Come creare la propria felicità

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Intervista a Sandro Formica
di Anna Fata

Da che mondo è mondo, l’uomo fa di tutto per rifuggire dal dolore e dalla sofferenza e ricercare la felicità. Gradualmente, con lo scorrere degli anni e con l’accrescersi dell’esperienza, magari arriva un giorno in cui ci si rende conto che il dolore è pressoché inevitabile e che probabilmente quello più grande sta propria nella non accettazione, nella ribellione, nella fuga da esso.

Inoltre, la felicità stessa, per la natura transitoria di ogni manifestazione di vita, in ampia parte anche poco definibile e afferrabile, sembra essere una chimera che più si cerca di rincorrere e magari trattenere, più diventa sfuggente, misteriosa, inafferrabile.

Se è vero che numerose ricerche scientifiche e tecnologiche ci hanno consentito e, auspicabilmente, ci permetteranno sempre più di ridurre o magari anche eliminare buona parte del dolore fisico, relativamente alla sofferenza emotiva e mentale, probabilmente, non si riuscirà mai a superarla definitivamente.

A questo proposito, infatti, al di là degli strumenti, delle tecniche, delle strategie, dei professionisti che ci possono affiancare, un ruolo imprescindibile continua ad averlo e sempre lo avrà ciascuno di noi in prima persona. Nessuno si può sostituire a noi nella vita e nel vivere.

Anche quando ci mettiamo tutto il nostro impegno e la nostra buona volontà, però, la nostra esistenza, le sensazioni, i pensieri, le emozioni, i comportamenti non sempre sembrano portarci la felicità e tutti i conseguimenti mentali, emozionali e fisici che auspichiamo. A volte qualcosa di inconscio si oppone e finisce col sabotare, più o meno consapevolmente, tutti i nostri sforzi.

La Psicologia Positiva è una branca della psicologia che con ricerche scientifiche all’avanguardia ha cercato di indagare gli aspetti legati al benessere, alla realizzazione personale e professionale, alla soddisfazione nella vita, all’armonia nelle relazioni, ai pensieri ed emozioni positive, ivi compresa la felicità.

Perché alcune persone sono più felici di altre? Felici si nasce o si diventa? Si è felici perché si ha successo, o si ha successo perché si è felici? Quanto contano le buone relazioni nella nostra salute emotiva?

Di questo e molto altro abbiamo parlato con il Professor Sandro Formica, docente presso la Florida International University, Università degli Studi di Palermo e SDA Bocconi School of Management. Responsabile dei corsi di “Scienza della Felicità”, “Gestisci te stesso, Gestisci gli altri”, “Potere personale”.

 

D: Per chi non la conoscesse, che cosa è la Psicologia Positiva e come si differenzia dal cosiddetto “pensiero positivo” tanto in voga intorno agli anni ‘80?

R: La psicologia è nata nel 1879, quando lo scienziato tedesco Wilhelm Wundt ha fondato il primo laboratorio per studiare le patologie della mente. Ci sono voluti oltre cento anni per formalizzare l’applicazione della psicologia non solo agli individui che soffrono di patologie mentali, ma anche a coloro che vogliono migliorare la propria salute mentale. Infatti, abbiamo dovuto aspettare fino al 1998 per battezzare la psicologia positiva come un ramo ufficiale della psicologia.

Tutto questo è potuto avvenire in quanto Martin Seligman, allora presidente dell’associazione americana di psicologia, si è concentrato su studi e ricerche che enfatizzavano la felicità e il benessere. È importante chiarire che Seligman non è stato il primo scienziato a coniare il termine “psicologia positiva” in quanto, oltre 50 anni prima, nel 1942, Abraham Maslow ne aveva parlato nel suo libro “Motivazione e Personalità”. Gli studi di Maslow, nonostante datati, sono ancora tra i più citati nelle pubblicazioni scientifiche contemporanee, proprio perché rivolti al desiderio di auto-realizzazione che tutti noi abbiamo nel vivere una vita piena di soddisfazioni e ricca di significato.

La differenza tra la psicologia positiva e il movimento del “pensiero positivo” sta nel fatto che mentre la prima comprende un compendio di migliaia di studi scientifici e ha a che fare con l’osservazione di non solo pensieri ma anche emozioni e altri aspetti del sé; il secondo è limitato all’analisi e alla pratica di pensieri che ci supportano, e quindi positivi, in sostituzione ai pensieri che non ci supportano, e quindi negativi.

 

D: Secondo la Psicologia Positiva, come si possono definire il benessere e la felicità?

R: Il benessere è un concetto più ampio, che include ma non è limitato alla felicità. In altre parole, nel benessere ci sono, oltre alla felicità, la salute fisica e la prosperità economica.

Secondo Seligman, la felicità invece si concentra su tre elementi fondamentali. L’accezione popolare si ferma frequentemente al primo elemento e non considera gli altri due, altrettanto importanti.

Per capirci, il primo elemento è basato sul vivere quella sensazione di piacere che è tipica dell’essere felice. Si tratta di un’emozione che ci far star bene e che vorremmo duri il più a lungo possibile.

Il secondo elemento è l’impegno che intendiamo mantenere per vivere una vita felice. Questo è un aspetto che richiede consapevolezza e responsabilità verso sé stessi a coltivare la felicità, che quindi non può essere considerata come una semplice emozione, ma è invece uno stato dell’essere che ha bisogno di essere nutrito costantemente.

Infine, il terzo elemento che rende felici è quando siamo, facciamo o abbiamo un qualcosa che da un senso alla nostra vita. Il concetto di “meaning” in inglese, che rappresenta questo ingrediente della felicità, riguarda il valore, il peso e l’importanza che diamo alle cose, alle persone e alle esperienze che viviamo. Più questo è significativo, più alimenta lo stato di felicità.

 

D: Uno dei dubbi amletici più grandi intorno a cui la scienza si è arrovellata negli anni è fino a che punto un tratto di personalità ha basi prevalentemente genetiche oppure ambientali. In merito alla felicità cosa si può dire: felici si nasce o si diventa?

R: Sonja Lyubomirsky
Ricercatrice leader della scienza della felicità, ha rilevato che il 50% di una personalità felice dipende dalla genetica. Il 10%, invece, dipende da fattori esterni, come vincere alla lotteria o vivere in un ambiente salubre. Il restante 40% infine dipende dai nostri pensieri, dalle nostre emozioni, dall’esercizio fisico e da altri aspetti che hanno a che fare con il nostro stile di vita.

La distribuzione percentuale che ho appena evidenziato non vuol dire che se non nasciamo con un DNA positivo, potremo, al massimo essere felici al 40%. Vuol dire che possiamo essere felici, pienamente, anche quando nasciamo con una genetica più portata alla tristezza o alla sofferenza.

In altre parole, la felicità è sempre raggiungibile, anche nelle condizioni (interne o esterne) più sfavorevoli. Quello che conta è il nostro impegno ad “allenarci” a essere felici. Allenarci, esattamente come faremmo andando in palestra o a correre. Possiamo decidere di impegnarci fin da questo momento a coltivare tutta una serie di pratiche, come la gratitudine, per sentirci meglio.

 

D: Se concretamente possiamo aumentare i nostri livelli basali di felicità, fino a che punto tali cambiamenti sono stabili nel tempo e, nel caso, cosa fare per poterli consolidare?

R: Le persone felici sono, tra l’altro, quelle che riescono a vivere e sentire le emozioni più disparate, dalla gioia alla disperazione. Anche qui, l’accezione popolare che interpreta la felicità come uno stato ininterrotto di piacere non è corretta. Le persone felici vivono (e non reprimono) tutte le emozioni e sono in grado, grazie agli allenamenti di cui parlavo in precedenza, di ritornare in uno stato di equilibrio o benessere interiore molto più velocemente ed efficacemente delle persone non felici.

La felicità non è una destinazione, bensì un percorso.

La stabilità della felicità è in relazione all’auto-consapevolezza. In altre parole, se desideriamo una felicità sostenibile, dobbiamo necessariamente partire dalla conoscenza e dall’approfondimento, in via esperienziale, delle componenti del nostro essere. Questo è un passaggio obbligato e fondamentale per creare radici profonde e durature che siano in grado di sostenere la felicità anche in situazioni difficili e complesse, come la morte di una persona cara o in caso di una grave crisi economica.

Ecco perché ho lavorato per oltre un decennio per proporre una nuova scienza, la scienza del Sé”, che è composta da nove colonne portanti dell’autoconsapevolezza: bisogni, valori, talenti e competenze, emozioni, pensieri e convinzioni, comunicazione empatica, immaginazione, proposito di vita, e piano di vita. Ognuno di queste colonne portanti rappresenta una disciplina o competenza che può essere acquisita o migliorata con esercizi e attività pratiche, semplici ed efficaci.

 

D: Nello specifico, può fornirci qualche semplice esercizio concreto che possiamo applicare nella nostra piccola quotidianità di vita e di lavoro?

R: I bisogni sono la prima colonna portante della Scienza del Sé. Quando i tuoi bisogni non sono soddisfatti, non ci sono i presupposti per raggiungere o sostenere la felicità. Quello che ho notato, durante i miei seminari in Italia, Spagna, Taiwan, e Stati Uniti, è che abbiamo una scarsa consapevolezza dei propri bisogni e non capiamo i bisogni di coloro che fanno parte della nostra vita.

Dietro ogni azione c’è l’intenzione di soddisfare un bisogno. Una volta capito il perché ci comportiamo in un certo modo o ci aspettiamo certi comportamenti dagli altri, è importantissimo parlarne e condividere i bisogni che si celano dietro ai nostri comportamenti.

Crea una tavola in cui elenchi i bisogni che vorresti soddisfatti al lavoro, a casa, con gli amici, in intimità, ecc. Poi specifica la persona alla quale hai affidato il compito di soddisfare il tuo bisogno. Ad esempio, al lavoro il tuo bisogno predominante potrebbe essere quello di apprezzamento o supporto. Chi è la persona alla quale hai affidato questo comito? Glie l’hai comunicato chiaramente? In quale percentuale, fino a oggi, è riuscita a soddisfare quel bisogno? E se la percentuale non è del 100%, potresti richiedere un appuntamento per poter sviluppare un percorso che porti al raggiungimento pieno di quel bisogno?

 

D: Spesso il senso comune sostiene che chi si limita alla cura di sé, del proprio benessere e felicità, in ultima analisi è una persona egoista. In realtà, molte ricerche hanno messo in luce che le persone che sono serene e felici sono più altruiste e più disposte ad aiutare il prossimo e l’intera collettività. Nella sua esperienza cosa ci può raccontare al proposito: dove sta, se c’è, il confine tra cura di sé e cura del prossimo?

R: Quando ero un professore di ospitalità e turismo avevo tutto quello di cui una persona di ceto medio potesse desiderare. Avevo un posto fisso, un ottimo stipendio, ero rispettato e ammirato dalla mia comunità e dai miei colleghi, negli Stati Uniti e a livello internazionale.

Quando ho deciso di vivere oltreoceano, le autorità americane mi hanno ricevuto con il miglior benvenuto che si possa ottenere: la carta verde per capacità straordinarie, come ricercatore e professore universitario. Nonostante tutto ciò, sentivo di vivere in modalità “sopravvivenza”, insoddisfatto, concentrato a pubblicare i miei articoli accademici e insegnando ciò che mi veniva richiesto dal dipartimento. In altre parole, facevo quello che la società riteneva fosse buono e giusto per me.

L’insofferenza emotiva che stava gradualmente crescendo dentro di me ha portato a esplorarmi dentro, a capire cosa fosse giusto fare e come farlo. Ho recentemente festeggiato i 25 anni dal mio battesimo di auto-consapevolezza. In questo quarto di secolo ho testato metodi e strumenti per comprendermi e capire quale fosse il mio proposito. Non è stato un percorso facile né lineare. Sono caduto tante volte e mi sono sempre rialzato perché sapevo che la posta in gioco non si limitava a me e al mio benessere. Andava ben oltre. Così è stato.

Grazie al mio percorso personale, ogni anno aiuto migliaia di persone a ritrovarsi, togliersi le maschere che hanno indossato per una vita, e a raggiungere il loro potenziale. Se non avessi fatto il mio percorso personale, il mio contributo agli altri sarebbe stato modesto e superficiale. Si sarebbe limitato a trasferire nozioni riguardo a fenomeni che avvengono fuori di noi. Ora il mio focus è quello di facilitare un percorso di crescita interiore; condizione essenziale per creare una trasformazione della società e del mondo in cui viviamo.

 

D: Veniamo alle applicazioni concrete e contestualizzate nei vari ambiti di vita: come si può situare ed esplicare un intervento tramite la Psicologia Positiva, ad esempio, in famiglia, a scuola, in ufficio?

R: Sopra ho condiviso delle pratiche che riguardano l’analisi dei comportamenti in base alla soddisfazione dei bisogni. Da li, abbiamo sviluppato un percorso che prevede la misurazione della soddisfazione dei propri bisogni e l’apertura di un dialogo con gli altri utilizzando il linguaggio dei bisogni.

La psicologia positiva utilizza fondamentalmente sette categorie di pratiche ed esercizi:

  • a. Assaporare, incoraggiando l’individuo a concentrarsi e a focalizzare la propria consapevolezza su un’esperienza positiva, presente, passata o futura.
  • b. Gratitudine per quello che abbiamo e che stiamo vivendo.
  • c. Gentilezza verso sé stessi e il prossimo.
  • d. Empatia, l’abilità di capire e condividere le emozioni che provano gli altri.
  • e. Ottimismo, la convinzione che il futuro porterà gioia e soddisfazioni.
  • f. Forza, dal punto di vista di aspetti caratteriali che riflettono emozioni, pensieri e comportamenti rivolti alla saggezza, coraggio, umanità, giustizia, equilibrio e trascendenza.
  • g. Proposito, cosa riempie di significato e valore le nostre azioni quotidiane.

Ecco, prendiamo ad esempio le pratiche che hanno a che fare con il proposito. La prima cosa da fare e chiedersi se abbiamo un proposito. Il proposito di vita è rappresentato dal nostro impegno e dedizione, attraverso talenti e competenze, a un qualcosa che è più grande di noi stessi. Funge da bussola interiore e ci permette di determinare, in ogni momento della nostra esistenza, in quale direzione ci stiamo dirigendo e se quella direzione ci aiuta a raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati.

Tutti noi abbiamo un proposito di vita: tuttavia, lo abbiamo frequentemente accantonato a causa del condizionamento della società in cui viviamo. Vivere una vita senza un proposito è come guidare l’auto senza sapere dove andare, senza avere una destinazione finale. Ecco perché le persone che hanno un proposito e lo perseguono vivono fino a sette anni più a lungo degli altri, sono più felici e si ammalano di meno.

Uno studio effettuato dalla Ernst & Young ed Harvard ha rivelato che le organizzazioni che utilizzano il proposito come strumento strategico principale sono di gran lunga più performanti delle altre.

Scrivi il tuo proposito e limitalo a una semplice frase. Il mio è quello di “integrare la scienza della felicità nelle aziende, università, scuole e istituzioni pubbliche”. Una volta fatto, tutte le sere prima di andare a letto, chiediti quali sono state le tue azioni giornaliere allineate al tuo proposito. Poi chiediti se le decisioni prese durante la giornata contribuiranno ad alimentare il tuo proposito.

Sviluppa un piano d’azione che ti permetterà di vivere una vita ricca di pensieri, emozioni e comportamenti in armonia con il tuo proposito.

 

D: In senso ancora più ampio: in un’epoca in cui sembrano prevalere i sentimenti, i pensieri, le emozioni e le azioni negative, ispirate alla cattiveria, al cinismo, all’egoismo, alla violenza verbale e materiale a livello sociale, culturale, politico quale contributo potrebbe offrire la Psicologia Positiva e i buoni sentimenti a livello comunitario?

R: Il 19 agosto 2019 a Washington D.C., la “business roundtable” ha annunciato un impegno solidale e congiunto di 181 amministratori delegati, rappresentanti delle più grandi aziende al mondo, a sviluppare un proposito forte e chiaro che porti benefici a lungo termine a consumatori, dipendenti, fornitori e a comunità locali e globali.

Oramai è chiaro che stiamo andando verso la direzione giusta, quella di investire nella cosa più preziosa e cioè nel capitale umano. I corsi di certificazione in Chief Happiness Officer (CHO) che ho condotto in Italia e negli Stati Uniti hanno visto la partecipazione di leaders nei settori più disparati; dalla pubblica amministrazione alle aziende manifatturiere, da esponenti militari ai dirigenti scolastici. Al corso CHO offerto negli Stati Uniti hanno partecipato individui provenienti da ben cinque continenti. L’interesse a integrare aspetti di psicologia positiva in Italia e nel mondo è forte e in costante crescita.

 

D: Arrivati a questo punto, se una persona volesse intraprendere un percorso per diventare più felice, realizzarsi, vivere e lavorare meglio a chi si potrebbe rivolgere?

R: Marina di Bitetto (selfscienceitalia@gmail.com) è la referente italiana per quanto riguarda la Scienza del Sé e la Self-Leadership per la Felicità. Se pensate che io possa aiutarvi a decidere o a fare chiarezza in questo aspetto della vostra vita, scrivetemi pure (sandro@sandroformica.com).

 

D: E se invece una persona desiderasse a sua volta diventare un professionista nell’ambito della Psicologia Positiva quale iter formativo consiglierebbe?

R: Il “Master of Applied Positive Psychology “offerto dall’Università della Pennsylvania, è stato fondato da Martin Seligman, colui che ha creato la psicologia positiva. È costoso e impegnativo, ma se avete le risorse e il tempo, rappresenta un’opportunità straordinaria.

In Italia tengo un corso per formatori in Scienza del Sé che comprende 90 ore di formazione in presenza, 40 ore di tirocinio e 5 ore di esame e certificazione ufficiale delle competenze in Italia e a livello comunitario. Si tratta di un percorso di lavoro interiore che va in profondità e richiede una grande dedizione al sé e impegno a essere felice.

Per chi non ha tempo di partecipare ad attività in presenza, esiste unacademy online che offre un corso di un anno, comprensivo di oltre 200 esercitazioni e attività formative per poter acquisire il diploma di “operatore olistico della Scienza del Sé”.

 

Per approfondire leggi anche: “Come Costruire la propria felicità” 

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