se ne accetti l’eredità sia che la si rifiuti e la si contesti.

 

D: Quali sono le deviazioni che più comunemente possono interferire con il corretto svolgimento di questo processo?

R: Il processo di filiazione non dovrebbe contenere norme eccessivamente coercitive, anche se si realizza attraverso un passaggio di regole, bussole indispensabili a orientarsi nel mondo. Il figlio allora è colui che, ad esempio, può rivedere queste regole, soggettivarle e produrre una nuova visione del mondo.

Quando questo processo che sancisce la nascita della soggettività – e che solitamente avviene in adolescenza – non ha luogo, allora il figlio si limita a ricalcare la visione del mondo dei suoi genitori, a farsene vestale e a mancare l’appuntamento con la propria vita che, per forza di cose, non li comprende.

La funzione di ogni figlio è quella di “rinnegare i genitori” – lo fece persino Gesù a 12 anni – per poter “costruire” il proprio mondo, per poi tornare a loro, nella maturità e con una consapevolezza maggiore.

Se si manca il passaggio di rottura con i genitori per fondare la propria autonomia, nessuna riconciliazione adulta sarà poi possibile perché il destino del figlio senza conflitto sarà quello di restare sterilmente “fedele” al genitore oppure quello di rompere con lui quando è troppo tardi e quindi di rendere questa separazione rigida, non dialettica e forse definitiva.

 

D: Se e come, eventualmente, una volta verificatesi tali deviazioni, si possono se non correggere quantomeno superare?

R: Il segreto per ogni genitore è saper fare un passo indietro durante la crescita del figlio, soprattutto in adolescenza. Come il figlio procede dal bambino all’adolescente fino a divenire adulto, di pari passo deve trasformarsi il genitore: il genitore del bambino non è il genitore dell’adolescente. Un figlio adolescente o adulto non lo guarderà più come il suo unico punto di riferimento – per fortuna! – e al genitore toccherà fare il lutto per la perdita della posizione privilegiata di cui prima godeva in quanto genitore di un minore.

 

D: Il concetto di “debito simbolico” verso la generazione che ci ha preceduti probabilmente è destinato a restare non sanato in via definitiva. Forse anche in virtù di questa responsabilità, oggi si assiste a manifestazioni anche molto conflittuali verso di esso: genitori che faticano a trasmettere una eredità simbolica, figli che si oppongono al riceverla e onorarla, che al limite la disconoscono totalmente, oppure, al contrario, che si sentono schiacciati dal suo peso. Se e come è possibile trasmettere, ricevere, valorizzare in modo sano il “debito simbolico” da chi ci ha preceduti?

R: Se ognuno si attiene al proprio posto simbolico queste confusioni accadono con meno tragedie.

Certamente se un genitore si ostina a trattare un figlio adolescente, o peggio adulto, come il suo bambino, questo figlio non potrà che sottomettersi, compromettendo la sua vita e la nuova famiglia che andrà a costituire, oppure non potrà che ribellarsi, tagliando i legami con la famiglia di origine.

Molto dipende dal genitore e dalla sua capacità di farsi da parte per lasciare la scena del mondo al figlio: in questo modo il figlio potrà onorare il cosiddetto debito simbolico, che si chiama appunto “simbolico” per il motivo che offre a ciascun partecipante un posto simbolico definito che richiede i compiti descritti.

Se il genitore per primo non si attiene al suo compito, che è quello di tramontare, finirà per costituire solo un ingombro nella vita del figlio. Come ho scritto in “Mio figlio mi adora“, la vera filiazione è aver ricevuto dai propri genitori la possibilità di lasciarli per sempre, ma se questa eredità non c’è stata, occorre prendersela.

 

D: Oggi i fatti di cronaca riportano di frequente episodi di violenza da parte di figli nei confronti dei loro genitori. Spesso si tratta di adolescenti, ma non solo, a volte di veri e propri adulti con una vita più o meno autonoma. Come si possono interpretare in chiave psicoanalitica questi accadimenti e, soprattutto, se e come può essere possibile prevenirli?

R: La violenza del figlio in famiglia è direttamente proporzionale alla quantità di simbiosi a cui è stato sottoposto: se un genitore lo ha tenuto troppo legato a sé, il figlio avrà bisogno di una quantità di conflitto maggiore per seguire il suo proprio destino, che è quello di lasciare i genitori.

Molte violenze di giovani in famiglia si spiegano col fatto che i genitori non hanno accettato il normale conflitto con i figli e hanno disposto le cose in modo da evitare lo scontro necessario. In questo modo, a un figlio può non restare che un gesto violento per riuscire a separarsi. Naturalmente questo può rovinare la vita di un figlio.

Diversi fatti di cronaca ci mostrano quanto spesso tra gli assassini dei propri genitori ci sia una tipologia di figli abituati, da decenni, a vivere insieme a loro – magari in spazi ristretti – in una continua dipendenza: omicidi che sembrano avere moventi di tipo patrimoniale, ma che forse raccontano dell’impossibilità di separarsi e infine trasformano le vittime in carnefici.

Quando non arrivano alla violenza contro il genitore, i ragazzi che sono stati troppo inclusi possono arrivare a mettere in pratica comportamenti di autoaggressione, come il caso degli hikikomori o delle cutters, o nelle nuove pratiche di autosoffocamento, che nulla hanno a che vedere con il senso delle antiche prove di coraggio tra giovani, e che costituiscono i nuovi comportamenti al limite che ho descritto nel libro “Adolescenza Zero”.

E’ per questo motivo che il “matricidio immaginario” – cioè il decadimento del genitore da una posizione di onniscienza che ogni figlio deve operare – è indispensabile per continuare ad avere relazioni con i genitori, per vivere, pensare e per escludere l’agito cruento o l’allontanamento traumatico.

 

D: Per un figlio, al pari se non anche più di un genitore, in molti casi, arrivare a concepire che Amore e odio vanno di pari passo può essere un conseguimento assai arduo da ottenere, ancora più se i genitori vengono fortemente idealizzati. Se e come è possibile giungere a questa conciliazione interiore, senza perdere una delle due polarità?

R: Una delle dotazioni di base che occorre dare ai figli è la concezione che la vita è sempre ambivalente, che ogni luce ha la sua ombra, in ogni ambito dell’esistenza.

L’idealizzazione è pericolosa quando è allo stato puro, anche se è chiaro che in ogni amore c’è un po’ di idealizzazione, ma deve resta misurata.

Quando l’idealizzazione non ha limiti, è l’anticamera del fanatismo, cioè la morte del pensiero. Certamente un genitore che cerca di farsi adorare dal proprio figlio non potrà passare questa referenza essenziale alla dualità delle cose del mondo, perché non riuscirà a tollerare che il figlio possa vedere le ombre del genitore, le sue finitezze, i suoi difetti, le sue debolezze o le ingiustizie che opera.

 

D: Si tende affermare comunemente che il proprio rapporto con i genitori, che la loro osservazione e identificazione tende a modellare l’impronta dei rapporti, specie quelli affettivi, con i futuri partner che i figli sceglieranno. Al limite, c’è chi si sbilancia ad affermare che i figli tendono quasi inevitabilmente a seguire le orme dei genitori. Se e cosa c’è di vero in tale convinzione?

R: Il tipo di legami che ci hanno messo in forma nell’infanzia tendono a essere ripetuti. Se pensiamo al caso estremo dei legami tossici vediamo quanto spesso portino a relazioni tossiche.

Nella questione della violenza sulle donne, il punto cruciale da mettere in luce è che le vittime di vincoli tossici – quelli che ruotano intorno alla coercizione e al consenso – hanno appreso quelle modalità in famiglia e quindi offrono ai loro carnefici una connivenza inconscia che rende poco incisivi gli interventi giuridici e sociali in loro favore. Il modo in cui siamo stati amati per la prima volta fa marcatura.

Ho in mente la storia di un figlio rifiutato che ha poi scelto partner rifiutanti e ha collezionato relazioni in cui stava nel posto dello “scarto”. Solo una rottura di questa catena inconscia – con un’analisi ad esempio – può essere trasformativa.

 

D: Oggi i legami familiari tendono ad essere molto fluidi, liquidi, a volte caotici, in rapida e continua evoluzione. Famiglie che si disfano, si ricompongono, tornano a sciogliersi per poi ricomporsi di nuovo in altre forme. Spesso si tende a mettere in primo piano la felicità e le scelte dei partner, prima ancora che dei figli, nonostante le buone intenzioni dichiarate. Dal punto di vista di un figlio quali possono essere i reali vissuti, le reazioni, i sogni, le fantasie e soprattutto le conseguenze emotive di fronte a questi scenari?

R: Diversamente da un tempo, matrigna e madre naturale, patrigno e padre naturale oggi coesistono nella vita dei figli e questo ridisegna i nessi psichici più classici e apre a triangolazioni molto interessanti tra gli attori del nuovo romanzo familiare.

La madre è amata per default, perché è la madre. La matrigna si conquista amore e rispetto quotidianamente, con pazienza, per lei nulla è gratis. Il suo rapporto con i figli nascerà dalla sua capacità d’invenzione nel legame.

Occorre dire che i bambini di per sé accetterebbero le nuove figure di cura perché sanno molto bene che moltiplicare l’amore degli adulti permette loro di fronteggiare la loro paura fondamentale che è quella di restare orfani. Dunque, più adulti di riferimento ci sono e meno angoscia potrebbero provare: questo accadrebbe se non si mettessero di traverso le gelosie reciproche tra gli adulti in gioco.

L’amore che lega il genitore sociale e il bambino è un amore che sopporta l’ambivalenza, non è idealizzato e, per questo, è un viatico importante perché offre un principio di realtà sull’amore, il sapere che esso non è mai tutto luce o tutto ombra; può insegnare il valore della parzialità, della tolleranza. Non è un amore fanatico, ma è un amore temperato.

Occorre che figli e matrigna e figli e patrigno si possano sentire autorizzati a esprimere i reciproci sentimenti d’amore: a voler bene alla matrigna sembra quasi di tradire la madre, come ad amare il patrigno sembra di togliere qualcosa al padre.

L’accettazione che i figli abbiano legami d’affetto e d’amore con i genitori sociali li aiuta anche ad accettare la separazione dei genitori, cosa sempre sospesa nell’animo dei figli, in inconsapevole attesa che il loro mondo torni come prima.

In questo quadro, però, la posizione della matrigna – la nuova compagna del padre non ha per ora un nome migliore – e quella del patrigno non sono simili perché la madre biologica è presente presso i figli di più del padre biologico, dato che i tribunali tendono, anche in caso di affido condiviso, a domiciliare i figli presso la madre. Dunque, la frequentazione del patrigno con i figli della compagna è quotidiana, mentre quella matrigna è part-time, anche se a lei sono richiesti compiti di cura più complessi e delicati che al patrigno.

La relazione padre-patrigno ha temi diversi da quella madre-matrigna: forse non è funestata da rivalità e gelosie della stessa intensità, ma il patrigno può essere investito da un inconscio sospetto “predatorio” nei confronti, ad esempio, di una figlia, un fantasma radicalmente intollerabile per un padre.

Un punto di civilizzazione della famiglia (le famiglie mostrano spesso un lato di barbarie socialmente accettato) potrebbe essere quello di valorizzare i doni generosi che i genitori sociali offrono ai figli dei partner. Essi scelgono di amare i figli del compagno/della compagna non perché sono “loro” figli, ma perché sono esseri unici, stranieri e perturbanti, proprio come ciascun figlio dovrebbe essere anche per ogni genitore di sangue.

Dovremmo adottare anche i figli che vengono dal nostro ventre e dal nostro seme, solo così avremmo un rapporto di rispetto con loro e non di appropriazione.

 

D: In che modo può sorgere in un figlio, e cosa può rappresentare simbolicamente, il desiderio di diventare genitore a sua volta?

R: Ogni storia è diversa e il desiderio di diventare genitore – o il desiderio di non diventarlo – sono delle soluzioni soggettive a quel trauma che la famiglia è sempre per ogni essere umano, in quanto luogo di delizie e di croci che ciascuno avrà il compito di elaborare. Se un figlio non è stato troppo amato e preso in ostaggio o non è stato troppo rifiutato e abbandonato, il compito sarà più agevole.

Non pensiamo che il desiderio di non diventare madre o padre sia sempre da condannare o da considerare come mostruoso o gravemente sintomatico. Siamo tutti alle prese con i nostri sintomi, chi con minore o maggiore abilità, e non esiste chi non ne abbia. Il sintomo è stato la soluzione di un problema che poi si è installata diventando meccanismo automatico, anche quando l’urgenza non c’era più. Ogni storia genitoriale o non genitoriale, in fondo, non è che il tentativo di aggiustamento e bonifica dei genitori che abbiamo avuto.

 

D: Se e quando un figlio si può definire adulto, soprattutto oggi?

R: Quando è messo in grado di lasciare, senza senso di colpa, la casa dei genitori ed essere in grado di farlo senza troppi comfort e garanzie, ma perché sorretto da un desiderio di autonomia. La dipendenza è il male del secolo e se pure la totale indipendenza dagli altri è una chimera, il desiderio verso di essa è ciò che ci fa avanzare e ci umanizza.

 

D: Per un figlio assistere al declino psicofisico dovuto all’età, alla malattia, e infine alla morte di un genitore in molti casi è un percorso obbligato e non semplice, a qualsivoglia età. Se e come, ammesso che sia possibile, ci si può preparare sul piano interiore ad affrontare al meglio questo processo?

R: Pensando che è nel piano della vita, lo è sempre stato e sempre lo sarà. Così come non possiamo accompagnare un genitore per sempre, così lui non ci può accompagnare per sempre. La vera tragedia è quando ti muore un figlio, non quando muore un genitore.

 

Leggi anche l’intervista: “Cosa significa essere donna oggi

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